Aprire un blog: una galassia di calde emozioni

AS: Caro lettore o lettrice, sono Mattia Loy, psicologo, e questo è il mio blog personale.
Il seguente articolo è il primo che scrissi nel 2005 e lo ripropongo qui come primo articolo per presentarmi a te che ancora non mi conosci.

In questo blog si parla di tutto ciò che è vita: non è un blog fatto per vendere, per conquistare lettori con articoli brevi ma vuoti. Si tratta piuttosto di un vero diario di bordo, di articoli fatti di vita vissuta, di consigli pratici che posso dire dopo aver sperimentato nella pratica le tecniche apprese durante gli studi, di commenti ai fatti di cronaca importanti dove talvolta mi sono ritrovato in contrasto rispetto al mondo accademico o alle posizioni dominanti della società.

Questo è, in sostanza, un blog di passioni: scritto con passione e per chi ha la passione per la lettura e per la condivisione ed il confronto, non certo per chi va sempre di fretta e non ha manco il tempo di fermarsi a pensare a dove sta andando e cosa sta facendo.

Blog inizialmente goffo anche nello stile di scrittura, che prende pian piano forma assieme all’aumento della consapevolezza. Blog scritto e pensato mentre si analizza la vita con gli strumenti tipici della mia professione e specializzazione in lavoro. Strumenti che, giustamente, non sempre sono bastati per esplorare temi molto lontani da me come la finanza o certi aspetti della politica – temi dove anche io sono stato inizialmente tratto in inganno e dove ho avuto il raro privilegio di poter cambiare idea – ma pur sempre strumenti che in molti altri casi mi hanno portato ad anticipare problemi che le riviste scientifiche ed i media hanno portato alla ribalta solo più avanti.

Il quadro generale, non lo nego, è quello di una società intricata e molto difficile, dove la crisi – come si vedrà – è molto culturale oltre che economica e dove questo lo si avverte sia da livello individuale che di società in questo strano mondo dove siamo più poveri pur essendo più ricchi (ad es. con lo smartphone ma senza i soldi per poterci permettere le ricariche) e dove una minoranza della popolazione tiene in scacco il rimanente 99% pur essendo nell’era della democrazia…. Fine della premessa.

Era da un po’ che il pensiero mi balenava in mente: aprire un blog per condividere pensieri ed emozioni in modo interattivo. Forse internet è lo strumento giusto, visto che ogni tentativo di tenere un diario, dopo l’ispirazione data dalla lettura di quello di Anna Frank, non è mai andato a buon fine.

Non che non ci abbia provato con disciplina, ma è troppo noioso, mentre scrivere anche per gli altri è decisamente più stimolante perché c’è il valore aggiunto del confronto oltre che del ricordo, e quello della riflessione: scrivere aiuta a focalizzare le idee e a tenere nota di fatti ed avvenimenti, per poi riscoprirsi quando ci si rilegge dopo molto tempo.
E in questo periodo, vista la marea di cose che sto imparando all’università, sento l’esigenza di confrontarmi col mondo e di mettere in pratica quello che studio, di mettere in pratica la teoria e vedere che succede.

Una cosa in particolare che mi spinge a voler iniziare questo piccolo percorso è anche il desiderio di confrontarmi col prossimo, di vedere le varie sfumature di colore date dalle emozioni e modi di pensare diversi da persona a persona: “ogni essere umano è unico, speciale e irripetibile anche se solo per sfumature”.
Confronto che deriva anche dalla mia curiosità di capire le motivazioni dietro al comportamento di tante persone, che spesso sembrano dare il peggio di sé. Ognuno di noi può giudicare le azioni del prossimo e decidere se sono giuste o sbagliate ma è molto più difficile capire perché gli altri si comportano come fanno, a meno che non glie lo chieda (e a volte nemmeno basta, perché le persone mentono spesso – anche a loro stesse).

image Per chi non mi conoscesse, mi chiamo Mattia Loy, sono nato a Cagliari ma ho parte delle mie radici culturali nel Nord Italia. In data odierna ho 25 anni, mi sto laureando in psicologia con indirizzo del lavoro e organizzazioni sociali a Cagliari e sono un appassionato di viaggi, arte, disegno e musica. Il nome del blog, infatti, deriva da una canzone dei Metallica che mi piace molto, “Orion”, che è poi diventato il mio nickname nelle chat e, da qui, anche il nome del blog.
E, siccome qui intendo usare la psicologia per esplorare il mondo, voglio che sia davvero una galassia di calde emozioni perché la psicologia non è solo la “cura delle malattie mentali” e lo studio del pensiero  ma anche delle emozioni, del comportamento e di tutto ciò che compone “l’anima”, così come di tutto ciò che porta al benessere delle persone.

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No. Referendum sulla modifica alla costituzione del 4 Dicembre

Il 4 Dicembre l’Italia contemporanea ha vinto una battaglia storica per la propria difesa, votando  in massa (quasi il 70% in Italia ed il 30% all’estero tra gli aventi diritto al voto) e con una radicale vittoria del No.

Lo confesso: ho goduto. Non solo perché è stato un atto di difesa di quel poco di sovranità Nazionale che ci è rimasta contro l’Unione Europea (perdita di sovranità che ricordo essere tra le principali cause della nostra perdurante crisi economica) ma anche perché è stato un radicale messaggio di sfiducia verso quell’improponibile sinistra radical-chic e quel cazzaro del nostro premier Renzi il quale, nella speranza che ora si dimetta quanto prima, ha speso la bellezza di 4 milioni di euro per inviare agli italiani all’estero una lettera a solo favore del “Sì” anziché una reale lettera informativa (o meglio una email) con i pro e contro di entrambe le scelte.
(Perché in effetti c’erano dei piccoli pro anche per il Sì, ma solo degli specchietti per le allodole rispetto all’ulteriore perdita di sovranità).
Con una stima ad occhio, con quella cifra si potevano costruire circa 200 villette in legno per i terremotati o ri-finanziare le scuole che sono ormai senza fondi e tante altre cose molto più utili.votare-noIn Italia, invece, il dépliant con 2 pagine a favore del “Sì” ed una a favore del “No” è una barzelletta di manipolazione che chiunque ha visto e che, stando ai numeri, sono grato che non abbia funzionato.
Ed è proprio questo il punto: la totale mancanza di informazione che continua a massacrare la Democrazia nel nostro paese e, in generale nel mondo.

Pochi giorni fa, forse una coincidenza, ho visto il film dedicato ad Edward Snowden al cinema. Un film per me interessantissimo, che riassume una storia vera.
Risultati immagini per snowden film

Non solo mi ha colpito il livello di perversione delle vicende che hanno coinvolto le forze di sicurezza americane, ma anche il fatto che la notizia da noi in Italia è arrivata in sordina, quasi non pervenuta, mentre ha fatto il giro del resto del mondo costringendo persino il presidente Obama (che prima difendeva il precedente status quo) ad intervenire.

Allo stesso modo, si è perso il contatto con Wikileaks (di cui parlai tanto tempo fa sempre su queste pagine): quando avvenne il fatto, prima se ne parlò come un terremoto in arrivo a discapito delle lobby, dei governi e dei potenti che avrebbe dovuto rivelare i grandi segreti del mondo schiudendo il vaso di Pandora, dopo di che non se ne seppe più nulla o quasi tramite i media ufficiali, mentre i contenuti d’interesse sono reperibili solo su internet e non sempre in Italiano e dunque per una minoranza di persone interessate e proattive nella ricerca di informazioni.

Tutto questo è molto triste e dovrebbe far riflettere sul livello di degrado culturale al quale siamo arrivati, per le cause ben note. Nonostante ci siano delle persone coraggiose che in Italia lottano per la libertà di informazione e per una società più giusta, a noi manca ancora uno Snowden che faccia scoppiare realmente lo scandalo.
Mi fermo qui: inutile scrivere altro. Spero solo che il prossimo sostituto di Renzi (che purtroppo la costituzione prevede che non venga direttamente eletto dal popolo) non sia solo un nuovo volto per le stesse forze europeiste a danno dell’Italia, ma ne dubito…

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Ha vinto Donald Trump: gli USA hanno scelto il male minore?

Sì lo so, mi ero promesso di non riparlare più di politica, perché ormai si è troppo lontani dal significato di “polis” e di cura degli interessi della città. Tuttavia la vittoria di Donald Trump ha dell’epocale ed è una pietra miliare nella storia contemporanea, a testimonia del cambiamento di potere che sta avvenendo a livello globale.

Specifico subito una cosa: a me Trump non piace per niente e non lo difendo. Per me è come un Berlusconi americano: un imprenditore pessimo, malato di figa ed in quanto tale con una visione maschilista della donna, con grandi doti comunicative a supporto di idee folli, che è sceso in politica per curare i propri interessi pretendendo di aiutare la propria nazione e che va contro certi interessi così come B. non fu mai un uomo dell’Unione Europea tanto da essere sostituito da Monti.

Tuttavia mi chiedo: Hilary Clinton era veramente un’alternativa migliore? La Clinton poteva essere il primo presidente donna degli USA, ma al prezzo di portare al potere una guerrafondaia serva delle lobby con pesantissime accuse di corruzione e cooptazione sin dentro la Casa Bianca, CIA ed FBI nonché le mani probabilmente già sporche di sangue, vista la lunga scia di cadaveri e strani suicidi che sono associati a lei ed alla sua Clinton Foundation. Non faccio lo storico qui e pare che il caso di Michael Brown, agente dell’FBI sospettato delle fughe sulle email di Hillary trovato suicida dopo aver ucciso la moglie e dato fuoco alla propria casa, sia falsa.
Ma non questo elenco: https://aurorasito.wordpress.com/2016/09/09/una-scia-di-morte-oltre-100-persone-vicine-ai-clinton-morte-in-modo-sospetto/

Ad ogni modo, chi rappresenta la Clinton? Il partito democratico USA, che di democratico ha solo il nome, e che è a supporto dell’elite americana a cui non importa proprio niente del popolo e, se arrivata al potere, probabilmente avrebbe governato proprio come Renzi da noi: avrebbe fatto quello che le pare ignorando totalmente il volere del popolo, preservando e supportando invece lo status quo, la finanza (che ormai è l’opposto dell’economia reale), i rapporti deformi con il medio-oriente e tutti quei fenomeni che stanno distruggendo l’economia globale come la riduzione progressiva degli stipendi dei lavoratori nella guerra compulsiva alle esportazioni (senza capire chi dovrebbe comprare i prodotti esportati se gli stipendi della stragrande maggioranza della popolazione vengono ridotti di continuo).

Un suggerimento di quanto sia guerrafondaia la Clinton (assieme al marito Bill) viene da Jill Stein: una dei due candidati minori alle elezioni presidenziali degli Stati Uniti.

“Le posizioni politiche di Hillary sono molto più spaventose di quelle di Donald Trump, che non vuole la guerra con la Russia. Hillary Clinton vuole iniziare una guerra con la Russia imponendo una no-fly zone in Siria. Abbiamo 2.000 missili nucleari in allerta e pronti per essere lanciati. E ci viene detto che siamo più vicini ad una guerra nucleare [con la Russia] come mai in passato. [Trump] non vuole andare in guerra con la Russia.  Vuole trovare il modo di lavorare con i russi, che è la strada che dobbiamo seguire per evitare il confronto e la guerra nucleare con la Russia.”

