Aprire un blog: una galassia di calde emozioni

AS: Caro lettore o lettrice, sono Mattia Loy, psicologo, e questo è il mio blog personale.
Il seguente articolo è il primo che scrissi nel 2005 e lo ripropongo qui come primo articolo per presentarmi a te che ancora non mi conosci.

In questo blog si parla di tutto ciò che è vita: non è un blog fatto per vendere, per conquistare lettori con articoli brevi ma vuoti. Si tratta piuttosto di un vero diario di bordo, di articoli fatti di vita vissuta, di consigli pratici che posso dire dopo aver sperimentato nella pratica le tecniche apprese durante gli studi, di commenti ai fatti di cronaca importanti dove talvolta mi sono ritrovato in contrasto rispetto al mondo accademico o alle posizioni dominanti della società.

Questo è, in sostanza, un blog di passioni: scritto con passione e per chi ha la passione per la lettura e per la condivisione ed il confronto, non certo per chi va sempre di fretta e non ha manco il tempo di fermarsi a pensare a dove sta andando e cosa sta facendo.

Blog inizialmente goffo anche nello stile di scrittura, che prende pian piano forma assieme all’aumento della consapevolezza. Blog scritto e pensato mentre si analizza la vita con gli strumenti tipici della mia professione e specializzazione in lavoro. Strumenti che, giustamente, non sempre sono bastati per esplorare temi molto lontani da me come la finanza o certi aspetti della politica – temi dove anche io sono stato inizialmente tratto in inganno e dove ho avuto il raro privilegio di poter cambiare idea – ma pur sempre strumenti che in molti altri casi mi hanno portato ad anticipare problemi che le riviste scientifiche ed i media hanno portato alla ribalta solo più avanti.

Il quadro generale, non lo nego, è quello di una società intricata e molto difficile, dove la crisi – come si vedrà – è molto culturale oltre che economica e dove questo lo si avverte sia da livello individuale che di società in questo strano mondo dove siamo più poveri pur essendo più ricchi (ad es. con lo smartphone ma senza i soldi per poterci permettere le ricariche) e dove una minoranza della popolazione tiene in scacco il rimanente 99% pur essendo nell’era della democrazia…. Fine della premessa.

Era da un po’ che il pensiero mi balenava in mente: aprire un blog per condividere pensieri ed emozioni in modo interattivo. Forse internet è lo strumento giusto, visto che ogni tentativo di tenere un diario, dopo l’ispirazione data dalla lettura di quello di Anna Frank, non è mai andato a buon fine.

Non che non ci abbia provato con disciplina, ma è troppo noioso, mentre scrivere anche per gli altri è decisamente più stimolante perché c’è il valore aggiunto del confronto oltre che del ricordo, e quello della riflessione: scrivere aiuta a focalizzare le idee e a tenere nota di fatti ed avvenimenti, per poi riscoprirsi quando ci si rilegge dopo molto tempo.
E in questo periodo, vista la marea di cose che sto imparando all’università, sento l’esigenza di confrontarmi col mondo e di mettere in pratica quello che studio, di mettere in pratica la teoria e vedere che succede.

Una cosa in particolare che mi spinge a voler iniziare questo piccolo percorso è anche il desiderio di confrontarmi col prossimo, di vedere le varie sfumature di colore date dalle emozioni e modi di pensare diversi da persona a persona: “ogni essere umano è unico, speciale e irripetibile anche se solo per sfumature”.
Confronto che deriva anche dalla mia curiosità di capire le motivazioni dietro al comportamento di tante persone, che spesso sembrano dare il peggio di sé. Ognuno di noi può giudicare le azioni del prossimo e decidere se sono giuste o sbagliate ma è molto più difficile capire perché gli altri si comportano come fanno, a meno che non glie lo chieda (e a volte nemmeno basta, perché le persone mentono spesso – anche a loro stesse).

image Per chi non mi conoscesse, mi chiamo Mattia Loy, sono nato a Cagliari ma ho parte delle mie radici culturali nel Nord Italia. In data odierna ho 25 anni, mi sto laureando in psicologia con indirizzo del lavoro e organizzazioni sociali a Cagliari e sono un appassionato di viaggi, arte, disegno e musica. Il nome del blog, infatti, deriva da una canzone dei Metallica che mi piace molto, “Orion”, che è poi diventato il mio nickname nelle chat e, da qui, anche il nome del blog.
E, siccome qui intendo usare la psicologia per esplorare il mondo, voglio che sia davvero una galassia di calde emozioni perché la psicologia non è solo la “cura delle malattie mentali” e lo studio del pensiero  ma anche delle emozioni, del comportamento e di tutto ciò che compone “l’anima”, così come di tutto ciò che porta al benessere delle persone.

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Vince il Brexit: un giorno storico

Il 23 Giugno 2016, l’altro ieri, è stato un giorno storico perché gli inglesi ed i britannici sono andati a votare per restare o uscire dall’Unione Europea: la vittoria dell’ “usciamo” ha del sensazionale per il risultato e la riporto qui, su questo blog, perché stiamo vivendo la storia.

Ha del sensazionale per i seguenti motivi principali:

  1. è un segnale forte del fallimento dell’Unione Europea a livello politico ed economico
  2. è un esempio di eccezionale democrazia, dove i popoli si sono espressi su una questione di vitale importanza
  3. è la dimostrazione che il popolo inglese non si è fatto ingannare dal martirio della giovane Jo Cox, politica inglese pro euro.

Sviluppo questi tre punti.

1) è un segnale forte del fallimento dell’Unione Europea a livello politico ed economico

Se qualcuno ancora non l’avesse capito, la crisi è l’Euro e l’Unione Europea, voluta dalla Germania e dai tecnocrati di Bruxelles. Questa è il primo passo verso una forma moderna di dittatura dove la democrazia è morta ed è usata come alibi per giustificare le interessi di pochissimi a discapito della stragrande maggioranza.
L’Unione Europea potrebbe essere una cosa splendida, un grande mercato comune, un’unione tra popoli che, grosso modo, hanno un percorso storico relativamente simile (almeno per contrasto con la Russia, la Cina o il mondo islamico), che avrebbe facilitato lo scambio, il turismo e la mobilità. Ma solo in parte è stato così, perché – facendo breve una storia molto lunga – non solo si è cercato di bruciare i tempi forzando una situazione che era ancora molto acerba, ma la moneta a cambi fissi ha avvantaggiato esclusivamente le nazioni del nord già ricche, Germania in primis, a discapito di quelle mediterranee che si sono ritrovare un macigno, più le strategie di indebitamento.
A nulla è servita la morte della Grecia, l’aumento di suicidi, le grida disperate di persone che hanno perso tutto ed un drastico incremento della povertà e disoccupazione in tutta Europa: se il Brexit non basta a cambiare le cose ora, nulla potrà e dunque tanto vale che l’uscita dell’Inghilterra (ma non degli altri stati del Regno Unito) sia la prima tessera del domino a cadere e che aiuti a far cadere tutte le altre, riportando quindi ogni nazione ad una condizione di libertà ed indipendenza.
Intanto, in UK si sono quanto meno accorti dei costi immani che “restare in Europa” comporta. Esattamente come l’Italia, il Regno Unito ha buttato nel caminetto 5,5 miliardi ogni anno per complessivi 82,5 miliardi in 15 anni per via dell’inefficienza di quel dinosauro burocratico che è la UE. Che senso ha regalare i propri soldi ad un’altra persona per poi cew li presta, ridotti, e vuole pure gli interessi? O comunque prestarli per poi vederseli restituire ridotti? Perché questo è (almeno una parte di) ciò che avviene.

2) esempio di eccezionale democrazia, dove i popoli si sono espressi su una questione di vitale importanza

Ciò che la dittatura vorrebbe chiamare “fallimento”. Cameron si è comportato da vero gentleman inglese, proponendo ai suoi cittadini sia i pro che i contro di entrambe le soluzioni (restare o uscire) e ha cercato di responsabilizzare il suo popolo.
Subito l’informazione pilotata di regime porta a sminuire questo comportamento suggerendo che c’è stata un’impennata di ricerche su Google in concomitanza delle elezioni a suggerire che i cittadini inglesi sono degli ignoranti che non sapevano cosa stessero votando. Invece, per come ho vissuto io Londra, loro vedono la politica in modo molto diverso da noi: non stanno a guardare “l’insalata tra i denti” ma badano alle cose serie e, se hanno usato Google per informarsi e documentarsi ancora meglio prima delle elezioni e dopo di esse per monitorare i risultati, non posso che applaudire.
Ancora la stampa di regime dice che “i vecchi conservatori hanno scelto per i giovani”. “Maledetti questi vecchi, come osano avere ancora diritto di voto? Loro non sono parte della popolazione, dovrebbero solo crepare, smettere di prendere pensioni e lasciare il posto ai giovani.” Ovviamente ironizzo. Se fosse stato l’opposto, la stampa di regime avrebbe detto che i giovani hanno scelto per tutta la nazione con la loro ignoranza ed impulsività e lo stesso sarebbe stato per qualsiasi eventuale categoria pur di attaccare un risultato democratico dove tutta la popolazione si è espressa in un giudizio anche non unanime: cosa normale in una democrazia appunto, e non in una dittatura con omologazione di pensiero.
Altro elemento da apprezzare è che in UK c’è formalmente la monarchia, una famiglia reale potentissima, e tuttavia l’UK ha dato una lezione di democrazia al mondo forse ancor più forte di quella greca dato che Tspiras diede col referendum greco anche se poi non lo rispettò (non sto qui a commentare se davvero sia stato davvero un venduto alla Troika – un Renzi di turno – o se davvero abbia fatto tutto ciò che ha potuto per la propria patria).
Sarà anche complice il fatto che tutti i popoli del Regno Unito hanno un fortissimo senso di appartenenza nazionale, sono molto orgogliosi (nel bene e nel male) del loro passato e presente e tutta la propaganda europeista non è bastata ad accecare la maggior parte della popolazione.