Certo, pure Trump da più di un motivo di preoccupazione, per quello che ho visto dalla stampa estera e dalle notizie che arrivano in Italia. Lui ha promesso in campagna elettorale di:

  1. Vietare l’ingresso ai musulmani. Un blocco temporaneo delle frontiere per contrastare il terrorismo “almeno fino a quando non capiremo cosa sta succedendo” a parole sue, con controlli “estremi” alle frontiere.
  2. Un muro alla frontiera messicana, finanziato ed interamente rimborsato dal Messico.
  3. Espellere 2 milioni di immigrati irregolari, per la maggior parte delinquenti e spacciatori che devono essere cacciati dal Paese
  4. Revisionare tutte le missioni militari all’estero. Trump si è sempre dichiarato contrario alle guerre in Iraq e Afghanistan e anche all’intervento in Libia.
  5. Ridurre il peso degli Usa nella Nato (gli altri Stati della Nato dovranno essere in grado di difendersi autonomamente in futuro)
  6. Dare previdenza e sanità pubblica per gli over 65: accesso gratuito alle cure mediche
  7. Ridurre le tasse e azzerare il deficit. Un grande classico delle campagne repubblicane: mi chiedo dove prenderà le risorse necessarie.
  8. Abolire gli accordi di libero scambio. Più volte si è espresso contro il libero mercato, gli accordi  TTIP e TPP con Europa ed Asia, accusando apertamente nazioni come Cina, India e Messico di nuocere all’economia americana. Dall’altro però è pronto a rafforzare i rapporti col Regno Unito.
  9. Cancellare l’impegno di Obama ed i finanziamenti alle Nazioni Unite contro il riscaldamento globale, dato che sarebbe solo una teoria.
  10. Revocare le restrizioni alla produzione di energie fossili.
  11. Avviare misure contro l’aborto, ritirando poi il tutto dopo furiose polemiche.
  12. Limitare il numero dei mandati di deputati e senatori al Congresso. Ha promesso di congelare le assunzioni dei funzionari federali nonché di vietare per cinque anni ai dipendenti ed eletti di Casa Bianca e Congresso di diventare lobbisti.
  13. Annullare tutti i decreti presidenziali, cioè quelli che giudica anticostituzionali inclusi quelli firmati da Obama.
  14. Attuare un piano economico per la creazione di 25 milioni di posti di lavoro in 10 anni tramite sostanziali tagli alle tasse per la classe media ed imprese per raggiungere una crescita del 4% all’anno.
  15. Abolire l’Obamacare, ovvero la legge sull’assicurazione sanitaria, fiore all’occhiello dell’amministrazione Obama.

Sì, è vero: quasi tutte queste “promesse” sono davvero preoccupanti e sarebbe meglio che non venissero rispettate se sono davvero come appaiono. Alcune sembrano frottole berlusconiano-renziane per imbonire la società, altre come vietare l’ingresso ai musulmani, sono proposte fallite in partenza che aumenterebbero solo l’odio razziale e farebbero gioco facile per l’ISIS che avrebbe un ulteriore elemento a sostegno della sua propaganda.

La verità è che la stampa di regime in senso lato, spinta dal partito liberal-democratico, ha massacrato l’immagine pubblica di tutti i candidati ad eccezione della Clinton, facendola apparire come l’eroina salvatrice dell’America. Vedasi il comportamento di John Oliver e l’intero cast del Saturday Night. Dato che questo è un fatto, aspettiamo di vedere cosa succederà ora che Trump avrà pieno diritto di parola e potrà far pervenire le proprie idee e strategie senza qualcuno che le filtri e le deformi a suo danno.

Nonostante ciò, Trump ha gestito una magistrale campagna politica degna dei più grandi esperti di marketing, restando estremamente focalizzato su pochi concetti essenziali ed un target ben preciso di elettori (tra cui – mi duole ribadirlo – la popolazione bianca). Lavoro e guerra all’immigrazione clandestina. “Make America great AGAIN”; rendere l’America grande DI NUOVO, mentre la Clinton è uscita fuori con slogan vaghi cercando di piacere a tutti.
Trump ha sfruttato ogni tecnica possibile, incluso un magistrale utilizzo del linguaggio del corpo: sempre a destra rispetto alla Clinton e di altri candidati per farsi vedere in posizione di dominanza quando si davano la mano, col suo palmo verso il basso quasi a schiacciarla, e guidandola con l’altro braccio in ogni apparizione in pubblico per ribadire che è lui realmente la nuova guida. A volte anche strattonandola in modo subdolo non per farla cadere ma per farla vacillare davanti agli spettatori. Tutti elementi sommati magistralmente e che hanno avuto un effetto decisivo sul pubblico.
La Clinton invece è uscita fuori con le solite frasi vuote come “Hilary for America” o “stronger together” che non significano nulla: un blando tentativo di piacere a tutti, disperdendo così la forza del proprio brand.

Trump vs. clinton

Sempre in tema di comunicazione, non posso che giudicare come pessime le reazioni pubbliche e mediatiche dei Democratici anche dopo le elezioni, in quanto hanno avviato diverse azioni di protesta contro Trump: insomma, la democrazia piace solo quando funziona nella direzione voluta da pochi e non è degna di essere rispettata quando va diversamente!?
Prima i media dicono alla popolazione cosa gli deve piacere tramite sondaggi faziosi e probabilmente manipolati, quindi chi devono votare e come comportarsi in nome della libertà e della democrazia: quando la massa è stanca ed ha sviluppato sufficienti anticorpi allora si grida allo scandalo e si inventano scuse per cercare di manipolare l’opinione pubblica (ve lo ricordate che il Brexit sembrava voluto dai vecchi, come se loro non avessero più diritto al voto?”).
Come ogni cosa ci sono pro e contro, c’è chi trae benefici da una scelta e chi ne trae svantaggi: idealmente bisognerebbe seguire la strada degli interessi della maggioranza senza opprimere la minoranza ma oggi giorno sembra sempre più difficile.

Da psicologo sociale posso affermare che, in un certo senso, molti americani sono Trump, ma la maggior parte di loro preferisce vedersi falsamente come un Clinton per tutelare la propria immagine sociale, in nome di tutto ciò che è in teoria liberale, democratico, di sinistra, umano, caritatevole e così via.
Una parte dell’elettorato ha affrontato i fatti con onestà ed ha ammesso che la Clinton è una criminale e manipolatrice che gioca con i peggiori trasgressori dei diritti umani sul pianeta (Arabia Saudita e Israele, per esempio) e si basa su il loro sostegno finanziario e politico. Questa parte dell’elettorato ha capito che, dietro la falsa promessa di continuare l’eredità di Obama, la Clinton è pronta ad uccidere altri 4.000 pakistani innocenti tramite gli attacchi di droni in un tentativo illegale di eliminare quei terroristi (ISIS) che lei stessa ha contribuito a creare. Una doppiogiochista che ha iniziato come Repubblicana (come Trump) ma che è diventata Democratica perché ha capito che con quel partito poteva andare molto più lontano; una falsa che ha affermato di essere stata sotto il fuoco dei cecchini in una terra straniera quando invece stava per essere accolta con tutti gli onori ed in pace.

Se avesse vinto la Clinton, probabilmente in USA non sarebbe cambiato niente: chi fosse stato sul carro dei vincitori avrebbe potuto fregiarsi di aver contribuito ad una democrazia progressiva che prima ha consentito ad un uomo di colore e poi ad una donna di diventare la persona più potente del pianeta in quanto presidente degli Stati Uniti d’America, ma sarebbe stato solo un cambio di facciata e non di sostanza, per i mostri che fanno girare l’economia mondiale e che avrebbero avuto un’opportunità per essere più “presentabili” e socialmente accettabili. Non conta solo cosa si dice ma anche chi e come: se è una donna che con voce materna e rassicurante da le brutte notizie, queste vengono accolte meglio rispetto ad un uomo aggressivo ed energico.

Forse il lato positivo è che Donald Trump costringerà gli Stati Uniti ad ammettere ciò che ormai sono diventati, consentendo al resto del mondo di poter agire di conseguenza.
Per quanto ho capito, infatti, JFK, Clinton e lo stesso Obama (così come altri grandi presidenti USA) sono stati dei carismatici figli di puttana, capaci  da un lato di ammaliare e rassicurare le folle mentre dall’altro hanno fomentato la guerra in Medio Oriente.
Qualcuno potrebbe dire: “Ma come, Obama?”. Sì, lo stesso Obama che io – da Italiano estraneo ai fatti USA ho stimato moltissimo per tante scelte coraggiose riguardanti le politiche interne USA, ma che al tempo stesso ho disprezzato per aver di fatto proseguito con toni più soft la politica guerrafondaia perpetrata dai Bush e per il polso molle nei rapporti internazionali (probabilmente per interessi dietro e per pressioni di cui noi no sapremo mai nulla). L’utilizzo di droni militari in medio oriente infatti è salito in modo esponenziale durante i suoi mandati! Ripeto, non sono uno storico, ma da quello che ho capito filtrando le notizie, per il mondo arabo lui non è altro che un altro di una lunga serie di presidenti degli Stati Uniti che sostengono le dittature militari strategiche, fornendo con i soldi e le armi e che ha supportato l’Arabia Saudita (il paese più fascista sulla Terra), con più di $ 100 miliardi di dollari in armi con le quali hanno distrutto lo Yemen, il paese arabo più povero.
La Clinton probabilmente sarebbe stata un un presidente-marionetta donna simbolo di un progresso inesistente; Trump è la messa a nudo di tutti i problemi culturali e politici dell’America.

Ora Trump si troverà davanti uno scenario difficilissimo: un’America in forte crisi economica, dove certamente stanno meglio di noi italiani schiacciati dall’UE e dalla Troika, ma dove il debito si è praticamente raddoppiato sotto il Governo Obama, dove il Dollaro è sopravvalutato (buono per la finanza ma pessimo per l’industria e l’economia reale) e dove c’è un’enorme tensione sociale dovuta al caro vita, all’abbassamento degli stipendi ed alla disoccupazione.

Mi appresto a concludere con un punto importante. Come confermato da Steen Jakobsen, capo economista di Saxo Bank, in un suo splendido post apparso il 16 marzo su Tradingfloor.com, vedo una connessione tra l’ascesa di Donald Trump, il rischio Brexit, le buone possibilità di Marie Le Pen di diventare il prossimo presidente francese e lo scenario generale di un mondo politico in cui tutti i presidenti in carica sembrano pronti a essere spodestati.

Donald Trump, pur essendo un imprenditore fallito quattro volte, immorale, profano ed auto-promosso, ha vinto le elezioni perché è il simbolo della rottura del patto (o contratto) sociale e per la sua posizione contraria all’ordine precostituito.

Il patto sociale è quel patto implicito tra governanti e governati, che stabilisce un certo rapporto tra causa ed effetto (es. sii onesto e vivrai sereno, compi crimini e finirai in prigione; studia e lavorerai mentre se sei un somaro andrai a zappar la terra). Ma questo patto sociale è stato talmente tirato al suo limite come un elastico che o si spezza o torna indietro con l’effetto frusta.

In particolare, le masse sono stanche delle costanti minacce e di vivere perennemente in uno “stato di emergenza” millantato dai politici per legittimare le loro azioni come dichiarare guerra ad altri paesi. Tale condizione di vita ha un limite e la Clinton era l’emblema dell’ordine precostituito che ci marciava, Trump il suo opposto: una scheggia impazzita, difficile da governare che è più vicina come pensiero al cittadino comune che all’élite; è così lontano dall’idea di un politico da rappresentare l’elemento ideale di disturbo in un mondo di ordine sgradito alla massa. Insomma, è il cambiamento voluto dai cittadini USA.

Come riportato da Il Sole 24 ore, il rapporto delle retribuzioni sul PIL negli Stati Uniti ha raggiunto livelli minimi da sempre, dove in pochissimi guadagnano tantissimo e la massa è sempre più affamata.

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Intanto, sempre da Il Sole 24 Ore, i profitti societari USA sono saliti ai massimi storici.

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Ovvio che i “dipendenti” e la classe media vogliano un cambiamento! Come detto prima e come palesemente sostenuto da ottimi economisti come Galloni o Bagnai, i profitti societari sono possibili se i “dipendenti” hanno potere d’acquisto per acquistare i beni e servizi della propria ed altre compagnie mentre c’è un supporto eccessivo alle banche ed alle élite che generano gli utili ma non li ridistribuiscono: se ciò non avviene, l’economia si ferma e si riducono i profitti per tutti.

Come dice Jakobsen, “le manovre di politica monetaria sono progettate a favore di quel 20% dell’economia che ha già l’accesso al mercato del credito: banche e società quotate. Tutto ciò a discapito del restante 80% – le piccole e medie imprese – che ottengono meno del 5% del credito e lo 0% del capitale politico, mentre il 20% – Wall Street – ottiene il 95% del credito e il 100% del capitale politico.

Ecco dunque quale è il lato positivo dell’evento di Trump: un elemento destabilizzante che aiuta sin da subito l’economia reale americana con un impatto sul dollaro che lo riporta al suo valore effettivo e che a lungo termine potrebbe portare ad un nuovo patto sociale che si allontanerà sempre di più dalle economie pianificate modello USA ed UE che ormai sono palesemente fallite. Per questo Jakobsen prevede anche il ripristinarsi di forti poli politici di destra e sinistra che si allontaneranno dalle grandi coalizioni di moderati del centro.

Siamo dunque davanti ad un possibile bivio, dove nulla è scontato: nemmeno che Trump mantenga le promesse elettorali (per fortuna incluse le peggiori). Il presidente americano infatti non è un imperatore e i suoi poteri sono molto limitati ed avrà bisogno del sostegno del Congresso e degli apparati (come la CIA) che materialmente attuano la politica estera e commerciale. Una cosa tutt’altro che scontata.

Ma la cosa più importante è che ormai le elezioni sono concluse e si vedrà se Trump è veramente l’orco che viene descritto oppure se è veramente stato demonizzato dalla stampa di regime nel periodo pre-elettorale!

La cosa che mi fa meglio sperare è che in una delle sue dichiarazioni ha lanciato un nuovo messaggio al mondo dichiarando qualcosa come “L’America sarà amica di chi sarà amico dell’America”: una frase sibillina che però mostra apertura, benevolenza e possibilmente la fine di un regime in cui l’America è amica solo degli Stati ridotti in condizione di sudditanza.

Vedremo, ogni pronostico è inutile.

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Vince il Brexit: un giorno storico

Il 23 Giugno 2016, l’altro ieri, è stato un giorno storico perché gli inglesi ed i britannici sono andati a votare per restare o uscire dall’Unione Europea: la vittoria dell’ “usciamo” ha del sensazionale per il risultato e la riporto qui, su questo blog, perché stiamo vivendo la storia.

Ha del sensazionale per i seguenti motivi principali:

  1. è un segnale forte del fallimento dell’Unione Europea a livello politico ed economico
  2. è un esempio di eccezionale democrazia, dove i popoli si sono espressi su una questione di vitale importanza
  3. è la dimostrazione che il popolo inglese non si è fatto ingannare dal martirio della giovane Jo Cox, politica inglese pro euro.

Sviluppo questi tre punti.

1) è un segnale forte del fallimento dell’Unione Europea a livello politico ed economico

Se qualcuno ancora non l’avesse capito, la crisi è l’Euro e l’Unione Europea, voluta dalla Germania e dai tecnocrati di Bruxelles. Questa è il primo passo verso una forma moderna di dittatura dove la democrazia è morta ed è usata come alibi per giustificare le interessi di pochissimi a discapito della stragrande maggioranza.
L’Unione Europea potrebbe essere una cosa splendida, un grande mercato comune, un’unione tra popoli che, grosso modo, hanno un percorso storico relativamente simile (almeno per contrasto con la Russia, la Cina o il mondo islamico), che avrebbe facilitato lo scambio, il turismo e la mobilità. Ma solo in parte è stato così, perché – facendo breve una storia molto lunga – non solo si è cercato di bruciare i tempi forzando una situazione che era ancora molto acerba, ma la moneta a cambi fissi ha avvantaggiato esclusivamente le nazioni del nord già ricche, Germania in primis, a discapito di quelle mediterranee che si sono ritrovare un macigno, più le strategie di indebitamento.
A nulla è servita la morte della Grecia, l’aumento di suicidi, le grida disperate di persone che hanno perso tutto ed un drastico incremento della povertà e disoccupazione in tutta Europa: se il Brexit non basta a cambiare le cose ora, nulla potrà e dunque tanto vale che l’uscita dell’Inghilterra (ma non degli altri stati del Regno Unito) sia la prima tessera del domino a cadere e che aiuti a far cadere tutte le altre, riportando quindi ogni nazione ad una condizione di libertà ed indipendenza.
Intanto, in UK si sono quanto meno accorti dei costi immani che “restare in Europa” comporta. Esattamente come l’Italia, il Regno Unito ha buttato nel caminetto 5,5 miliardi ogni anno per complessivi 82,5 miliardi in 15 anni per via dell’inefficienza di quel dinosauro burocratico che è la UE. Che senso ha regalare i propri soldi ad un’altra persona per poi cew li presta, ridotti, e vuole pure gli interessi? O comunque prestarli per poi vederseli restituire ridotti? Perché questo è (almeno una parte di) ciò che avviene.

2) esempio di eccezionale democrazia, dove i popoli si sono espressi su una questione di vitale importanza

Ciò che la dittatura vorrebbe chiamare “fallimento”. Cameron si è comportato da vero gentleman inglese, proponendo ai suoi cittadini sia i pro che i contro di entrambe le soluzioni (restare o uscire) e ha cercato di responsabilizzare il suo popolo.
Subito l’informazione pilotata di regime porta a sminuire questo comportamento suggerendo che c’è stata un’impennata di ricerche su Google in concomitanza delle elezioni a suggerire che i cittadini inglesi sono degli ignoranti che non sapevano cosa stessero votando. Invece, per come ho vissuto io Londra, loro vedono la politica in modo molto diverso da noi: non stanno a guardare “l’insalata tra i denti” ma badano alle cose serie e, se hanno usato Google per informarsi e documentarsi ancora meglio prima delle elezioni e dopo di esse per monitorare i risultati, non posso che applaudire.
Ancora la stampa di regime dice che “i vecchi conservatori hanno scelto per i giovani”. “Maledetti questi vecchi, come osano avere ancora diritto di voto? Loro non sono parte della popolazione, dovrebbero solo crepare, smettere di prendere pensioni e lasciare il posto ai giovani.” Ovviamente ironizzo. Se fosse stato l’opposto, la stampa di regime avrebbe detto che i giovani hanno scelto per tutta la nazione con la loro ignoranza ed impulsività e lo stesso sarebbe stato per qualsiasi eventuale categoria pur di attaccare un risultato democratico dove tutta la popolazione si è espressa in un giudizio anche non unanime: cosa normale in una democrazia appunto, e non in una dittatura con omologazione di pensiero.
Altro elemento da apprezzare è che in UK c’è formalmente la monarchia, una famiglia reale potentissima, e tuttavia l’UK ha dato una lezione di democrazia al mondo forse ancor più forte di quella greca dato che Tspiras diede col referendum greco anche se poi non lo rispettò (non sto qui a commentare se davvero sia stato davvero un venduto alla Troika – un Renzi di turno – o se davvero abbia fatto tutto ciò che ha potuto per la propria patria).
Sarà anche complice il fatto che tutti i popoli del Regno Unito hanno un fortissimo senso di appartenenza nazionale, sono molto orgogliosi (nel bene e nel male) del loro passato e presente e tutta la propaganda europeista non è bastata ad accecare la maggior parte della popolazione.

Sempre in tema di democrazia, che dovrebbe essere una colonna portante dell’Europa Unita, vanno evidenziate le ripercussioni minacciate all’Inghilterra per l’uscita dall’UE, che sono inaccettabili moralmente e politicamente, visti anche i trattati che la gestiscono.
Infatti l’uscita di uno Stato membro dall’Unione europea è un diritto di ogni Stato membro dell’UE. Ai sensi dell’articolo 50 del trattato sull’Unione europea: “Ogni Stato membro può decidere di recedere dall’Unione conformemente alle proprie norme costituzionali“.
Invece, in seguito alla vittoria del sì, c’è stato un tonfo della sterlina che ha perso il 7%, valuta che comunque si sta riequilibrando verso il suo valore reale – prima decisamente gonfiato. Intanto però c’è stata e prosegue la campagna terrorista contro l’UK e chiunque in futuro abbia intenzione di far valere i propri diritti di Nazione per uscire dall’Unione: Londra non avrà più accesso al mercato unico europeo, contrariamente a Norvegia e Svizzera, ad esempio, che sono fuori dalla Ue. Chissà poi perché!? Perché è una punizione, nel tentativo di colpirne uno per punirne 100 …

3) il popolo inglese non si è fatto ingannare dal martirio della giovane Jo Cox

Sì, le due cose sono collegate: non sono un “esperto” di politica ma uno psicologo del lavoro, ma una cosa l’ho notata: soprattutto quando gli elettori sono chiamati al voto spinti da una forte emozione collettiva, è possibile ribaltare o pilotare l’esito versando del sangue innocente. Le morti strumentalizzate dalla stampa hanno una forza tale da ribaltare il quadro politico.

In Svezia, nel 2003 ci fu il referendum sull’introduzione dell’euro. Quando i sondaggi diedero il no in vantaggio, a quattro giorni dal voto Anna Lindh – la portavoce del fronte del sì  – venne aggredita e uccisa. Impossibile non notare le somiglianze col caso della Cox (42 anni) anche qui uccisa da un folle.
In Turchia, alle ultime elezioni politiche, il partito di Erdogan rischiava di perdere la maggioranza necessaria per le riforme costituzionali che il governo voleva, ma la  strage al corteo dei pacifisti ad Ankara avvenuta con l’esplosione di una bomba ha modificato la percezione degli elettori della realtà di quel momento, portandoli a supportare le istituzioni anche sulle riforme non volute.
Lo stesso è avvenuto oggi anche in Gran Bretagna, con l’omicidio marchiato politicamente sin dall’inizio, dato che l’assassinio avrebbe gridato “Britain first” (anche se è stato solo un testimone ad udirlo, ma qui i fatti contano poco e niente). A ruota, i primi titoli sui giornali sono stati “Sangue sul Brexit”, suggerendo che l’omicidio di Jo Cox fosse associato agli anti-UE.

C’è stato l’omicidio di una giovane deputata, una dal volto pulito, che lascia il marito vedovo e due creature innocenti diventano orfani di madre, caso strano uccisa da un pazzo al grido di “Prima la Gran Bretagna”. Ciò è stato strumentale ad ammorbidire i toni della campagna elettorale, dove la logica e la razionalità hanno lasciato più spazio al cordoglio e ne ha risentito molto soprattutto la psicologia degli elettori indecisi, quelli che spesso fanno pendere il voto da un lato o dall’altro della bilancia: se la voglia di cambiamento prima era forte, subentrano anche paura, smarrimento e confusione e dunque il desiderio subconscio di sicurezza che si ritrova illusorio solo nel “vecchio”.

Non sono stato il solo a vedere la minaccia di questo gesto, un omicidio secondo me voluto da chi ha già le mani sporche di sangue per via di tutti gli omicidi che ha indirettamente causato a mente fredda, consapevolmente e senza curarsene. Ma sono lieto che, anche grazie ad un’azione tempestiva e straordinaria della famiglia reale, il popolo inglese non si sia fatto ingannare da questa tetra strategia di controllo psicologico.