Sempre in tema di democrazia, che dovrebbe essere una colonna portante dell’Europa Unita, vanno evidenziate le ripercussioni minacciate all’Inghilterra per l’uscita dall’UE, che sono inaccettabili moralmente e politicamente, visti anche i trattati che la gestiscono.
Infatti l’uscita di uno Stato membro dall’Unione europea è un diritto di ogni Stato membro dell’UE. Ai sensi dell’articolo 50 del trattato sull’Unione europea: “Ogni Stato membro può decidere di recedere dall’Unione conformemente alle proprie norme costituzionali“.
Invece, in seguito alla vittoria del sì, c’è stato un tonfo della sterlina che ha perso il 7%, valuta che comunque si sta riequilibrando verso il suo valore reale – prima decisamente gonfiato. Intanto però c’è stata e prosegue la campagna terrorista contro l’UK e chiunque in futuro abbia intenzione di far valere i propri diritti di Nazione per uscire dall’Unione: Londra non avrà più accesso al mercato unico europeo, contrariamente a Norvegia e Svizzera, ad esempio, che sono fuori dalla Ue. Chissà poi perché!? Perché è una punizione, nel tentativo di colpirne uno per punirne 100 …

3) il popolo inglese non si è fatto ingannare dal martirio della giovane Jo Cox

Sì, le due cose sono collegate: non sono un “esperto” di politica ma uno psicologo del lavoro, ma una cosa l’ho notata: soprattutto quando gli elettori sono chiamati al voto spinti da una forte emozione collettiva, è possibile ribaltare o pilotare l’esito versando del sangue innocente. Le morti strumentalizzate dalla stampa hanno una forza tale da ribaltare il quadro politico.

In Svezia, nel 2003 ci fu il referendum sull’introduzione dell’euro. Quando i sondaggi diedero il no in vantaggio, a quattro giorni dal voto Anna Lindh – la portavoce del fronte del sì  – venne aggredita e uccisa. Impossibile non notare le somiglianze col caso della Cox (42 anni) anche qui uccisa da un folle.
In Turchia, alle ultime elezioni politiche, il partito di Erdogan rischiava di perdere la maggioranza necessaria per le riforme costituzionali che il governo voleva, ma la  strage al corteo dei pacifisti ad Ankara avvenuta con l’esplosione di una bomba ha modificato la percezione degli elettori della realtà di quel momento, portandoli a supportare le istituzioni anche sulle riforme non volute.
Lo stesso è avvenuto oggi anche in Gran Bretagna, con l’omicidio marchiato politicamente sin dall’inizio, dato che l’assassinio avrebbe gridato “Britain first” (anche se è stato solo un testimone ad udirlo, ma qui i fatti contano poco e niente). A ruota, i primi titoli sui giornali sono stati “Sangue sul Brexit”, suggerendo che l’omicidio di Jo Cox fosse associato agli anti-UE.

C’è stato l’omicidio di una giovane deputata, una dal volto pulito, che lascia il marito vedovo e due creature innocenti diventano orfani di madre, caso strano uccisa da un pazzo al grido di “Prima la Gran Bretagna”. Ciò è stato strumentale ad ammorbidire i toni della campagna elettorale, dove la logica e la razionalità hanno lasciato più spazio al cordoglio e ne ha risentito molto soprattutto la psicologia degli elettori indecisi, quelli che spesso fanno pendere il voto da un lato o dall’altro della bilancia: se la voglia di cambiamento prima era forte, subentrano anche paura, smarrimento e confusione e dunque il desiderio subconscio di sicurezza che si ritrova illusorio solo nel “vecchio”.

Non sono stato il solo a vedere la minaccia di questo gesto, un omicidio secondo me voluto da chi ha già le mani sporche di sangue per via di tutti gli omicidi che ha indirettamente causato a mente fredda, consapevolmente e senza curarsene. Ma sono lieto che, anche grazie ad un’azione tempestiva e straordinaria della famiglia reale, il popolo inglese non si sia fatto ingannare da questa tetra strategia di controllo psicologico.

Cosa succederà oggi e domani?

Nell’immediato niente: sicuramente gli italiani che vivono in UK avranno modo di organizzarsi, per quelli che cercando di partire oggi o domani potrebbe essere più complicato ma non impossibile. Rendiamoci anche conto che sarà un processo graduale con attivazione sul medio termine e che di certo l’Inghilterra né il Regno Unito vorranno rinunciare tanto facilmente al commercio con il resto dell’Europa, né l’opposto: come potrebbe l’Europa rinunciare ad uno dei suoi maggiori compratori?

Di certo cambierà l’assetto politico internazionale, in quanto questa forte discrepanza tra l’Inghilterra e la Scozia, ad esempio, potrebbe portare ad una conclusione dell’eterno conflitto interno al Regno Unito, i cui confini politici potrebbero ulteriormente ridisegnarsi.
Per gli inglesi questa è una vittoria così importante che molti parlano del nuovo Indipendence Day inglese, ironico se si pensa a quanto l’Inghilterra sia stata una forza colonizzatrice in passato e se si pensa a quello USA.

Inoltre, quella della concretizzazione del Brexit non è una vittoria a senso unico: a parte il fatto che bisogna vedere cosa realmente seguirà a questo voto, perché:

  1. Il risultato del referendum UE, di per sé, non ha alcun impatto giuridico. Si tratterebbe di un referendum consultivo  e non obbligatorio
  2. La legge di tutto il Regno Unito – compresa quella adottata durante gli anni dentro la UE – rimane al suo posto oggi proprio come ha fatto ieri e sarà domani, almeno sinché il governo inglese non decide di spendere (e tanto) per invertire le riforme fatte negli ani.
  3. Ci vorranno almeno 2 anni prima che il Regno Unito lasci l’Unione europea (a meno che gli Stati membri non siano d’accordo all’unanimità). Qualsiasi cambiamento giuridico fondamentale dovrà attendere almeno sino al 2018.
  4. Da quanto ho capito è anche possibile che il “pulsante rosso” per l’uscita non venga mai premuto se dovessero arrivare nuovi accordi ed un nuovo referendum. Il che può essere anche una buona cosa: ripeto, se l’Unione Europea diventa ciò che i popoli realmente vorrebbero e che in teoria sarebbe dovuta essere sin dall’inizio, con politiche monetarie realmente valide ed una convergenza di pensioni, titoli di studio e leggi del lavoro ed una volontà di crescere assieme – e non di sfruttare le nazioni più deboli per far ingrassare quelle già ricche, allora si può veramente parlare di restare nell’Unione Europea. Ma se non dovesse esserci alcun miglioramento sostanziale e non venisse rispettato il voto allora sarebbe davvero un ulteriore colpo dittatoriale di una gravità incalcolabile: la prova che veramente i popoli non contano più niente e siamo tutti in una forma nuova di schiavitù.

A parte questo, sicuramente l’Unione Europea ha portato anche dei benefici, come un incremento della mobilità interna e vantaggi al commercio tra nazioni ma francamente non penso che questi elementi andranno a scomparire realmente, anzi: gli scambi commerciali esistenti sono troppo importanti per rinunciarvi! Non conviene a nessuno, soprattutto a chi riceve i soldi (UE) e non di certo a chi compra (UK)!
Chiaro quindi che chi in UK beneficiava di mobilità veloce e commercio libero dentro il mercato europeo senza complicazioni, più i bandi europei etc. ha tutto il diritto di dire “penso che a me non sia convenuto” ma non è detta ancora l’ultima parola nemmeno su questo argomento, perché l’Inghilterra in Europa c’è sempre stata ed i rapporti pre-UE, quando c’erano ancora la CEE e la CE, sono di 15 anni fa, non 100.

Per quello che riguarda il futuro dell’Italia e dell’Inghilterra, rispondo qui facendo da divulgatore scientifico più che mai, perché ciò che penso io personalmente è irrilevante quanto (dai, forse una piuma meno) di quel che pensano altri milioni di persone che si sono improvvisate economisti negli ultimi mesi.
Come detto l’Europa è la crisi, così come le sue politiche di austerità e sacrifici e le sue subdole strategie per far indebitare e poi fallire gli stati membri.  Il Regno Unito ha sempre mantenuto la sua sovranità monetaria, sono pronto a scommettere che la sua economia ci metterà poco a ritrovare il suo equilibrio senza le imposizioni di Bruxelles. La sterlina gonfiata sicuramente faceva comodo per le importazioni, indubbiamente parte importante dell’economia britannica, ma una moneta meno forte ora agevolerà le esportazioni (e sono molte più di quel che si pensi), gli investimenti un UK ed il turismo, sicuramente molto più accessibile. Si perde da una parte e si guadagna dall’altra, come è sempre stato e sempre sarà. Sicuramente ora ci sarà una fase ben delineata di crisi intensa come cambiamento per l’UK (non la depressione statica che viviamo noi) dove molte cose cambieranno, e cambiare può anche essere un bene.

Per quanto riguarda altre panzane riguardanti la finanza ed il sistema bancario, ripeto ciò che chi ha aperto gli occhi sa: è solo propaganda pro-europeista che ci ha fatto credere che  piccoli è male perché si è deboli e che la crisi è colpa di noi italiani perché siamo degli incapaci e non sappiamo vendere. Non è affatto vero: piccoli vuol dire agili, facili da controllare mentre grandi vuol dire anche lenti e pesanti e ci sono moltissimi  esempi nel mondo, dalla Korea del Sud alla stessa Unione Europea che è bloccata dalla sua stessa pesantezza. Ci sono pro e contro in sostanza, è un trade-off. Se l’Italia si riprendesse la sua sovranità, la sua moneta etc, ritroverebbe quella sua enorme competitività nell’export che da sempre ha caratterizzato la nostra economia e si ritornerebbe alle buone vecchie politiche internazionali per gestire il commercio estero. In sostanza, se dovessimo affrontare la crisi finanziaria con il nostro “povero” sistema bancario e la corruzione (che c’è sempre stata, dentro o fuori l’UE) non potremmo che trarne giovamento e spero davvero che l’Inghilterra porti lampante esempio per tutti. Altro che spazzati via, è la favoletta fatta per terrorizzarci e farci cadere nella trappola dell’Unione Europea che – ripeto – se fosse fatta come promesso sarebbe un valore da tutelare come le vacche in India mentre, per come è nel presente, è da combattere come il cancro.

Ottimo, in tal senso, l’intervento del giornalista Paolo Barnard: “la verità sul Brexit”

https://youtu.be/i9cLwoTkWes

Non a caso a minacciare sono i minacciati, chi è forte agisce e non perde tempo in chiacchiere: le stesse minacce di crollo dell’economia arrivarono alla Svezia nel già citato 2003 come sono arrivate oggi all’Inghilterra e a tutti i paesi che pensano di uscire dall’UE. Guarda caso la Svezia è ancora lì dove è e sta meglio di prima, sono pronto a scommettere che anche l’Inghilterra seguirà lo stesso percorso e toccherà anche all’Italia. Anche se da noi ci sono troppi “se”, perché…. se ci liberiamo di Renzi e altri capi di stato non eletti ma scelti dall’UE per governarci, se tiriamo fuori le palle e ci riprendiamo il nostro posto nel mondo, se iniziamo veramente ad informare le masse su come stanno i fatti anziché le favolette sul signoraggio raccontate su Youtube, se i 5 Stelle dimostrano coi fatti che le accuse di immobilismo volontario e di eterni secondi mosse a Grillo ed al fu Casaleggio erano sbagliate ed iniziano a fare davvero qualcosa, se….

… e riguardo i 5 Stelle, per non dimenticare lo scollamento tra base e vertice:

Intanto, ai posteri. Chi sarà il prossimo?

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“E tu, hai la crisi?”

crisiSì, è vero: c’è la crisi. Questa è stata creata, studiata ad arte, voluta, accolta, sottovalutata, promossa come scusa e come arma di terrorismo etc.
Ma non è questo di cui parlo oggi.

Parlo piuttosto del rapporto che il singolo individuo ha con la crisi stessa e come ognuno di noi reagisce all’interazione con l’ambiente, anche socio-economico, che lo circonda: a fare la differenza è anche la nostra unicità, le scelte che abbiamo fatto, le capacità che abbiamo e tutto ciò che ci caratterizza sia come persone che come professionisti.

Oggi sui giornali si legge ancora di imprenditori che fanno fortuna in Italia, vendendo tantissimo grazie a qualche idea geniale, nonostante la crisi e la contrazione economica. Casi isolati o esempi da seguire?

La risposta non può essere uguale per tutti perché non siamo tutti uguali. Ovvia verità spesso dimenticata.

Ci sono persone che vivono una vita di successi pur in nazioni in crisi ed altre persone che, pur vivendo in nazioni in forte spinta economica, vivono una crisi personale che è fortissima e non riescono a realizzare niente. “Sei tu che c’hai la crisi” – dice un mio amico quasi come se fosse una brutta malattia sessuale!

Ma dietro ad uno scherzo c’è una verità molto forte legata al lavoro: le competenze professionali che abbiamo si possono attivare solo in base al contesto. Il miglior avvocato non può esercitare senza un tribunale, il miglior medico non può curare se non gli arrivano pazienti, il miglior contadino può sempre zappare la terra ma i frutti cresceranno meglio o peggio a seconda del terreno che cerca di lavorare e delle varietà di semi che intende piantare.

Ci sono professionisti ed imprenditori che prosperano anche in contesti in crisi economica perché sono ben interconnessi con la realtà in cui sono inseriti, perché hanno supporti che agevolano il lavoro ed i guadagni. Per merito, eredità o altro, non importa. Altri invece non sono vincolati dalla realtà geografica intorno a loro ed anzi beneficiano della crisi per poter vendere i loro prodotti o servizi dematerializzati in altri Paesi ben più ricchi e traendo così vantaggio dal cambio valuta: alcuni programmatori informatici o coach internazionali hanno intrapreso questa strada con successo.

Ecco perché si può essere in crisi anche se lavorando in una nazione non in crisi e viceversa! E questo deve essere uno spunto di riflessione molto importante per chiunque pensi “ah, la crisi non mi fa lavorare.”
Davvero è la crisi a livello sistemico o “ch’hai tu la crisi?”

Sono convinto che, ad un certo punto, non si fa più una professione ma si diventa un professionista di un dato settore e cambiare, pur essendo sempre possibile, è estremamente faticoso e addirittura controproducente.
Ogni professionista in crisi deve quindi capire se sta vendendo male i propri prodotti o servizi, che potrebbe invece vendere meglio cambiando mercato ma stando dove è – e quindi beneficiare dei vantaggi di essere ricco in un’area dal costo della vita in calo – oppure se effettivamente la propria attività è così legata alla realtà geografica in cui è inserito ed alle sue sfumature politiche, economiche e relazionali che l’unica soluzione è cambiare luogo per continuare a fare ciò che si sa fare.

Non siamo tutti uguali, non può esserci una medicina unica contro crisi diverse.

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Dubbi e indecisioni: la direzione da prendere nella vita

Continua il viaggio nella “galassia di calde emozioni” con un tema che è caro a sempre più persone: cosa faccio della mia vita?

La risposta non è semplice per tutti. C’è chi, anche grazie ad una buona dose di fortuna, mista ad educazione, opportunità e predisposizione, ha sempre saputo sin da piccolo cosa fare ed ha beneficiato di una strada ben definita e dritta da seguire, in cui il problema non è mai stato “se” ma come superare gli ostacoli per arrivare alla meta.
Per altre persone le cose non sono mai state così semplici, anzi: c’è chi ha cambiato progetto di vita un’infinità di volte e chi si è ritrovato – e lo è ancora – in un blocco totale, perché si percepisce come perso in un deserto privo di opportunità, oppure in una giungla con così tante opportunità da risultare estremamente disorientante, addirittura paralizzante.

In questo processo sono complici una molteplicità di fattori:

  • un impari confronto con gli altri, dove spesso valutiamo la nostra vita paragonandola a quelle di persone che in apparenza ci “superano”, che vanno “avanti” rispetto ai ostri parametri ma delle quali, molto spesso, non sappiamo poi molto e che spesso tendiamo a dimenticare che loro non sono “noi”, perdendo così il senso della nostra unicità;
  • una pressione sociale fortissima, una spinta ad essere “vincenti” a tutti i costi a massimizzare le opportunità e risorse che abbiamo data dal mondo, complice una povertà dilagante che rende incrementa l’urgenza per il successo economico forse molto più oggi che negli anni passati;
  • un generale impoverimento culturale, nei valori della società e nel patto sociale implicito nei relativi sistemi di riferimento, che ha fatto saltare ogni certezza prima acquisita, così come il rapporto tra aspettative e risultati conseguente alle scelte ed agli investimenti delle persone.
  • Un mondo sempre più densamente popolato, dove le società hanno superato da molto quel livello di “massa critica” prima del quale l’individuo vive il vantaggio di essere parte di una comunità ricca e numerosa, oltre il quale è invece schiacciato dalla competizione in una società iper-sviluppata ed è solo pur essendo circondato da tante persone.