Cosa succederà oggi e domani?

Nell’immediato niente: sicuramente gli italiani che vivono in UK avranno modo di organizzarsi, per quelli che cercando di partire oggi o domani potrebbe essere più complicato ma non impossibile. Rendiamoci anche conto che sarà un processo graduale con attivazione sul medio termine e che di certo l’Inghilterra né il Regno Unito vorranno rinunciare tanto facilmente al commercio con il resto dell’Europa, né l’opposto: come potrebbe l’Europa rinunciare ad uno dei suoi maggiori compratori?

Di certo cambierà l’assetto politico internazionale, in quanto questa forte discrepanza tra l’Inghilterra e la Scozia, ad esempio, potrebbe portare ad una conclusione dell’eterno conflitto interno al Regno Unito, i cui confini politici potrebbero ulteriormente ridisegnarsi.
Per gli inglesi questa è una vittoria così importante che molti parlano del nuovo Indipendence Day inglese, ironico se si pensa a quanto l’Inghilterra sia stata una forza colonizzatrice in passato e se si pensa a quello USA.

Inoltre, quella della concretizzazione del Brexit non è una vittoria a senso unico: a parte il fatto che bisogna vedere cosa realmente seguirà a questo voto, perché:

  1. Il risultato del referendum UE, di per sé, non ha alcun impatto giuridico. Si tratterebbe di un referendum consultivo  e non obbligatorio
  2. La legge di tutto il Regno Unito – compresa quella adottata durante gli anni dentro la UE – rimane al suo posto oggi proprio come ha fatto ieri e sarà domani, almeno sinché il governo inglese non decide di spendere (e tanto) per invertire le riforme fatte negli ani.
  3. Ci vorranno almeno 2 anni prima che il Regno Unito lasci l’Unione europea (a meno che gli Stati membri non siano d’accordo all’unanimità). Qualsiasi cambiamento giuridico fondamentale dovrà attendere almeno sino al 2018.
  4. Da quanto ho capito è anche possibile che il “pulsante rosso” per l’uscita non venga mai premuto se dovessero arrivare nuovi accordi ed un nuovo referendum. Il che può essere anche una buona cosa: ripeto, se l’Unione Europea diventa ciò che i popoli realmente vorrebbero e che in teoria sarebbe dovuta essere sin dall’inizio, con politiche monetarie realmente valide ed una convergenza di pensioni, titoli di studio e leggi del lavoro ed una volontà di crescere assieme – e non di sfruttare le nazioni più deboli per far ingrassare quelle già ricche, allora si può veramente parlare di restare nell’Unione Europea. Ma se non dovesse esserci alcun miglioramento sostanziale e non venisse rispettato il voto allora sarebbe davvero un ulteriore colpo dittatoriale di una gravità incalcolabile: la prova che veramente i popoli non contano più niente e siamo tutti in una forma nuova di schiavitù.

A parte questo, sicuramente l’Unione Europea ha portato anche dei benefici, come un incremento della mobilità interna e vantaggi al commercio tra nazioni ma francamente non penso che questi elementi andranno a scomparire realmente, anzi: gli scambi commerciali esistenti sono troppo importanti per rinunciarvi! Non conviene a nessuno, soprattutto a chi riceve i soldi (UE) e non di certo a chi compra (UK)!
Chiaro quindi che chi in UK beneficiava di mobilità veloce e commercio libero dentro il mercato europeo senza complicazioni, più i bandi europei etc. ha tutto il diritto di dire “penso che a me non sia convenuto” ma non è detta ancora l’ultima parola nemmeno su questo argomento, perché l’Inghilterra in Europa c’è sempre stata ed i rapporti pre-UE, quando c’erano ancora la CEE e la CE, sono di 15 anni fa, non 100.

Per quello che riguarda il futuro dell’Italia e dell’Inghilterra, rispondo qui facendo da divulgatore scientifico più che mai, perché ciò che penso io personalmente è irrilevante quanto (dai, forse una piuma meno) di quel che pensano altri milioni di persone che si sono improvvisate economisti negli ultimi mesi.
Come detto l’Europa è la crisi, così come le sue politiche di austerità e sacrifici e le sue subdole strategie per far indebitare e poi fallire gli stati membri.  Il Regno Unito ha sempre mantenuto la sua sovranità monetaria, sono pronto a scommettere che la sua economia ci metterà poco a ritrovare il suo equilibrio senza le imposizioni di Bruxelles. La sterlina gonfiata sicuramente faceva comodo per le importazioni, indubbiamente parte importante dell’economia britannica, ma una moneta meno forte ora agevolerà le esportazioni (e sono molte più di quel che si pensi), gli investimenti un UK ed il turismo, sicuramente molto più accessibile. Si perde da una parte e si guadagna dall’altra, come è sempre stato e sempre sarà. Sicuramente ora ci sarà una fase ben delineata di crisi intensa come cambiamento per l’UK (non la depressione statica che viviamo noi) dove molte cose cambieranno, e cambiare può anche essere un bene.

Per quanto riguarda altre panzane riguardanti la finanza ed il sistema bancario, ripeto ciò che chi ha aperto gli occhi sa: è solo propaganda pro-europeista che ci ha fatto credere che  piccoli è male perché si è deboli e che la crisi è colpa di noi italiani perché siamo degli incapaci e non sappiamo vendere. Non è affatto vero: piccoli vuol dire agili, facili da controllare mentre grandi vuol dire anche lenti e pesanti e ci sono moltissimi  esempi nel mondo, dalla Korea del Sud alla stessa Unione Europea che è bloccata dalla sua stessa pesantezza. Ci sono pro e contro in sostanza, è un trade-off. Se l’Italia si riprendesse la sua sovranità, la sua moneta etc, ritroverebbe quella sua enorme competitività nell’export che da sempre ha caratterizzato la nostra economia e si ritornerebbe alle buone vecchie politiche internazionali per gestire il commercio estero. In sostanza, se dovessimo affrontare la crisi finanziaria con il nostro “povero” sistema bancario e la corruzione (che c’è sempre stata, dentro o fuori l’UE) non potremmo che trarne giovamento e spero davvero che l’Inghilterra porti lampante esempio per tutti. Altro che spazzati via, è la favoletta fatta per terrorizzarci e farci cadere nella trappola dell’Unione Europea che – ripeto – se fosse fatta come promesso sarebbe un valore da tutelare come le vacche in India mentre, per come è nel presente, è da combattere come il cancro.

Ottimo, in tal senso, l’intervento del giornalista Paolo Barnard: “la verità sul Brexit”

Non a caso a minacciare sono i minacciati, chi è forte agisce e non perde tempo in chiacchiere: le stesse minacce di crollo dell’economia arrivarono alla Svezia nel già citato 2003 come sono arrivate oggi all’Inghilterra e a tutti i paesi che pensano di uscire dall’UE. Guarda caso la Svezia è ancora lì dove è e sta meglio di prima, sono pronto a scommettere che anche l’Inghilterra seguirà lo stesso percorso e toccherà anche all’Italia. Anche se da noi ci sono troppi “se”, perché…. se ci liberiamo di Renzi e altri capi di stato non eletti ma scelti dall’UE per governarci, se tiriamo fuori le palle e ci riprendiamo il nostro posto nel mondo, se iniziamo veramente ad informare le masse su come stanno i fatti anziché le favolette sul signoraggio raccontate su Youtube, se i 5 Stelle dimostrano coi fatti che le accuse di immobilismo volontario e di eterni secondi mosse a Grillo ed al fu Casaleggio erano sbagliate ed iniziano a fare davvero qualcosa, se….

… e riguardo i 5 Stelle, per non dimenticare lo scollamento tra base e vertice:

Intanto, ai posteri. Chi sarà il prossimo?

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“E tu, hai la crisi?”

crisiSì, è vero: c’è la crisi. Questa è stata creata, studiata ad arte, voluta, accolta, sottovalutata, promossa come scusa e come arma di terrorismo etc.
Ma non è questo di cui parlo oggi.

Parlo piuttosto del rapporto che il singolo individuo ha con la crisi stessa e come ognuno di noi reagisce all’interazione con l’ambiente, anche socio-economico, che lo circonda: a fare la differenza è anche la nostra unicità, le scelte che abbiamo fatto, le capacità che abbiamo e tutto ciò che ci caratterizza sia come persone che come professionisti.

Oggi sui giornali si legge ancora di imprenditori che fanno fortuna in Italia, vendendo tantissimo grazie a qualche idea geniale, nonostante la crisi e la contrazione economica. Casi isolati o esempi da seguire?

La risposta non può essere uguale per tutti perché non siamo tutti uguali. Ovvia verità spesso dimenticata.

Ci sono persone che vivono una vita di successi pur in nazioni in crisi ed altre persone che, pur vivendo in nazioni in forte spinta economica, vivono una crisi personale che è fortissima e non riescono a realizzare niente. “Sei tu che c’hai la crisi” – dice un mio amico quasi come se fosse una brutta malattia sessuale!

Ma dietro ad uno scherzo c’è una verità molto forte legata al lavoro: le competenze professionali che abbiamo si possono attivare solo in base al contesto. Il miglior avvocato non può esercitare senza un tribunale, il miglior medico non può curare se non gli arrivano pazienti, il miglior contadino può sempre zappare la terra ma i frutti cresceranno meglio o peggio a seconda del terreno che cerca di lavorare e delle varietà di semi che intende piantare.

Ci sono professionisti ed imprenditori che prosperano anche in contesti in crisi economica perché sono ben interconnessi con la realtà in cui sono inseriti, perché hanno supporti che agevolano il lavoro ed i guadagni. Per merito, eredità o altro, non importa. Altri invece non sono vincolati dalla realtà geografica intorno a loro ed anzi beneficiano della crisi per poter vendere i loro prodotti o servizi dematerializzati in altri Paesi ben più ricchi e traendo così vantaggio dal cambio valuta: alcuni programmatori informatici o coach internazionali hanno intrapreso questa strada con successo.

Ecco perché si può essere in crisi anche se lavorando in una nazione non in crisi e viceversa! E questo deve essere uno spunto di riflessione molto importante per chiunque pensi “ah, la crisi non mi fa lavorare.”
Davvero è la crisi a livello sistemico o “ch’hai tu la crisi?”

Sono convinto che, ad un certo punto, non si fa più una professione ma si diventa un professionista di un dato settore e cambiare, pur essendo sempre possibile, è estremamente faticoso e addirittura controproducente.
Ogni professionista in crisi deve quindi capire se sta vendendo male i propri prodotti o servizi, che potrebbe invece vendere meglio cambiando mercato ma stando dove è – e quindi beneficiare dei vantaggi di essere ricco in un’area dal costo della vita in calo – oppure se effettivamente la propria attività è così legata alla realtà geografica in cui è inserito ed alle sue sfumature politiche, economiche e relazionali che l’unica soluzione è cambiare luogo per continuare a fare ciò che si sa fare.

Non siamo tutti uguali, non può esserci una medicina unica contro crisi diverse.

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Dubbi e indecisioni: la direzione da prendere nella vita

Continua il viaggio nella “galassia di calde emozioni” con un tema che è caro a sempre più persone: cosa faccio della mia vita?

La risposta non è semplice per tutti. C’è chi, anche grazie ad una buona dose di fortuna, mista ad educazione, opportunità e predisposizione, ha sempre saputo sin da piccolo cosa fare ed ha beneficiato di una strada ben definita e dritta da seguire, in cui il problema non è mai stato “se” ma come superare gli ostacoli per arrivare alla meta.
Per altre persone le cose non sono mai state così semplici, anzi: c’è chi ha cambiato progetto di vita un’infinità di volte e chi si è ritrovato – e lo è ancora – in un blocco totale, perché si percepisce come perso in un deserto privo di opportunità, oppure in una giungla con così tante opportunità da risultare estremamente disorientante, addirittura paralizzante.