In effetti, l’interazione con l’ambiente ha un ruolo molto importante in tutto questo perché è proprio la società tessa – senza però dare la colpa solo e soltanto ad essa – a spingerci a diventare dei “maximizers”, ovvero delle persone che devono sempre ottenere il meglio assoluto a prescindere e che non possono accontentarsi di un risultato semplicemente “buono” e soddisfacente (satisficers). Ma cosa è il meglio, realmente? Il meglio per sé stessi è un concetto collegato alla felicità e dunque un elemento intriso di soggettività, perché cambia da persona a persona anche solo per sfumature. C’è dunque la spinta a rincorrere quasi l’astratto, l’impossibile e l’inesistente, dove molte persone si ritrovano a correre senza sapere dove stanno andando per poi scoprire che stavano correndo in cerchio ed effettivamente non stavano andando da nessuna parte.

Per questi ed altri motivi, moltissimi individui si ritrovano bloccati, paralizzati nelle proprie vite, incapaci di prendere decisioni anche molto importanti per il proprio futuro ed angosciati da un fortissimo senso di smarrimento.
Mi sono accorto della vastità del fenomeno confrontandomi sia con i miei utenti nel corso degli anni che con moltissimi londinesi, tutti con lo stesso problema anche se per cause diverse gli uni dagli altri.

Come mi fece notare un caro amico, Sasha, si può avere un’idea abbastanza chiara del fenomeno se si pensa alle grandi folle che ci sono dopo i concerti: tutti tornano a casa ma c’è chi è lucido e cammina veloce e sicuro e chi è strafatto o semplicemente stanco, si è perso o non ricorda bene dove è la sua auto e dunque cammina lento, cambia sempre direzione, si ferma e non sa dove andare, sbatte contro altre persone o cose, rallenta gli altri, torna indietro per riuscire a ritrovare la strada e così via.

Il problema non è solo l’indecisione in sé, quanto le cause sulla persona, perché l’indecisione è collegata con un forte malessere e senso di frustrazione che si intensificano col tempo. Spesso sono accompagnate da vergogna e da un senso generale di disagio sociale, causato proprio dalla percezione del proprio (apparente) fallimento e dal distacco che si crea con le altre persone, che nel frattempo conseguono quei traguardi come il lavoro o la famiglia che sono riconosciuti come traguardi chiave dalla società. Forse l’aspetto più grave è che, nel frattempo, il tempo scorre e non c’è modo di recuperare quello sprecato a non fare niente: si può solo cercare di usare meglio il tempo che ci rimane ma, spesso, ci rendiamo conto di questo fatto solo quando siamo oltre i 30 anni, non prima, quando il danno è già stato fatto.

Le cause principali del blocco sono sempre e solo due: o un eccesso di informazione e di opzioni, o il suo opposto e dunque la scarsità totale di informazioni ed alternative realmente percorribili. Il fenomeno si nota maggiormente soprattutto riguardo il lavoro e l’occupazione.

Quanto segue è quello che voglio suggerire a chi si trova in questa situazione davvero poco piacevole, entro i limiti di un blog.

Innanzitutto, fermati e cerca di capire perché sei bloccato: troppe scelte e/o poche informazioni? O entrambe le cose?
Se sei davanti ad un problema di infobesità ed eccesso di informazioni, allora devi smettere di fare ciò che stai facendo o rallentare il più possibile in modo da darti il tempo di ascoltare te stesso a livello profondo, riscoprire il tuo vero sé e ritrovare la direzione da prendere.
Se invece sei bloccato proprio per mancanza di ispirazione e di informazioni, allora attivati per colmare tutte le tue lacune informative leggendo, confrontandoti con amici e colleghi, seguendo professionisti del settore sia su internet che in eventi dal vivo ed andando ovunque tu possa ottenere un arricchimento per il tuo scopo specifico. Se non sei consapevole di quello che fai, non puoi prendere realmente nessuna scelta ma ti stai solo affidando alle tue sensazioni di pancia: sono molto importanti ma pur sempre incomplete.

Un utile esercizio è quello di prendere un foglio di carta, posizionare te stesso (o te stessa) al centro ed iniziare a disegnare sul foglio tutte le tue opzioni e le relative domande o aree buie che devi ancora scoprire. Per ogni opzione scrivi un elenco dei pro e contro usando due colori diversi (come il verde per i pro ed il rosso per i contro) e scatena la tua creatività per realizzare la tua mappa personalizzata sulla tua vita presente e futura. Inserisci colori, forme, grafici (un esempio potrebbe essere dare anche un “peso” ai pro ed ai contro con dei pallini: uno per le cose poco importanti, due per quelle mediamente importanti e tre per quelle molto importanti, dato che anche la qualità conta e non solo la quantità) ed ogni cosa che pensi possa esserti utile. Sentiti libero anche di adottare un approccio minimale, con le sole informazioni essenziali che ti occorrono. L’importante è che proietti quello che hai dentro sul foglio di carta davanti a te, perché questo esercizio ti aiuterà a schiarirti le idee, ad aumentare la tua consapevolezza e a rafforzare la tua capacità di prendere decisioni.

Ti allego qui un’immagine intenzionalmente scarna, perché voglio che sia tu a tirare fuori quello che hai dentro secondo la tua personalità, senza farti influenzare da modelli realizzati da altre persone – magari totalmente lontane da te.

Capita però anche che, nonostante tutti gli sforzi, alcune persone proprio non sappiano decidersi e restino ancora in una fase di stasi, come in un limbo. So che quello che sto per dirti può sembrarti estremo ma se davvero hai provato di tutto ed ancora ti ritrovi bloccato e non sai che fare, allora tira una moneta ed affidati al caso. Oppure fai una cernita delle tue opzioni meno-peggio e prendine una che sia!
Non importa se non è esattamente la migliore in assoluto, nessuno di giudicherà o ti biasimerà per questo: nel tuo caso, iniziare a fare qualunque cosa è molto meglio che non fare assolutamente niente! Questo è l’unico caso in cui prendere una scelta qualsiasi (anche se non è la migliore in assoluto per te tra quelle che puoi) è, in realtà, la tua scelta migliore. Perché se non lo fai, il tempo passa e ti ritroverai ad aver sprecato tantissimo tempo ad interrogarti su come utilizzare al meglio il tuo tempo, e questo è un lusso che nessuno può permettersi.

Prendi una decisione e restaci fedele il tempo che basta per sperimentare!
Avere un lavoro qualsiasi, anche se non perfetto, è meglio che non avere nessun lavoro; fare uno sport qualsiasi è molto meglio che restare ad ingrassare davanti alla TV mangiando cibo spazzatura, iniziare a frequentare altre persone e conoscerle è meglio che restare da soli aspettando che arrivi il principe azzurro o la donna perfetta dal cielo.

Se la coerenza è un pregio, solo gli stolti non cambiano mai idea e lo stesso devi fare tu per trovare il tuo equilibrio: solo iniziando a fare qualcosa puoi capire se ti appassioni oppure no e se vale la pena continuare. Non fare nemmeno l’errore di mollare alle prime difficoltà però, perché devi darti il tempo necessario a capirti e qualunque tempo speso a fare esperienza e a vivere è sempre ben speso.
In sostanza, inizia a vivere!

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Scrivere un CV realmente efficace

Caro lettore o lettrice, condivido con te su questo blog un articolo che ho scritto per il mio sito web professionale: normalmente tendo a tenere separati il lavoro (e dunque il mio sito) dalle considerazioni personali (e quindi dal mio blog) ma in questo caso faccio volentieri un’eccezione perché avere un CV è un elemento essenziale per il proprio lavoro e dunque per il proprio successo personale, coerentemente con l’articolo precedente, che viene spesso sottovalutato dato che “in ItaGlia c’è la crisi, solo mafia e corruzione e solo gli accozzati hanno i lavori migliori”. Anche se indubbiamente una parte dell’Italia è così, c’è tutto il resto dell’Italia basato su imprese indipendenti dove le capacità dei talenti sono determinanti per il successo, per non parlare del resto del mondo dove c’è indubbiamente un approccio più meritocratico (anche se non tutto è rose e fiori come spiegato sul mio precedente articolo su Londra ed il Regno Unito).

Molti candidati (e finti professionisti) che giustamente tengono al proprio curriculum vitae spesso sbagliano già in partenza e realizzano il proprio CV come un registro completo di ogni esperienza lavorativa e formativa, spesso utilizzando dei “fossili viventi” come il formato europeo e l’Europass – occasionalmente richiesti ancora dalle pubbliche amministrazioni o da imprese culturalmente arretrate: queste persone otterranno dei veri e propri “mattoni” di oltre 4 pagine – ne ho visti anche di 10 ed oltre – che avranno un pessimo impatto su chi li leggerà.

Se la tendenza di molti candidati è quella di scrivere il più possibile per valorizzare la propria esperienza e competenze, chi legge il CV invece apprezza la capacità di sintesi  e di andare al punto: se un candidato non sa fare nemmeno questo è improbabile che sappia svolgere altri incarichi lavorativi.
In particolare, i responsabili della ricerca e selezione del personale (sia quelli interni che i consulenti esterni) possono ricevere anche diverse centinaia di candidature per ogni singolo ruolo vacante e pertanto dedicano in media 10 secondi alla prima lettura di ogni CV prima di decidere se metterlo nella pila degli scarti o in quella degli approfondimenti, pertanto il tuo CV deve essere in grado di comunicare le corrette informazioni durante quel ristretto lasso di tempo e consentirti di superare ogni fase sino alle interviste faccia a faccia.
Infatti è questo lo scopo del tuo CV: garantirti interviste, non contenere il riassunto completo della tua vita che nessuno leggerà!

Come già stai capendo da queste righe, non si tratta di un procedimento semplice ed infatti ci sono sempre più candidati che pagano per ottenere il vantaggio di avere una scrittura o revisione professionale del proprio CV: spesso si tratta di pacchetti completi, che includono la lettera di presentazione, il profilo di LinkedIn, l’intervista di orientamento e la consulenza per le interviste lavorative, il tutto per poche centinaia di euro. I candidati con un CV scritto professionalmente sono molto più competitivi degli amatori ed infatti loro possono trovare lavoro prima e meglio, anziché massacrarsi inviando 1000 CV sperando che ne vengano letti 100, tenuti in considerazione solo 10 per una intervista dal vivo e che ci scappi un posto di lavoro come fanno tutti gli altri.

Grazie alla mia professione di psicologo del lavoro, coach ed esperto in selezione del personale arricchita dall’esperienza a Londra, sono tra i pochissimi in Italia in grado di  realizzare un CV perfetto, altamente efficace per gli standard inglesi ed italiani – così come di adattare i CV italiani per gli standard britannici – e ad essere aggiornato sulle tecniche più moderne, come  l’innovativo CV da una sola pagina, in alcuni casi ancor più efficace.

Per farti capire la differenza con i CV scritti da amatori, permettimi di mostrarti 5 livelli di efficacia di un CV.Molti raggiungono solo il 3 o il 4!

  1. Nullo: è quello di chi non sa mettere quattro parole in croce e si troverà la foto del proprio CV (opportunamente censurato) su LinkedIN come barzelletta per far ridere i colleghi.
  2. Minimo: è un CV che contiene un semplice elenco delle esperienze professionali e formative del candidato, solitamente troppo lungo e pieno di errori nel design che lo porteranno ad essere immediatamente censurato nel 99% dei casi.
  3. Medio: è un CV statico e passivo, scritto correttamente ma senza nessuna direzione o elemento di valore, probabilmente con uno stile o formato obsoleto, dove tu speri che il datore di lavoro sia così sveglio da cogliere il tuo grande talento e che ti assuma. Peccato che altri candidati, magari meno bravi di te, sapranno soffiarti le interviste con un CV scritto meglio del tuo.
  4. Discreto: è come il precedente, ma privo di tutti gli errori più comuni grazie alle guide disponibili sui siti web dei vari siti di annunci di lavoro o di agenzie di ricerca del personale.
  5. Massimo: è un CV dinamico e proattivo in grado di mostrare in prospettiva al datore di lavoro il contributo che tu puoi dare al suo business grazie alle tue esperienze passate, ordinate in modo mirato e coerente verso un obiettivo. Si tratta di un CV scritto per colpire il lettore sia a livello emotivo che logico-razionale, sfruttando al massimo quei famosi 10 secondi per farti andare avanti.

Come vedi, c’è una differenza enorme tra il 5 livello e tutti gli altri e, se sei furbo e sei in cerca di lavoro – magari perché il tuo contratto sta per terminare – avrai già capito che un servizio professionale saprà darti un vantaggio radicale sui tuoi concorrenti.
Mi rendo conto però che c’è anche chi arriva a fine mese con i soldi contati, che vorrebbe il servizio professionale non può proprio permetterselo. E non è questione risparmiare evitando di uscire il sabato per un paio di settimane perché magari si tratta persone emancipate che affrontano da sole la vita ed i suoi costi, magari con una famiglia a carico, ed è dura anche solo spendere 30 euro in più al mese.
Per tutti loro ho deciso di condividere qui quei consigli chiave per scrivere un CV altamente efficace che solo i veri professionisti veri conoscono. Siccome realizzare un CV dinamico di alto livello è un’arte che richiede esperienza, sappi che con il fai-da-te non potrai ottenere la stessa qualità che potrebbe darti un professionista come me ma ti aiuterò ad andare comunque oltre il livello “discreto”. Se poi mi vuoi ingaggiare come coach professionista per riscriverti il tuo CV, sono a tua disposizione.

Dunque, ecco quindi 10 consigli per avere il massimo dal tuo Curriculum Vitae, che si sommano alle informazioni già presenti sul web.