In questo processo sono complici una molteplicità di fattori:

  • un impari confronto con gli altri, dove spesso valutiamo la nostra vita paragonandola a quelle di persone che in apparenza ci “superano”, che vanno “avanti” rispetto ai ostri parametri ma delle quali, molto spesso, non sappiamo poi molto e che spesso tendiamo a dimenticare che loro non sono “noi”, perdendo così il senso della nostra unicità;
  • una pressione sociale fortissima, una spinta ad essere “vincenti” a tutti i costi a massimizzare le opportunità e risorse che abbiamo data dal mondo, complice una povertà dilagante che rende incrementa l’urgenza per il successo economico forse molto più oggi che negli anni passati;
  • un generale impoverimento culturale, nei valori della società e nel patto sociale implicito nei relativi sistemi di riferimento, che ha fatto saltare ogni certezza prima acquisita, così come il rapporto tra aspettative e risultati conseguente alle scelte ed agli investimenti delle persone.
  • Un mondo sempre più densamente popolato, dove le società hanno superato da molto quel livello di “massa critica” prima del quale l’individuo vive il vantaggio di essere parte di una comunità ricca e numerosa, oltre il quale è invece schiacciato dalla competizione in una società iper-sviluppata ed è solo pur essendo circondato da tante persone.

In effetti, l’interazione con l’ambiente ha un ruolo molto importante in tutto questo perché è proprio la società tessa – senza però dare la colpa solo e soltanto ad essa – a spingerci a diventare dei “maximizers”, ovvero delle persone che devono sempre ottenere il meglio assoluto a prescindere e che non possono accontentarsi di un risultato semplicemente “buono” e soddisfacente (satisficers). Ma cosa è il meglio, realmente? Il meglio per sé stessi è un concetto collegato alla felicità e dunque un elemento intriso di soggettività, perché cambia da persona a persona anche solo per sfumature. C’è dunque la spinta a rincorrere quasi l’astratto, l’impossibile e l’inesistente, dove molte persone si ritrovano a correre senza sapere dove stanno andando per poi scoprire che stavano correndo in cerchio ed effettivamente non stavano andando da nessuna parte.

Per questi ed altri motivi, moltissimi individui si ritrovano bloccati, paralizzati nelle proprie vite, incapaci di prendere decisioni anche molto importanti per il proprio futuro ed angosciati da un fortissimo senso di smarrimento.
Mi sono accorto della vastità del fenomeno confrontandomi sia con i miei utenti nel corso degli anni che con moltissimi londinesi, tutti con lo stesso problema anche se per cause diverse gli uni dagli altri.

Come mi fece notare un caro amico, Sasha, si può avere un’idea abbastanza chiara del fenomeno se si pensa alle grandi folle che ci sono dopo i concerti: tutti tornano a casa ma c’è chi è lucido e cammina veloce e sicuro e chi è strafatto o semplicemente stanco, si è perso o non ricorda bene dove è la sua auto e dunque cammina lento, cambia sempre direzione, si ferma e non sa dove andare, sbatte contro altre persone o cose, rallenta gli altri, torna indietro per riuscire a ritrovare la strada e così via.

Il problema non è solo l’indecisione in sé, quanto le cause sulla persona, perché l’indecisione è collegata con un forte malessere e senso di frustrazione che si intensificano col tempo. Spesso sono accompagnate da vergogna e da un senso generale di disagio sociale, causato proprio dalla percezione del proprio (apparente) fallimento e dal distacco che si crea con le altre persone, che nel frattempo conseguono quei traguardi come il lavoro o la famiglia che sono riconosciuti come traguardi chiave dalla società. Forse l’aspetto più grave è che, nel frattempo, il tempo scorre e non c’è modo di recuperare quello sprecato a non fare niente: si può solo cercare di usare meglio il tempo che ci rimane ma, spesso, ci rendiamo conto di questo fatto solo quando siamo oltre i 30 anni, non prima, quando il danno è già stato fatto.

Le cause principali del blocco sono sempre e solo due: o un eccesso di informazione e di opzioni, o il suo opposto e dunque la scarsità totale di informazioni ed alternative realmente percorribili. Il fenomeno si nota maggiormente soprattutto riguardo il lavoro e l’occupazione.

Quanto segue è quello che voglio suggerire a chi si trova in questa situazione davvero poco piacevole, entro i limiti di un blog.

Innanzitutto, fermati e cerca di capire perché sei bloccato: troppe scelte e/o poche informazioni? O entrambe le cose?
Se sei davanti ad un problema di infobesità ed eccesso di informazioni, allora devi smettere di fare ciò che stai facendo o rallentare il più possibile in modo da darti il tempo di ascoltare te stesso a livello profondo, riscoprire il tuo vero sé e ritrovare la direzione da prendere.
Se invece sei bloccato proprio per mancanza di ispirazione e di informazioni, allora attivati per colmare tutte le tue lacune informative leggendo, confrontandoti con amici e colleghi, seguendo professionisti del settore sia su internet che in eventi dal vivo ed andando ovunque tu possa ottenere un arricchimento per il tuo scopo specifico. Se non sei consapevole di quello che fai, non puoi prendere realmente nessuna scelta ma ti stai solo affidando alle tue sensazioni di pancia: sono molto importanti ma pur sempre incomplete.

Un utile esercizio è quello di prendere un foglio di carta, posizionare te stesso (o te stessa) al centro ed iniziare a disegnare sul foglio tutte le tue opzioni e le relative domande o aree buie che devi ancora scoprire. Per ogni opzione scrivi un elenco dei pro e contro usando due colori diversi (come il verde per i pro ed il rosso per i contro) e scatena la tua creatività per realizzare la tua mappa personalizzata sulla tua vita presente e futura. Inserisci colori, forme, grafici (un esempio potrebbe essere dare anche un “peso” ai pro ed ai contro con dei pallini: uno per le cose poco importanti, due per quelle mediamente importanti e tre per quelle molto importanti, dato che anche la qualità conta e non solo la quantità) ed ogni cosa che pensi possa esserti utile. Sentiti libero anche di adottare un approccio minimale, con le sole informazioni essenziali che ti occorrono. L’importante è che proietti quello che hai dentro sul foglio di carta davanti a te, perché questo esercizio ti aiuterà a schiarirti le idee, ad aumentare la tua consapevolezza e a rafforzare la tua capacità di prendere decisioni.

Ti allego qui un’immagine intenzionalmente scarna, perché voglio che sia tu a tirare fuori quello che hai dentro secondo la tua personalità, senza farti influenzare da modelli realizzati da altre persone – magari totalmente lontane da te.

Capita però anche che, nonostante tutti gli sforzi, alcune persone proprio non sappiano decidersi e restino ancora in una fase di stasi, come in un limbo. So che quello che sto per dirti può sembrarti estremo ma se davvero hai provato di tutto ed ancora ti ritrovi bloccato e non sai che fare, allora tira una moneta ed affidati al caso. Oppure fai una cernita delle tue opzioni meno-peggio e prendine una che sia!
Non importa se non è esattamente la migliore in assoluto, nessuno di giudicherà o ti biasimerà per questo: nel tuo caso, iniziare a fare qualunque cosa è molto meglio che non fare assolutamente niente! Questo è l’unico caso in cui prendere una scelta qualsiasi (anche se non è la migliore in assoluto per te tra quelle che puoi) è, in realtà, la tua scelta migliore. Perché se non lo fai, il tempo passa e ti ritroverai ad aver sprecato tantissimo tempo ad interrogarti su come utilizzare al meglio il tuo tempo, e questo è un lusso che nessuno può permettersi.

Prendi una decisione e restaci fedele il tempo che basta per sperimentare!
Avere un lavoro qualsiasi, anche se non perfetto, è meglio che non avere nessun lavoro; fare uno sport qualsiasi è molto meglio che restare ad ingrassare davanti alla TV mangiando cibo spazzatura, iniziare a frequentare altre persone e conoscerle è meglio che restare da soli aspettando che arrivi il principe azzurro o la donna perfetta dal cielo.

Se la coerenza è un pregio, solo gli stolti non cambiano mai idea e lo stesso devi fare tu per trovare il tuo equilibrio: solo iniziando a fare qualcosa puoi capire se ti appassioni oppure no e se vale la pena continuare. Non fare nemmeno l’errore di mollare alle prime difficoltà però, perché devi darti il tempo necessario a capirti e qualunque tempo speso a fare esperienza e a vivere è sempre ben speso.
In sostanza, inizia a vivere!

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Scrivere un CV realmente efficace

Caro lettore o lettrice, condivido con te su questo blog un articolo che ho scritto per il mio sito web professionale: normalmente tendo a tenere separati il lavoro (e dunque il mio sito) dalle considerazioni personali (e quindi dal mio blog) ma in questo caso faccio volentieri un’eccezione perché avere un CV è un elemento essenziale per il proprio lavoro e dunque per il proprio successo personale, coerentemente con l’articolo precedente, che viene spesso sottovalutato dato che “in ItaGlia c’è la crisi, solo mafia e corruzione e solo gli accozzati hanno i lavori migliori”. Anche se indubbiamente una parte dell’Italia è così, c’è tutto il resto dell’Italia basato su imprese indipendenti dove le capacità dei talenti sono determinanti per il successo, per non parlare del resto del mondo dove c’è indubbiamente un approccio più meritocratico (anche se non tutto è rose e fiori come spiegato sul mio precedente articolo su Londra ed il Regno Unito).

Molti candidati (e finti professionisti) che giustamente tengono al proprio curriculum vitae spesso sbagliano già in partenza e realizzano il proprio CV come un registro completo di ogni esperienza lavorativa e formativa, spesso utilizzando dei “fossili viventi” come il formato europeo e l’Europass – occasionalmente richiesti ancora dalle pubbliche amministrazioni o da imprese culturalmente arretrate: queste persone otterranno dei veri e propri “mattoni” di oltre 4 pagine – ne ho visti anche di 10 ed oltre – che avranno un pessimo impatto su chi li leggerà.

Se la tendenza di molti candidati è quella di scrivere il più possibile per valorizzare la propria esperienza e competenze, chi legge il CV invece apprezza la capacità di sintesi  e di andare al punto: se un candidato non sa fare nemmeno questo è improbabile che sappia svolgere altri incarichi lavorativi.
In particolare, i responsabili della ricerca e selezione del personale (sia quelli interni che i consulenti esterni) possono ricevere anche diverse centinaia di candidature per ogni singolo ruolo vacante e pertanto dedicano in media 10 secondi alla prima lettura di ogni CV prima di decidere se metterlo nella pila degli scarti o in quella degli approfondimenti, pertanto il tuo CV deve essere in grado di comunicare le corrette informazioni durante quel ristretto lasso di tempo e consentirti di superare ogni fase sino alle interviste faccia a faccia.
Infatti è questo lo scopo del tuo CV: garantirti interviste, non contenere il riassunto completo della tua vita che nessuno leggerà!

Come già stai capendo da queste righe, non si tratta di un procedimento semplice ed infatti ci sono sempre più candidati che pagano per ottenere il vantaggio di avere una scrittura o revisione professionale del proprio CV: spesso si tratta di pacchetti completi, che includono la lettera di presentazione, il profilo di LinkedIn, l’intervista di orientamento e la consulenza per le interviste lavorative, il tutto per poche centinaia di euro. I candidati con un CV scritto professionalmente sono molto più competitivi degli amatori ed infatti loro possono trovare lavoro prima e meglio, anziché massacrarsi inviando 1000 CV sperando che ne vengano letti 100, tenuti in considerazione solo 10 per una intervista dal vivo e che ci scappi un posto di lavoro come fanno tutti gli altri.