  1. Informati su quali sono le leggi e la cultura della nazione in cui vuoi farti assumere: potrebbero essere diverse dalla tua. Ad esempio, una foto professionale sul CV è apprezzata in quasi tutta l’Europa tranne che nel Regno Unito: ciò avviene perché la foto, se inserita correttamente, aiuta a mostrare qualità personali come professionalità ed ordine ma in UK ciò può costituire un elemento discriminatorio nei processi di selezione, ragion per cui i CV con la foto vengono cestinati quasi regolarmente senza essere nemmeno letti. Inoltre, può essere essenziale inserire la declaratoria sulla privacy: in Italia è “Autorizzo il trattamento dei miei dati personali, ai sensi del D.lgs. 196 del 30 giugno 2003”.
  2. Crea il tuo formato personalizzato e non copiare dei modelli o template disponibili altrove, che renderebbero il tuo CV anonimo. Usali come esempio! A tal riguardo, niente colori: il CV deve essere quanto di più semplice e leggibile esista, ogni elemento grafico che intralcia la lettura va rimosso, così come eventuali colori che rendono più scomoda e costosa la stampa. E’ un elemento di classe.
  3. Massimo 2 pagine, tre per i ricercatori che devono includere anche l’elenco delle loro pubblicazioni.
  4. Assoluto ordine e leggibilità: il tuo CV deve contenere l’essenziale, inserisci solo i tuoi recapiti e l’indirizzo prima di procedere con le esperienze di lavoro. Tutto il resto ti verrà chiesto successivamente. Elimina anche eventuali dati che possono discriminarti in base all’età e cerca di sfruttare bene tutto lo spazio a disposizione. Spezza le tue descrizioni in un elenco puntato con frasi dirette ed efficaci che terminano in una sola riga.
  5. Crea un’introduzione di massimo 5 righe, che deve dire chi sei, cosa vuoi fare, che contributo porti e perché dovrebbero considerarti: ricordati che le imprese non assumono le persone per i loro titoli o competenze, ma per la loro abilità di risolvere problemi, semplici o complessi che siano.
  6. Rendi coerenti le tue esperienze per andare in una sola direzione: ognuno di noi ha svolto tanti lavori e capita che, per necessità, si siano svolte esperienze in apparenza non coerenti tra di loro. In realtà esiste un filo conduttore che può legare queste esperienze per mostrare la crescita professionale di un individuo, dato anche dalle competenze trasversali. Il segreto è includere nel tuo CV solo gli elementi del tuo passato che sono coerenti col futuro ruolo professionale che vuoi raggiungere. Se ad esempio hai poche esperienze ed hai lavorato in un ristorante e vorresti candidarti per un ruolo d’ufficio, non perdere tempo ad elencare i lavori da cucina che hai svolto ma focalizzati sulle tue capacità relazionali, organizzative e di informatica (ad es. “ho gestito la contabilità e realizzato i menù e la pubblicità del ristorante con la suite Microsoft Office”) che sono trasferibili al nuovo lavoro e che rappresentano un valore per chi potrebbe assumerti. Se un vecchio lavoro non ha niente da offrire con il nuovo, puoi considerare di inserirlo solo per ottimizzare il riempimento del tuo CV e per colmare quello che potrebbe essere male interpretato come un periodo di inattività, senza dilungarti nella sua descrizione.
  7. Utilizza parole potenti, parole chiave e frasi descrittive: quando scriviamo un CV, spesso tendiamo a limitarci con le parole per modestia ma questo non è funzionale in un mercato competitivo. Quando siamo veramente bravi in qualcosa, dobbiamo avere il coraggio di scriverlo utilizzando parole come “eccellente, eccezionale, ottimo, perfetto” etc. e di dimostrare la nostra abilità (come vedremo sotto). Inoltre, limitarsi ad elencare le proprie competenze è molto diverso dall’utilizzare frasi capaci di raffigurarci e di dare di noi l’immagine del lavoratore che il datore di lavoro vorrebbe. Ad esempio, se un recruiter confronta due CV simili e nel primo vede “operaio di magazzino abilitato all’utilizzo di carrelli elevatori” e nell’altro legge “esperto nella gestione dei magazzini ed eccellente guidatore di carrelli elevatori, capace di maneggiarli con precisione anche in spazi ristretti come dimostrato da oltre 2000 ore di guida con un record di 0 incidenti” è chiaro che il secondo CV verrà considerato per la posizione aperta mentre il primo no. Ci sono inoltre parole come “gestire, guidare, sviluppare ecc.” che sono particolarmente efficaci nello stimolare l’immaginazione e dunque l’aspetto emotivo del datore di lavoro o del recruiter, in quanto hanno un significato profondo e dinamico oltre che descrittivo ed implicano partecipazione, passione, responsabilità ecc. Le parole chiave sono poi quelle che vengono più comunemente utilizzate dai recruiter per effettuare ricerche online o tramite gli archivi digitali di CV: queste variano per ogni lavoro e si possono identificare con facilità confrontando vari annunci di lavoro per posizioni simili sui vari siti di annunci di lavoro. L’errore più comune a tal riguardo è quello di utilizzare frasi fatte altamente inflazionate come “grande lavoratore con 10 anni di esperienza,onesto ed affidabile” che sono vuote e rappresentano elementi che si danno per scontanti, a meno che non siano accompagnati da traguardi tangibili e non siano coerenti con un particolare lavoro. Altre parole rischiose sono “risolutore di problemi, altamente motivato e con grandi doti comunicative ecc.” perché sono generiche e vaghe se non sostenute da fatti ed adeguatamente contestualizzate.
  8. Cita e quantifica i tuoi traguardi: è importante quantificare il più possibile ogni traguardo conseguito. Per “traguardi” (achievements) non si intendono solo elementi come la laurea, fatti eclatanti o l’aver conseguito particolari guadagni ma anche altri elementi che caratterizzano il lavoro svolto. In molti casi si può trattare anche di cose semplici che però sono estremamente impattanti: nel precedente esempio, le 2.000 ore di guida senza incidenti sono un ottimo traguardo quantificato. Nel settore vendite sono sia i guadagni conseguiti per una compagnia che la percentuale con cui si superano i risultati mensili o annuali attesi, in altri casi si possono inserire il variabili come il numero dei pazienti trattati, la soddisfazione dell’utenza, i premi e riconoscimenti ricevuti, incarichi e responsabilità e così via. Ci sono traguardi quantitativi che è più facile quantificare perché sono facilmente traducibili in numeri, altri invece che sono di natura più qualitativa e dove ci vuole più stile e l’utilizzo delle parole potenti precedentemente citate.
    In alcuni casi, specialmente quando ci sono determinati traguardi che sono particolarmente importanti per un determinato lavoro, è bene scriverli in uno spazio dedicato mentre in tutti gli altri casi essi sono la descrizione di oggi lavoro che viene citato nel CV: in altri termini, il proprio CV deve essere strutturato utilizzando i propri traguardi per raccontare ciò che è stato fatto in precedenza per mostrare al futuro datore di lavoro il contributo concreto che si può portare.
  9. Non mentire, mai. In tantissimi tendono a dipingersi migliori e più grandi di come si è in realtà, pensando che più grande e forte sia anche meglio. Questo è un errore madornale per i seguenti motivi: le imprese hanno bisogno sia di lavoratori giovani che di quelli anziani ed esperti; mentendo si creano aspettative che andranno poi mantenute e si portano elementi che potrebbero essere smentiti quando il datore di lavoro verificherà le tue referenze e le tue qualifiche, motivi per i quali si rischia il licenziamento o peggio. L’unica bugia bianca concessa è quella di includere nel lavoro più recente alcune delle competenze o capacità realmente possedute e richieste dal lavoro per il quale ci si propone: questo serve ad ovviare al problema di molti recruiter che, in quei famosi 10 secondi di attenzione, tendono a guardare soprattutto l’ultimo lavoro svolto e ad ignorare precedenti esperienze di lavoro.
  10. Adatta il tuo CV ai singoli annunci. Una buona regola è quella di modificare leggermente il proprio CV, andando a rimuovere le frasi o le parole non coerenti con il nuovo lavoro, sostituendole con altre che lo sono. In particolare, è utile ricalcare il lessico e la terminologia utilizzati dall’annuncio di lavoro e dalla relativa job description (descrizione lavorativa) in modo da aderire il più possibile alle aspettative del recruiter. Attenzione a non mentire: il lavoro consiste nel prendere dal nostro passato solo ciò che serve per il nuovo lavoro.

Quello che segue è uno schema su come io ho ordinato ed impostato il mio CV:

CV italiano

Ci sarebbe molto altro da dire, ma si tratta di elementi di contorno. Ad esempio, oltre a verificare l’assenza di errori di grammatica e di battitura, è utile inserire un indirizzo email professionale ( marta.rossi@xyz.com è infinitamente meglio che stellinadolce@xyz.com, così come è utile dare un nome distintivo al file che vada oltre al nome e cognome, ma sono elementi complementari che sono meno importanti dei 10 punti prima citati. Altro accorgimento è quello di indicare che si hanno referenze pronte, ma non indicarle direttamente nel CV per evitare che i vari recruiter vadano ad importunare i tuoi referenti prima del dovuto, magari per niente. Riguardo gli hobbies, è solo una riga che però può dare un tocco utile per far emergere la tua personalità, meglio ancora se i tuoi hobbies sono coerenti con il lavoro per il quale ti candidi o denotano capacità trasversali come di leadership o di lavoro in gruppo. Nel mio CV, ad esempio, c’è scritto che amo suonare in gruppo per tutti i motivi qui citati.

LinkedIN: è uno strumento per la ricerca di lavoro molto importante, che consente di sviluppare contatti, di condividere le proprie referenze e di farsi trovare dai cacciatori di teste. Tuttavia, il profilo di LinkedIN funziona contro il candidato se non è realizzato a regola d’arte: grosso modo funziona come il CV e deve essere realizzato in modo snello, coerente, con le parole chiave necessarie e secondo un approccio fattuale che sia coerente col proprio CV. I seguenti sono ottimi consigli per LinkedIN:

  1. Utilizza lo spazio per l’introduzione per dare una descrizione di te che mostri passione, fatti, competenze e la direzione in cui vuoi andare.
  2. Spezza i vari contenuti degli altri paragrafi in brevi elenchi puntati
  3. Cancella contatti che non conosci e che non sono utili per lavoro: serviranno solo ad appesantire lo strumento
  4. Contatta i recruiter che lavorano come cacciatori di teste e cerca di instaurare con loro un rapporto umano prima di parlare di lavoro
  5. pubblica con regolarità contenuti interessanti e mantieni una vita attiva nei gruppi di discussione del tuo settore: aiuta a crescere e a farsi notare

Lettera di presentazione: è l’ideale complemento al CV. Questa deve essere scritta in modo estremamente formale e passionale al tempo stesso, con uno stile educato che faccia emergere al tempo stesso anche la propria personalità ed interesse per il ruolo e la compagnia. L’errore più comune è quello di sottovalutare l’importanza della lettera di presentazione o di scriverla in modo disordinato e sbrigativo, troppo lunga e piena di errori, oppure ricopiando i contenuti del CV in forma discorsiva.

Quando possibile, la lettera va intestata al recruiter e alla compagnia che assume, altrimenti va intestata al datore di lavoro o a chi si occupa della selezione e ricerca del personale. Il corpo della lettera invece va idealmente strutturato nel seguente modo:

  1. Una breve frase introduttiva che citi il nome della posizione lavorativa vacante, il suo codice identificativo e dove avete visto l’offerta di lavoro.
  2. Un’altra breve frase che spiega chi sei, perché sei interessato a quel lavoro e perché dovrebbero considerarti.
  3. Vari blocchi che ricollegano al tuo CV e spiegano più in dettaglio perché dovrebbero chiamarti per un’intervista, ad esempio spiegando che valore puoi portare all’impresa citando i precedenti traguardi oppure, nel caso del cambio di carriera, come le tue precedenti esperienze abbiano contributo a creare competenze trasferibili per il nuovo lavoro.
  4. Se sono presenti determinati requisiti nell’annuncio di lavoro, illustra brevemente come li soddisfi
  5. Una frase conclusiva che ribadisca il nome della compagnia che assume, il tuo interesse e la tua disponibilità ad iniziare immediatamente e/o a trasferirti in zona.