Grazie alla mia professione di psicologo del lavoro, coach ed esperto in selezione del personale arricchita dall’esperienza a Londra, sono tra i pochissimi in Italia in grado di  realizzare un CV perfetto, altamente efficace per gli standard inglesi ed italiani – così come di adattare i CV italiani per gli standard britannici – e ad essere aggiornato sulle tecniche più moderne, come  l’innovativo CV da una sola pagina, in alcuni casi ancor più efficace.

Per farti capire la differenza con i CV scritti da amatori, permettimi di mostrarti 5 livelli di efficacia di un CV.Molti raggiungono solo il 3 o il 4!

  1. Nullo: è quello di chi non sa mettere quattro parole in croce e si troverà la foto del proprio CV (opportunamente censurato) su LinkedIN come barzelletta per far ridere i colleghi.
  2. Minimo: è un CV che contiene un semplice elenco delle esperienze professionali e formative del candidato, solitamente troppo lungo e pieno di errori nel design che lo porteranno ad essere immediatamente censurato nel 99% dei casi.
  3. Medio: è un CV statico e passivo, scritto correttamente ma senza nessuna direzione o elemento di valore, probabilmente con uno stile o formato obsoleto, dove tu speri che il datore di lavoro sia così sveglio da cogliere il tuo grande talento e che ti assuma. Peccato che altri candidati, magari meno bravi di te, sapranno soffiarti le interviste con un CV scritto meglio del tuo.
  4. Discreto: è come il precedente, ma privo di tutti gli errori più comuni grazie alle guide disponibili sui siti web dei vari siti di annunci di lavoro o di agenzie di ricerca del personale.
  5. Massimo: è un CV dinamico e proattivo in grado di mostrare in prospettiva al datore di lavoro il contributo che tu puoi dare al suo business grazie alle tue esperienze passate, ordinate in modo mirato e coerente verso un obiettivo. Si tratta di un CV scritto per colpire il lettore sia a livello emotivo che logico-razionale, sfruttando al massimo quei famosi 10 secondi per farti andare avanti.

Come vedi, c’è una differenza enorme tra il 5 livello e tutti gli altri e, se sei furbo e sei in cerca di lavoro – magari perché il tuo contratto sta per terminare – avrai già capito che un servizio professionale saprà darti un vantaggio radicale sui tuoi concorrenti.
Mi rendo conto però che c’è anche chi arriva a fine mese con i soldi contati, che vorrebbe il servizio professionale non può proprio permetterselo. E non è questione risparmiare evitando di uscire il sabato per un paio di settimane perché magari si tratta persone emancipate che affrontano da sole la vita ed i suoi costi, magari con una famiglia a carico, ed è dura anche solo spendere 30 euro in più al mese.
Per tutti loro ho deciso di condividere qui quei consigli chiave per scrivere un CV altamente efficace che solo i veri professionisti veri conoscono. Siccome realizzare un CV dinamico di alto livello è un’arte che richiede esperienza, sappi che con il fai-da-te non potrai ottenere la stessa qualità che potrebbe darti un professionista come me ma ti aiuterò ad andare comunque oltre il livello “discreto”. Se poi mi vuoi ingaggiare come coach professionista per riscriverti il tuo CV, sono a tua disposizione.

Dunque, ecco quindi 10 consigli per avere il massimo dal tuo Curriculum Vitae, che si sommano alle informazioni già presenti sul web.

  1. Informati su quali sono le leggi e la cultura della nazione in cui vuoi farti assumere: potrebbero essere diverse dalla tua. Ad esempio, una foto professionale sul CV è apprezzata in quasi tutta l’Europa tranne che nel Regno Unito: ciò avviene perché la foto, se inserita correttamente, aiuta a mostrare qualità personali come professionalità ed ordine ma in UK ciò può costituire un elemento discriminatorio nei processi di selezione, ragion per cui i CV con la foto vengono cestinati quasi regolarmente senza essere nemmeno letti. Inoltre, può essere essenziale inserire la declaratoria sulla privacy: in Italia è “Autorizzo il trattamento dei miei dati personali, ai sensi del D.lgs. 196 del 30 giugno 2003”.
  2. Crea il tuo formato personalizzato e non copiare dei modelli o template disponibili altrove, che renderebbero il tuo CV anonimo. Usali come esempio! A tal riguardo, niente colori: il CV deve essere quanto di più semplice e leggibile esista, ogni elemento grafico che intralcia la lettura va rimosso, così come eventuali colori che rendono più scomoda e costosa la stampa. E’ un elemento di classe.
  3. Massimo 2 pagine, tre per i ricercatori che devono includere anche l’elenco delle loro pubblicazioni.
  4. Assoluto ordine e leggibilità: il tuo CV deve contenere l’essenziale, inserisci solo i tuoi recapiti e l’indirizzo prima di procedere con le esperienze di lavoro. Tutto il resto ti verrà chiesto successivamente. Elimina anche eventuali dati che possono discriminarti in base all’età e cerca di sfruttare bene tutto lo spazio a disposizione. Spezza le tue descrizioni in un elenco puntato con frasi dirette ed efficaci che terminano in una sola riga.
  5. Crea un’introduzione di massimo 5 righe, che deve dire chi sei, cosa vuoi fare, che contributo porti e perché dovrebbero considerarti: ricordati che le imprese non assumono le persone per i loro titoli o competenze, ma per la loro abilità di risolvere problemi, semplici o complessi che siano.
  6. Rendi coerenti le tue esperienze per andare in una sola direzione: ognuno di noi ha svolto tanti lavori e capita che, per necessità, si siano svolte esperienze in apparenza non coerenti tra di loro. In realtà esiste un filo conduttore che può legare queste esperienze per mostrare la crescita professionale di un individuo, dato anche dalle competenze trasversali. Il segreto è includere nel tuo CV solo gli elementi del tuo passato che sono coerenti col futuro ruolo professionale che vuoi raggiungere. Se ad esempio hai poche esperienze ed hai lavorato in un ristorante e vorresti candidarti per un ruolo d’ufficio, non perdere tempo ad elencare i lavori da cucina che hai svolto ma focalizzati sulle tue capacità relazionali, organizzative e di informatica (ad es. “ho gestito la contabilità e realizzato i menù e la pubblicità del ristorante con la suite Microsoft Office”) che sono trasferibili al nuovo lavoro e che rappresentano un valore per chi potrebbe assumerti. Se un vecchio lavoro non ha niente da offrire con il nuovo, puoi considerare di inserirlo solo per ottimizzare il riempimento del tuo CV e per colmare quello che potrebbe essere male interpretato come un periodo di inattività, senza dilungarti nella sua descrizione.
  7. Utilizza parole potenti, parole chiave e frasi descrittive: quando scriviamo un CV, spesso tendiamo a limitarci con le parole per modestia ma questo non è funzionale in un mercato competitivo. Quando siamo veramente bravi in qualcosa, dobbiamo avere il coraggio di scriverlo utilizzando parole come “eccellente, eccezionale, ottimo, perfetto” etc. e di dimostrare la nostra abilità (come vedremo sotto). Inoltre, limitarsi ad elencare le proprie competenze è molto diverso dall’utilizzare frasi capaci di raffigurarci e di dare di noi l’immagine del lavoratore che il datore di lavoro vorrebbe. Ad esempio, se un recruiter confronta due CV simili e nel primo vede “operaio di magazzino abilitato all’utilizzo di carrelli elevatori” e nell’altro legge “esperto nella gestione dei magazzini ed eccellente guidatore di carrelli elevatori, capace di maneggiarli con precisione anche in spazi ristretti come dimostrato da oltre 2000 ore di guida con un record di 0 incidenti” è chiaro che il secondo CV verrà considerato per la posizione aperta mentre il primo no. Ci sono inoltre parole come “gestire, guidare, sviluppare ecc.” che sono particolarmente efficaci nello stimolare l’immaginazione e dunque l’aspetto emotivo del datore di lavoro o del recruiter, in quanto hanno un significato profondo e dinamico oltre che descrittivo ed implicano partecipazione, passione, responsabilità ecc. Le parole chiave sono poi quelle che vengono più comunemente utilizzate dai recruiter per effettuare ricerche online o tramite gli archivi digitali di CV: queste variano per ogni lavoro e si possono identificare con facilità confrontando vari annunci di lavoro per posizioni simili sui vari siti di annunci di lavoro. L’errore più comune a tal riguardo è quello di utilizzare frasi fatte altamente inflazionate come “grande lavoratore con 10 anni di esperienza,onesto ed affidabile” che sono vuote e rappresentano elementi che si danno per scontanti, a meno che non siano accompagnati da traguardi tangibili e non siano coerenti con un particolare lavoro. Altre parole rischiose sono “risolutore di problemi, altamente motivato e con grandi doti comunicative ecc.” perché sono generiche e vaghe se non sostenute da fatti ed adeguatamente contestualizzate.
  8. Cita e quantifica i tuoi traguardi: è importante quantificare il più possibile ogni traguardo conseguito. Per “traguardi” (achievements) non si intendono solo elementi come la laurea, fatti eclatanti o l’aver conseguito particolari guadagni ma anche altri elementi che caratterizzano il lavoro svolto. In molti casi si può trattare anche di cose semplici che però sono estremamente impattanti: nel precedente esempio, le 2.000 ore di guida senza incidenti sono un ottimo traguardo quantificato. Nel settore vendite sono sia i guadagni conseguiti per una compagnia che la percentuale con cui si superano i risultati mensili o annuali attesi, in altri casi si possono inserire il variabili come il numero dei pazienti trattati, la soddisfazione dell’utenza, i premi e riconoscimenti ricevuti, incarichi e responsabilità e così via. Ci sono traguardi quantitativi che è più facile quantificare perché sono facilmente traducibili in numeri, altri invece che sono di natura più qualitativa e dove ci vuole più stile e l’utilizzo delle parole potenti precedentemente citate.
    In alcuni casi, specialmente quando ci sono determinati traguardi che sono particolarmente importanti per un determinato lavoro, è bene scriverli in uno spazio dedicato mentre in tutti gli altri casi essi sono la descrizione di oggi lavoro che viene citato nel CV: in altri termini, il proprio CV deve essere strutturato utilizzando i propri traguardi per raccontare ciò che è stato fatto in precedenza per mostrare al futuro datore di lavoro il contributo concreto che si può portare.
  9. Non mentire, mai. In tantissimi tendono a dipingersi migliori e più grandi di come si è in realtà, pensando che più grande e forte sia anche meglio. Questo è un errore madornale per i seguenti motivi: le imprese hanno bisogno sia di lavoratori giovani che di quelli anziani ed esperti; mentendo si creano aspettative che andranno poi mantenute e si portano elementi che potrebbero essere smentiti quando il datore di lavoro verificherà le tue referenze e le tue qualifiche, motivi per i quali si rischia il licenziamento o peggio. L’unica bugia bianca concessa è quella di includere nel lavoro più recente alcune delle competenze o capacità realmente possedute e richieste dal lavoro per il quale ci si propone: questo serve ad ovviare al problema di molti recruiter che, in quei famosi 10 secondi di attenzione, tendono a guardare soprattutto l’ultimo lavoro svolto e ad ignorare precedenti esperienze di lavoro.
  10. Adatta il tuo CV ai singoli annunci. Una buona regola è quella di modificare leggermente il proprio CV, andando a rimuovere le frasi o le parole non coerenti con il nuovo lavoro, sostituendole con altre che lo sono. In particolare, è utile ricalcare il lessico e la terminologia utilizzati dall’annuncio di lavoro e dalla relativa job description (descrizione lavorativa) in modo da aderire il più possibile alle aspettative del recruiter. Attenzione a non mentire: il lavoro consiste nel prendere dal nostro passato solo ciò che serve per il nuovo lavoro.

Quello che segue è uno schema su come io ho ordinato ed impostato il mio CV:

CV italiano

Ci sarebbe molto altro da dire, ma si tratta di elementi di contorno. Ad esempio, oltre a verificare l’assenza di errori di grammatica e di battitura, è utile inserire un indirizzo email professionale ( marta.rossi@xyz.com è infinitamente meglio che stellinadolce@xyz.com, così come è utile dare un nome distintivo al file che vada oltre al nome e cognome, ma sono elementi complementari che sono meno importanti dei 10 punti prima citati. Altro accorgimento è quello di indicare che si hanno referenze pronte, ma non indicarle direttamente nel CV per evitare che i vari recruiter vadano ad importunare i tuoi referenti prima del dovuto, magari per niente. Riguardo gli hobbies, è solo una riga che però può dare un tocco utile per far emergere la tua personalità, meglio ancora se i tuoi hobbies sono coerenti con il lavoro per il quale ti candidi o denotano capacità trasversali come di leadership o di lavoro in gruppo. Nel mio CV, ad esempio, c’è scritto che amo suonare in gruppo per tutti i motivi qui citati.

LinkedIN: è uno strumento per la ricerca di lavoro molto importante, che consente di sviluppare contatti, di condividere le proprie referenze e di farsi trovare dai cacciatori di teste. Tuttavia, il profilo di LinkedIN funziona contro il candidato se non è realizzato a regola d’arte: grosso modo funziona come il CV e deve essere realizzato in modo snello, coerente, con le parole chiave necessarie e secondo un approccio fattuale che sia coerente col proprio CV. I seguenti sono ottimi consigli per LinkedIN:

  1. Utilizza lo spazio per l’introduzione per dare una descrizione di te che mostri passione, fatti, competenze e la direzione in cui vuoi andare.
  2. Spezza i vari contenuti degli altri paragrafi in brevi elenchi puntati
  3. Cancella contatti che non conosci e che non sono utili per lavoro: serviranno solo ad appesantire lo strumento
  4. Contatta i recruiter che lavorano come cacciatori di teste e cerca di instaurare con loro un rapporto umano prima di parlare di lavoro
  5. pubblica con regolarità contenuti interessanti e mantieni una vita attiva nei gruppi di discussione del tuo settore: aiuta a crescere e a farsi notare

Lettera di presentazione: è l’ideale complemento al CV. Questa deve essere scritta in modo estremamente formale e passionale al tempo stesso, con uno stile educato che faccia emergere al tempo stesso anche la propria personalità ed interesse per il ruolo e la compagnia. L’errore più comune è quello di sottovalutare l’importanza della lettera di presentazione o di scriverla in modo disordinato e sbrigativo, troppo lunga e piena di errori, oppure ricopiando i contenuti del CV in forma discorsiva.

Quando possibile, la lettera va intestata al recruiter e alla compagnia che assume, altrimenti va intestata al datore di lavoro o a chi si occupa della selezione e ricerca del personale. Il corpo della lettera invece va idealmente strutturato nel seguente modo:

  1. Una breve frase introduttiva che citi il nome della posizione lavorativa vacante, il suo codice identificativo e dove avete visto l’offerta di lavoro.
  2. Un’altra breve frase che spiega chi sei, perché sei interessato a quel lavoro e perché dovrebbero considerarti.
  3. Vari blocchi che ricollegano al tuo CV e spiegano più in dettaglio perché dovrebbero chiamarti per un’intervista, ad esempio spiegando che valore puoi portare all’impresa citando i precedenti traguardi oppure, nel caso del cambio di carriera, come le tue precedenti esperienze abbiano contributo a creare competenze trasferibili per il nuovo lavoro.
  4. Se sono presenti determinati requisiti nell’annuncio di lavoro, illustra brevemente come li soddisfi
  5. Una frase conclusiva che ribadisca il nome della compagnia che assume, il tuo interesse e la tua disponibilità ad iniziare immediatamente e/o a trasferirti in zona.

La ricerca di lavoro va svolta utilizzando più canali simultaneamente:

  • il passaparola
  • i siti per gli annunci di lavoro come Monster o Indeed
  • i siti delle imprese presso le quali si vuole lavorare senza passare tra gli intermediari
  • le agenzie interinali e di ricerca e selezione del personale
  • in modo passivo, lasciando il proprio CV disponibile sui vari siti di ricerca di lavoro e LinkedIN, aggiornandoli costantemente per i cacciatori di teste

Questo perché ogni strumento è importante e reagisce in modo diverso. L’ideale è contattare i cacciatori di teste, ricordandosi però che loro lavorano per le imprese e non per i candidati, sempre importanti perché sono il prodotto da vendere alle imprese: sono queste ultime che pagano, non i candidati. Questi ultimi operano in modo un po’ diverso rispetto ai responsabili interni del recruitment, in quanto gli specialisti interni valutano i candidati anche in base al loro potenziale mentre i cacciatori di teste cercano i candidati che più si avvicinano al profilo ideale richiesto dai loro clienti. Bisogna quindi massimizzare tutti i propri canali per trovare lavoro, per prima cosa preparandosi alla ricerca passiva del lavoro (agenzie, CV online, LinkedIN) e poi a quella proattiva (rispondere agli annunci, contattare le imprese e fare networking) mentre i canali passivi lavorano per te.
A tal riguardo, è molto importante rispondere agli annunci di lavoro solo quando si vede che c’è una compatibilità tra sé stessi ed il candidato ideale almeno del 70 od 80%: raramente esiste il candidato perfetto ed infatti se si dimostra di avere le qualità di base e le capacità per migliorarsi e crescere dentro l’impresa, allora il proprio CV verrà accolto positivamente ed aumenteranno esponenzialmente le capacità di essere chiamati per un’intervista. Se invece si inizia ad inviare il proprio CV all’impazzata rispondendo a qualunque annuncio sperando di essere presi, allora si sta sprecando il proprio tempo così come quello dei recruiter, compromettendo la propria reputazione e possibilità future, danneggiando anche gli altri candidati.

Dubbi? Domande? Come sempre sono a tua disposizione.

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6 consigli pratici per essere vincenti in tempi di crisi

Nonostante l’era difficile e di crisi, nel mondo c’è ancora tanta bellezza: tante persone conducono una vita di benessere e continuano ad innovare ed a vincere battaglie importanti sia per sé stessi che per fare del mondo un posto migliore. Per quanto la situazione sia difficile, il futuro non è ancora scritto ed un’inversione di tendenza è sempre possibile: essa parte dal cambiamento individuale di ciascuno di noi, secondo la propria strada ed il proprio proposito nella vita.

Preso atto delle difficoltà e dei problemi del nostro secolo, cosa fare per avere una vita felice e cosa caratterizza quelle persone che ci riescono nonostante le difficoltà?
Preciso che la felicità è sempre soggettiva e che il benessere economico non può esserne escluso perché viviamo in una società in cui il “vile” denaro è essenziale per soddisfare i nostri bisogni primari (vitto, alloggio) ed avanzati (vita sociale, una famiglia).
Dunque, se per “vittoria” nella vita intendiamo la capacità di essere felici e soddisfatti (a prescindere dal solo successo economico), cosa distingue i vincenti dai falliti?

Parlando di “vincenti”, noi tutti conosciamo delle persone che lavorano a tempo pieno e che trovano il tempo di dedicarsi anche ad altro, come suonare uno strumento, andare in palestra, fare del volontariato, comprare del cibo sano, gestire una relazione sentimentale piena di significato, scrivere un blog e girare mezzo mondo.

Queste persone si chiamano “super-achievers” (dall’inglese “to achieve”: raggiungere, ottenere, conquistare) e sono persone che hanno lo stesso tempo a disposizione di tutti gli altri, lo stesso numero di ore nel corso della giornata ma, in qualche modo, sembra che riescano a fare sempre di fare di più degli altri. E non è questione di dormire meno. Come fanno?
Come psicologo e coach, ho supportato centinaia di persone durante la mia carriera e, con gli stessi strumenti, ho “studiato” il comportamento di tante altre persone famose di successo: confrontandomi con la letteratura disponibile e con altri professionisti del mio settore, posso confermare 5 punti che sono essenziali per diventare un super-achiever.

1) Essere al 100% focalizzati ed impegnarsi al massimo.

L’impegno conduce alla grandezza, qualunque cosa facciamo. Ed i massimi talenti al mondo, quando lavorano, sono estremamente concentrati su quello che stanno facendo. Essere “focalizzati” va interpretato in due modi:

  • essere concentrati e sempre attenti sull’obiettivo, sia quando lavoriamo che a lungo termine, nella vita.
  • proporsi al mondo come i migliori nel proprio settore di specializzazione, schierandosi e prendendo una posizione. Per quanto si possa essere abili in più di una cosa, non si può essere “specializzati in 2 o più cose”, perché è un paradosso. Più si cerca di essere dei generalisti, meno si viene considerati. Più si cerca di piacere a tutti, più si viene ignorati dalla massa. Più si dividono le nostre energie in cose diverse, meno si diventa abili in un dato settore.

Quando ci sentiamo smarriti e sentiamo la mente vacillare, dobbiamo sempre ricordarci per quale motivo stiamo lavorando sodo e cosa vogliamo ottenere e dobbiamo crearci dei sistemi per non scordarcelo mai, come stare con le persone giuste e avere letteralmente il nostro obiettivo sempre davanti agli occhi.

2 – Evitare il multitasking e le distrazioni
Noi non siamo fatti per fare più di una cosa al tempo stesso. Anche se può sembrare che a volte sia l’opposto (es. guidare la machina implica diverse sotto-azioni come gestire i pedali, il volante, etc.) in realtà si tratta di azioni che fanno parte di un unico insieme e non è un vero multi-tasking.

Di fatto, quando lavoriamo, dobbiamo concentrarci solo su una cosa e farla al meglio delle nostre possibilità: alcune cose in apparenza innocue come le email o i messaggini su Whatzapp o Facebook sono deleteri e distruggono la nostra concentrazione. Il problema è così serio che molte imprese addestrano i propri dipendenti a controllare la mail solo durante intervalli or orari prestabiliti (ad es. all’arrivo ed un’ora prima di lasciare il posto di lavoro) proprio per impedire costanti distrazioni.

Quando cerchiamo di lavorare in multitasking, ovvero facendo più cose allo stesso tempo, inevitabilmente non possiamo mettere il massimo della nostra concentrazione in quello che stiamo facendo: diventa molto più probabile incorrere in errori anche gravi ed il tempo che ci serve per completare un progetto aumenta notevolmente.

Per lo stesso motivo, è deleterio consentire alle persone – anche amiche – di interromperci in continuazione, anche per cose da poco: che sia un familiare, la fidanzata, il miglior amico o un collega che arriva con una semplice richiesta in apparenza di pochi secondi, ci vogliono circa 20-25 minuti per rientrare in uno stato di piena concentrazione ed efficienza lavorativa.

Dunque, alcune buone prassi sono quelle di disattivare internet sul cellulare per bloccare le notifiche sino alle pause prestabilite, non tenere il client email (come Outlook o Thunderbird) aperto tutto il tempo sul computer mentre si lavora ad altro e stare in uno spazio tranquillo e silenzioso, lontano dalle persone sinché si deve lavorare.