La ricerca di lavoro va svolta utilizzando più canali simultaneamente:

  • il passaparola
  • i siti per gli annunci di lavoro come Monster o Indeed
  • i siti delle imprese presso le quali si vuole lavorare senza passare tra gli intermediari
  • le agenzie interinali e di ricerca e selezione del personale
  • in modo passivo, lasciando il proprio CV disponibile sui vari siti di ricerca di lavoro e LinkedIN, aggiornandoli costantemente per i cacciatori di teste

Questo perché ogni strumento è importante e reagisce in modo diverso. L’ideale è contattare i cacciatori di teste, ricordandosi però che loro lavorano per le imprese e non per i candidati, sempre importanti perché sono il prodotto da vendere alle imprese: sono queste ultime che pagano, non i candidati. Questi ultimi operano in modo un po’ diverso rispetto ai responsabili interni del recruitment, in quanto gli specialisti interni valutano i candidati anche in base al loro potenziale mentre i cacciatori di teste cercano i candidati che più si avvicinano al profilo ideale richiesto dai loro clienti. Bisogna quindi massimizzare tutti i propri canali per trovare lavoro, per prima cosa preparandosi alla ricerca passiva del lavoro (agenzie, CV online, LinkedIN) e poi a quella proattiva (rispondere agli annunci, contattare le imprese e fare networking) mentre i canali passivi lavorano per te.
A tal riguardo, è molto importante rispondere agli annunci di lavoro solo quando si vede che c’è una compatibilità tra sé stessi ed il candidato ideale almeno del 70 od 80%: raramente esiste il candidato perfetto ed infatti se si dimostra di avere le qualità di base e le capacità per migliorarsi e crescere dentro l’impresa, allora il proprio CV verrà accolto positivamente ed aumenteranno esponenzialmente le capacità di essere chiamati per un’intervista. Se invece si inizia ad inviare il proprio CV all’impazzata rispondendo a qualunque annuncio sperando di essere presi, allora si sta sprecando il proprio tempo così come quello dei recruiter, compromettendo la propria reputazione e possibilità future, danneggiando anche gli altri candidati.

Dubbi? Domande? Come sempre sono a tua disposizione.

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6 consigli pratici per essere vincenti in tempi di crisi

Nonostante l’era difficile e di crisi, nel mondo c’è ancora tanta bellezza: tante persone conducono una vita di benessere e continuano ad innovare ed a vincere battaglie importanti sia per sé stessi che per fare del mondo un posto migliore. Per quanto la situazione sia difficile, il futuro non è ancora scritto ed un’inversione di tendenza è sempre possibile: essa parte dal cambiamento individuale di ciascuno di noi, secondo la propria strada ed il proprio proposito nella vita.

Preso atto delle difficoltà e dei problemi del nostro secolo, cosa fare per avere una vita felice e cosa caratterizza quelle persone che ci riescono nonostante le difficoltà?
Preciso che la felicità è sempre soggettiva e che il benessere economico non può esserne escluso perché viviamo in una società in cui il “vile” denaro è essenziale per soddisfare i nostri bisogni primari (vitto, alloggio) ed avanzati (vita sociale, una famiglia).
Dunque, se per “vittoria” nella vita intendiamo la capacità di essere felici e soddisfatti (a prescindere dal solo successo economico), cosa distingue i vincenti dai falliti?

Parlando di “vincenti”, noi tutti conosciamo delle persone che lavorano a tempo pieno e che trovano il tempo di dedicarsi anche ad altro, come suonare uno strumento, andare in palestra, fare del volontariato, comprare del cibo sano, gestire una relazione sentimentale piena di significato, scrivere un blog e girare mezzo mondo.

Queste persone si chiamano “super-achievers” (dall’inglese “to achieve”: raggiungere, ottenere, conquistare) e sono persone che hanno lo stesso tempo a disposizione di tutti gli altri, lo stesso numero di ore nel corso della giornata ma, in qualche modo, sembra che riescano a fare sempre di fare di più degli altri. E non è questione di dormire meno. Come fanno?
Come psicologo e coach, ho supportato centinaia di persone durante la mia carriera e, con gli stessi strumenti, ho “studiato” il comportamento di tante altre persone famose di successo: confrontandomi con la letteratura disponibile e con altri professionisti del mio settore, posso confermare 5 punti che sono essenziali per diventare un super-achiever.

1) Essere al 100% focalizzati ed impegnarsi al massimo.

L’impegno conduce alla grandezza, qualunque cosa facciamo. Ed i massimi talenti al mondo, quando lavorano, sono estremamente concentrati su quello che stanno facendo. Essere “focalizzati” va interpretato in due modi:

  • essere concentrati e sempre attenti sull’obiettivo, sia quando lavoriamo che a lungo termine, nella vita.
  • proporsi al mondo come i migliori nel proprio settore di specializzazione, schierandosi e prendendo una posizione. Per quanto si possa essere abili in più di una cosa, non si può essere “specializzati in 2 o più cose”, perché è un paradosso. Più si cerca di essere dei generalisti, meno si viene considerati. Più si cerca di piacere a tutti, più si viene ignorati dalla massa. Più si dividono le nostre energie in cose diverse, meno si diventa abili in un dato settore.

Quando ci sentiamo smarriti e sentiamo la mente vacillare, dobbiamo sempre ricordarci per quale motivo stiamo lavorando sodo e cosa vogliamo ottenere e dobbiamo crearci dei sistemi per non scordarcelo mai, come stare con le persone giuste e avere letteralmente il nostro obiettivo sempre davanti agli occhi.

2 – Evitare il multitasking e le distrazioni
Noi non siamo fatti per fare più di una cosa al tempo stesso. Anche se può sembrare che a volte sia l’opposto (es. guidare la machina implica diverse sotto-azioni come gestire i pedali, il volante, etc.) in realtà si tratta di azioni che fanno parte di un unico insieme e non è un vero multi-tasking.

Di fatto, quando lavoriamo, dobbiamo concentrarci solo su una cosa e farla al meglio delle nostre possibilità: alcune cose in apparenza innocue come le email o i messaggini su Whatzapp o Facebook sono deleteri e distruggono la nostra concentrazione. Il problema è così serio che molte imprese addestrano i propri dipendenti a controllare la mail solo durante intervalli or orari prestabiliti (ad es. all’arrivo ed un’ora prima di lasciare il posto di lavoro) proprio per impedire costanti distrazioni.

Quando cerchiamo di lavorare in multitasking, ovvero facendo più cose allo stesso tempo, inevitabilmente non possiamo mettere il massimo della nostra concentrazione in quello che stiamo facendo: diventa molto più probabile incorrere in errori anche gravi ed il tempo che ci serve per completare un progetto aumenta notevolmente.

Per lo stesso motivo, è deleterio consentire alle persone – anche amiche – di interromperci in continuazione, anche per cose da poco: che sia un familiare, la fidanzata, il miglior amico o un collega che arriva con una semplice richiesta in apparenza di pochi secondi, ci vogliono circa 20-25 minuti per rientrare in uno stato di piena concentrazione ed efficienza lavorativa.

Dunque, alcune buone prassi sono quelle di disattivare internet sul cellulare per bloccare le notifiche sino alle pause prestabilite, non tenere il client email (come Outlook o Thunderbird) aperto tutto il tempo sul computer mentre si lavora ad altro e stare in uno spazio tranquillo e silenzioso, lontano dalle persone sinché si deve lavorare.

3 – impedire alle emozioni negative di consolidarsi e crescere

Le emozioni sono una parte essenziale della nostra vita e della nostra umanità: ci ispirano, ci motivano e danno senso alle nostre scelte. Senza le emozioni non gioiremmo dei nostri successi né avremmo alcun interesse a compiere alcuna decisione, scadendo nell’apatia. Tuttavia, può capitare di consentire a certe emozioni negative, quali frustrazione, rabbia, delusione o vergogna – di crescere dentro noi stessi. Più queste crescono, più aumenta la pressione e prima o poi esploderanno, come l’acqua che bolle in una pentola o il magma che erutta da un vulcano per via della pressione dei gas al suo interno.

Prima o poi, tutti quei sentimenti repressi dovranno trovare uno sfogo e spesso è malsano, perché ci portano a sfogarci col cibo-spazzatura, a rincitrullirci davanti alla televisione o coi videogiochi pur di non pensare e così si finisce per perdere delle occasioni importanti, per aumentare il senso di frustrazione, la stanchezza e la paura di affrontare la montagna di lavoro che intanto si è accumulata, per non parlare della disistima verso noi stessi.

Per questo motivo è molto importante avere sempre una sana valvola di sfogo e condurre una vita bilanciata, dove si lavora sodo e poi c’è il tempo per dedicarsi ai propri hobbies e alle persone care. Certamente vanno bene la corsa, la meditazione, l’incontro settimanale con un coach, uscire con gli amici o scaricarsi in palestra ma, in ultima analisi, è un discorso soggettivo e non c’è un sistema che va bene per tutti: ognuno deve trovare il proprio.