3 – impedire alle emozioni negative di consolidarsi e crescere

Le emozioni sono una parte essenziale della nostra vita e della nostra umanità: ci ispirano, ci motivano e danno senso alle nostre scelte. Senza le emozioni non gioiremmo dei nostri successi né avremmo alcun interesse a compiere alcuna decisione, scadendo nell’apatia. Tuttavia, può capitare di consentire a certe emozioni negative, quali frustrazione, rabbia, delusione o vergogna – di crescere dentro noi stessi. Più queste crescono, più aumenta la pressione e prima o poi esploderanno, come l’acqua che bolle in una pentola o il magma che erutta da un vulcano per via della pressione dei gas al suo interno.

Prima o poi, tutti quei sentimenti repressi dovranno trovare uno sfogo e spesso è malsano, perché ci portano a sfogarci col cibo-spazzatura, a rincitrullirci davanti alla televisione o coi videogiochi pur di non pensare e così si finisce per perdere delle occasioni importanti, per aumentare il senso di frustrazione, la stanchezza e la paura di affrontare la montagna di lavoro che intanto si è accumulata, per non parlare della disistima verso noi stessi.

Per questo motivo è molto importante avere sempre una sana valvola di sfogo e condurre una vita bilanciata, dove si lavora sodo e poi c’è il tempo per dedicarsi ai propri hobbies e alle persone care. Certamente vanno bene la corsa, la meditazione, l’incontro settimanale con un coach, uscire con gli amici o scaricarsi in palestra ma, in ultima analisi, è un discorso soggettivo e non c’è un sistema che va bene per tutti: ognuno deve trovare il proprio.

Saprete che non sta funzionando quando vi rendete conto che siete drogati di lavoro, che vi sentite in colpa quando non studiate o non lavorate anche se vi state già spaccando la schiena e che state perdendo passione per ciò che volete fare, assieme al vostro punto di vista finale.
Saprete invece che sta funzionando quando si avverte un profondo senso di liberazione e di sollievo, come quando ci si libera le spalle da un grande peso e ci si sente leggeri, sereni e pronti per affrontare le sfide successive.

4 – Frequentare altri super-achievers

Noi tutti abbiamo bisogno di essere costantemente stimolati ed ispirati e stare con le perone giuste è importantissimo per essere di successo. Ma eliminare le persone negative, che ci demotivano e ci danno un cattivo esempio non basta! E nemmeno stare con perone positive che ci incoraggiano e supportano ma che non sono super-achievers. Bisogna stare con loro il più possibile, cercando costantemente di salire di livello, facendosi ispirare ed ispirandole a loro volta, creando un circolo virtuoso che produce una grandissima “energia” positiva – sì lo so che scientificamente non significa niente, ma quando vi sentite “carichi ed ispirati” allora è probabile che stiate frequentando le cerchie giuste.

Con questo non dico di tagliare i ponti con gli affetti e con le altre persone, ma solo di essere consapevoli riguardo alle persone con cui si sceglie di trascorrere la maggior parte del nostro tempo.

5 – Essere consapevoli di chi e cosa siamo: agire secondo i propri valori.

Come scrisse il poeta Douglas Malloch, “sii il meglio di ciò che puoi essere”.
Come scrisse Martin Luther King:

Se non puoi essere un pino sul monte, sii una saggina nella valle,
ma sii la migliore piccola saggina sulla sponda del ruscello.
Se non puoi essere un albero, sii un cespuglio.
Se non puoi essere una via maestra sii un sentiero.
Se non puoi essere il sole, sii una stella.
Sii sempre il meglio di ciò che sei.
Cerca di scoprire il disegno che sei chiamato ad essere, poi mettiti a realizzarlo nella vita.

Ciò è per ricordare che anche quelle persone così determinate che ci appaiono incredibili super-achievers davvero degni di ammirazione e che desideriamo eguagliare sono, in realtà, persone normali con pregi, difetti e paure, solo che sono estremamente focalizzati in quello che fanno e hanno avuto il coraggio di andare avanti, accettando il rischio e cercando di essere il meglio che possono essere e senza cercare di copiare gli altri.
Bisogna essere sé stessi nella vita, non cercare di essere qualcun altro! Il che non è una scusa per non cercare di migliorarsi costantemente.
Anche nel commercio le imprese nate come “cloni” indifferenziati di altre imprese di successo, nel tentativo di copiare i prodotti di altri e rivenderli, non sono mai andate lontano.
Piuttosto che mirare alla perfezione assoluta, che non è umana, dobbiamo puntare al nostro record personale e a dare il massimo di noi stessi e ognuno di noi sarà sempre un successo.

Ma ciò non basta. Ci sono persone estremamente focalizzate, che raggiungono anche traguardi importanti e che però sono infelici e, per tanto, non si possono considerare dei super-achievers: per il senso del dovere o per colpa delle aspettative che gli altri ripongono in noi, possiamo compiere dei sacrifici grandissimi. Ho visto più di una persona che, per compiacere i propri genitori, ha completato gli studi universitari in tempo record e col massimo dei voti per poi dire “mi fa schifo: non posso fare questo per il resto della mia vita”. Ciò vuol dire o subire le conseguenze delle proprie azioni ed auto-condannarsi ad una vita di infelicità senza cercare di cambiare, oppure dover ripartire da zero dopo aver investito tanto del proprio tempo per niente, o quasi.

Il tempo è l’unica risorsa nella vita che non possiamo recuperare e, prima ci rendiamo conto di questo fatto, prima iniziamo ad usarlo più saggiamente, investendolo più correttamente in azioni e con persone.
Per questo motivo non possiamo sprecarlo facendo cose che non sono in linea con i nostri valori morali, con le nostre linee guida: se agiamo in coerenza con la nostra natura e con i nostri valori, troveremo sempre la passione per fare bene le cose e per restare concentrati, diventando più facilmente dei super-achievers a modo nostro.
Se invece agiamo secondo le aspettative ed i desideri di qualcun altro o forzandoci ad essere ciò che non ci piace, saremo noi i primi a creare degli ostacoli sul nostro cammino anziché risolvere quelli che la vita ci metterà davanti spontaneamente.

6 – Metodo e flessibilità

Se la passione, la concentrazione, il supporto di un gruppo e l’auto-consapevolezza sono essenziali per essere dei super-achievers, non sono gli unici elementi.

Bisogna saper pianificare il proprio percorso, senza essere troppo rigidi: da un lato la vita può essere così imprevedibile che essere ferrei e rigidi nel proprio percorso può ingabbiarci e portarci a scelte infelici perché ci impedisce di adattarci al futuro che arriva.
Dall’altro, senza una pianificazione efficace non possiamo individuare i passi intermedi necessari per raggiungere i nostri obiettivi a lungo termine.
Un esempio molto semplice: per intraprendere un qualunque lavoro bisogna necessariamente avere tutte le qualifiche richieste, che si ottengono dando gli esami necessari, che si ottengono solo studiando, che si ottiene solo mettendosi ogni giorno a fare il proprio lavoro (da studente, universitario o per un corso professionale).
Il consiglio è quello di dividere le cose da fare in piccoli “passi” concatenati, ordinati in una sequenza logica, che ci portano a raggiungere il risultato desiderato.

Quando decidiamo di fare qualcosa, qualunque cosa, ci serve un metodo a prova di bomba! Il che può implicare anche di dover fare grandi rinunce per raggiungere i nostri obiettivi. Perché non basta desiderare ardentemente qualcosa, ma conta solo ciò che siamo disposti a fare per farla diventare realtà: non mi stancherò mai di ripetere questa frase così vera.
Ad esempio, se per alcune persone la felicità nella vita è fortemente collegata con la propria professione, per alcuni può essere necessario spostarsi dalla propria città natia o nazione – come ho fatto io.

Inoltre, se la base è “crederci”, bisogna farlo su solide convinzioni, tutt’altro che campate per aria, come hanno fatto i più grandi imprenditori della storia, da Steve Jobs a Walt Disney, giusto per citarne due. Loro hanno raggiunto i loro obiettivi perché avevano capito come la loro idea poteva risolvere i problemi delle persone e soddisfare i loro desideri, mantenendo un forte contatto con la realtà circostante. Mentre altri, che pure hanno creduto tanto nelle proprie idee, non avevano alcun progetto concreto ma soltanto tanti bei sogni che non sono mai diventati realtà! E infatti non sono mai passati alla storia, perdendo tutto.
Ci sono poi quelli che non hanno mai creduto in sé stessi, che non hanno mai avuto il coraggio di osare e di rischiare e hanno sempre cercato la strada più sicura per la paura di non riuscire a rimettersi in piedi dopo essere caduti in seguito ad un primo sbaglio. Perché capita anche si fallire, ma ciò non è una scusa per non rimettersi in piedi e riprovarci con l’esperienza accumulata.

Allo stesso modo, quando decidiamo di fare qualcosa di importante per la nostra vita, dobbiamo chiederci:

  • Voglio davvero farlo?
  • Ho le capacità per farlo?
  • Il contesto attuale mi consente di farlo?

Indubbiamente, è vero che la volontà si vede nel tempo, le capacità si acquisiscono e si sviluppano con la pratica e, se una persona è davvero determinata, continua a lottare per i propri sogni anche a costo di cambiare contesto. Ma non si può andare lontano senza un progetto, un metodo ed un’attenta valutazione del contesto!

Una persona alta 1.60 cm può imparare a giocare a basket ma non avrà mai le carte in regola per diventare un campione di serie A; allo stesso modo le caratteristiche individuali di ciascuno di noi, dal nostro patrimonio genetico al contesto che ci forma e ci offre più o meno opportunità, ci rendono più o meno portati per tutta una serie di attività nella vita.

Per questo, ogni volta che decidiamo di intraprendere un progetto, dobbiamo valutare i nostri pregi e risorse, i nostri difetti e limiti, le opportunità e le minacce che troveremo, in modo da completare ciò che ci manca e affrontare i problemi che verranno.
Si tratta di svolgere quella che si chiama “analisi SWOT” (strength, weakness, opportunities, treats): una tecnica molto utile che consiste nel creare 4 tabelle per elencare tutti i nostri punti di forza e debolezza (ciò che caratterizza noi ed il presente) e le opportunità e minacce (ciò che caratterizza l’esterno ed il futuro) che potremmo incontrare mentre svolgiamo il nostro progetto. Elencando tutti questi elementi su un dato tema, è possibile avere una maggiore consapevolezza sulla fattibilità di un progetto e su dove intervenire per valorizzare le proprie risorse e per risolvere gli eventuali problemi e carenze.

Inoltre, è molto utile adottare un approccio “SMART” (“intelligente”) che definisce il nostro obiettivo da raggiungere, le sue caratteristiche:

  • S = specifico
  • M = misurabile
  • A = azioni, quelle necessarie da intraprendere
  • R = realistico e rilevante
  • T = temporalmente definito

Se i nostri obiettivi sono generici e poco definiti, se non possiamo quantificare i nostri progetti né le azioni necessarie per raggiungere i risultati, se sono irrealistici e se non ci diamo delle scadenze, possiamo essere motivati e carichi quanto vogliamo ma il rischio sarà solo quello di muoversi alla cieca senza andare da nessuna parte o, se siamo fortunati, di prendere la strada più difficile per raggiungere il nostro scopo nella vita.

Come ultima nota, bisogna uscire dall’ottica del mondo a “somma zero” dove il successo di qualcuno coincide con la distruzione della vita del prossimo. Noi tutti dobbiamo essere il cambiamento che vorremmo nel mondo, senza delegare agli altri la responsabilità del nostro futuro e della nostra felicità ma anzi collaborare col prossimo per raggiungere assieme i nostri sogni assieme. Solo così facendo potremo riappropriarci di una società civile e potremo restituire al mondo la sua bellezza, tramite le azioni che compiamo ogni giorno, nell’interesse nostro e del prossimo.

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