Saprete che non sta funzionando quando vi rendete conto che siete drogati di lavoro, che vi sentite in colpa quando non studiate o non lavorate anche se vi state già spaccando la schiena e che state perdendo passione per ciò che volete fare, assieme al vostro punto di vista finale.
Saprete invece che sta funzionando quando si avverte un profondo senso di liberazione e di sollievo, come quando ci si libera le spalle da un grande peso e ci si sente leggeri, sereni e pronti per affrontare le sfide successive.

4 – Frequentare altri super-achievers

Noi tutti abbiamo bisogno di essere costantemente stimolati ed ispirati e stare con le perone giuste è importantissimo per essere di successo. Ma eliminare le persone negative, che ci demotivano e ci danno un cattivo esempio non basta! E nemmeno stare con perone positive che ci incoraggiano e supportano ma che non sono super-achievers. Bisogna stare con loro il più possibile, cercando costantemente di salire di livello, facendosi ispirare ed ispirandole a loro volta, creando un circolo virtuoso che produce una grandissima “energia” positiva – sì lo so che scientificamente non significa niente, ma quando vi sentite “carichi ed ispirati” allora è probabile che stiate frequentando le cerchie giuste.

Con questo non dico di tagliare i ponti con gli affetti e con le altre persone, ma solo di essere consapevoli riguardo alle persone con cui si sceglie di trascorrere la maggior parte del nostro tempo.

5 – Essere consapevoli di chi e cosa siamo: agire secondo i propri valori.

Come scrisse il poeta Douglas Malloch, “sii il meglio di ciò che puoi essere”.
Come scrisse Martin Luther King:

Se non puoi essere un pino sul monte, sii una saggina nella valle,
ma sii la migliore piccola saggina sulla sponda del ruscello.
Se non puoi essere un albero, sii un cespuglio.
Se non puoi essere una via maestra sii un sentiero.
Se non puoi essere il sole, sii una stella.
Sii sempre il meglio di ciò che sei.
Cerca di scoprire il disegno che sei chiamato ad essere, poi mettiti a realizzarlo nella vita.

Ciò è per ricordare che anche quelle persone così determinate che ci appaiono incredibili super-achievers davvero degni di ammirazione e che desideriamo eguagliare sono, in realtà, persone normali con pregi, difetti e paure, solo che sono estremamente focalizzati in quello che fanno e hanno avuto il coraggio di andare avanti, accettando il rischio e cercando di essere il meglio che possono essere e senza cercare di copiare gli altri.
Bisogna essere sé stessi nella vita, non cercare di essere qualcun altro! Il che non è una scusa per non cercare di migliorarsi costantemente.
Anche nel commercio le imprese nate come “cloni” indifferenziati di altre imprese di successo, nel tentativo di copiare i prodotti di altri e rivenderli, non sono mai andate lontano.
Piuttosto che mirare alla perfezione assoluta, che non è umana, dobbiamo puntare al nostro record personale e a dare il massimo di noi stessi e ognuno di noi sarà sempre un successo.

Ma ciò non basta. Ci sono persone estremamente focalizzate, che raggiungono anche traguardi importanti e che però sono infelici e, per tanto, non si possono considerare dei super-achievers: per il senso del dovere o per colpa delle aspettative che gli altri ripongono in noi, possiamo compiere dei sacrifici grandissimi. Ho visto più di una persona che, per compiacere i propri genitori, ha completato gli studi universitari in tempo record e col massimo dei voti per poi dire “mi fa schifo: non posso fare questo per il resto della mia vita”. Ciò vuol dire o subire le conseguenze delle proprie azioni ed auto-condannarsi ad una vita di infelicità senza cercare di cambiare, oppure dover ripartire da zero dopo aver investito tanto del proprio tempo per niente, o quasi.

Il tempo è l’unica risorsa nella vita che non possiamo recuperare e, prima ci rendiamo conto di questo fatto, prima iniziamo ad usarlo più saggiamente, investendolo più correttamente in azioni e con persone.
Per questo motivo non possiamo sprecarlo facendo cose che non sono in linea con i nostri valori morali, con le nostre linee guida: se agiamo in coerenza con la nostra natura e con i nostri valori, troveremo sempre la passione per fare bene le cose e per restare concentrati, diventando più facilmente dei super-achievers a modo nostro.
Se invece agiamo secondo le aspettative ed i desideri di qualcun altro o forzandoci ad essere ciò che non ci piace, saremo noi i primi a creare degli ostacoli sul nostro cammino anziché risolvere quelli che la vita ci metterà davanti spontaneamente.

6 – Metodo e flessibilità

Se la passione, la concentrazione, il supporto di un gruppo e l’auto-consapevolezza sono essenziali per essere dei super-achievers, non sono gli unici elementi.

Bisogna saper pianificare il proprio percorso, senza essere troppo rigidi: da un lato la vita può essere così imprevedibile che essere ferrei e rigidi nel proprio percorso può ingabbiarci e portarci a scelte infelici perché ci impedisce di adattarci al futuro che arriva.
Dall’altro, senza una pianificazione efficace non possiamo individuare i passi intermedi necessari per raggiungere i nostri obiettivi a lungo termine.
Un esempio molto semplice: per intraprendere un qualunque lavoro bisogna necessariamente avere tutte le qualifiche richieste, che si ottengono dando gli esami necessari, che si ottengono solo studiando, che si ottiene solo mettendosi ogni giorno a fare il proprio lavoro (da studente, universitario o per un corso professionale).
Il consiglio è quello di dividere le cose da fare in piccoli “passi” concatenati, ordinati in una sequenza logica, che ci portano a raggiungere il risultato desiderato.

Quando decidiamo di fare qualcosa, qualunque cosa, ci serve un metodo a prova di bomba! Il che può implicare anche di dover fare grandi rinunce per raggiungere i nostri obiettivi. Perché non basta desiderare ardentemente qualcosa, ma conta solo ciò che siamo disposti a fare per farla diventare realtà: non mi stancherò mai di ripetere questa frase così vera.
Ad esempio, se per alcune persone la felicità nella vita è fortemente collegata con la propria professione, per alcuni può essere necessario spostarsi dalla propria città natia o nazione – come ho fatto io.

Inoltre, se la base è “crederci”, bisogna farlo su solide convinzioni, tutt’altro che campate per aria, come hanno fatto i più grandi imprenditori della storia, da Steve Jobs a Walt Disney, giusto per citarne due. Loro hanno raggiunto i loro obiettivi perché avevano capito come la loro idea poteva risolvere i problemi delle persone e soddisfare i loro desideri, mantenendo un forte contatto con la realtà circostante. Mentre altri, che pure hanno creduto tanto nelle proprie idee, non avevano alcun progetto concreto ma soltanto tanti bei sogni che non sono mai diventati realtà! E infatti non sono mai passati alla storia, perdendo tutto.
Ci sono poi quelli che non hanno mai creduto in sé stessi, che non hanno mai avuto il coraggio di osare e di rischiare e hanno sempre cercato la strada più sicura per la paura di non riuscire a rimettersi in piedi dopo essere caduti in seguito ad un primo sbaglio. Perché capita anche si fallire, ma ciò non è una scusa per non rimettersi in piedi e riprovarci con l’esperienza accumulata.

Allo stesso modo, quando decidiamo di fare qualcosa di importante per la nostra vita, dobbiamo chiederci:

  • Voglio davvero farlo?
  • Ho le capacità per farlo?
  • Il contesto attuale mi consente di farlo?

Indubbiamente, è vero che la volontà si vede nel tempo, le capacità si acquisiscono e si sviluppano con la pratica e, se una persona è davvero determinata, continua a lottare per i propri sogni anche a costo di cambiare contesto. Ma non si può andare lontano senza un progetto, un metodo ed un’attenta valutazione del contesto!

Una persona alta 1.60 cm può imparare a giocare a basket ma non avrà mai le carte in regola per diventare un campione di serie A; allo stesso modo le caratteristiche individuali di ciascuno di noi, dal nostro patrimonio genetico al contesto che ci forma e ci offre più o meno opportunità, ci rendono più o meno portati per tutta una serie di attività nella vita.

Per questo, ogni volta che decidiamo di intraprendere un progetto, dobbiamo valutare i nostri pregi e risorse, i nostri difetti e limiti, le opportunità e le minacce che troveremo, in modo da completare ciò che ci manca e affrontare i problemi che verranno.
Si tratta di svolgere quella che si chiama “analisi SWOT” (strength, weakness, opportunities, treats): una tecnica molto utile che consiste nel creare 4 tabelle per elencare tutti i nostri punti di forza e debolezza (ciò che caratterizza noi ed il presente) e le opportunità e minacce (ciò che caratterizza l’esterno ed il futuro) che potremmo incontrare mentre svolgiamo il nostro progetto. Elencando tutti questi elementi su un dato tema, è possibile avere una maggiore consapevolezza sulla fattibilità di un progetto e su dove intervenire per valorizzare le proprie risorse e per risolvere gli eventuali problemi e carenze.

Inoltre, è molto utile adottare un approccio “SMART” (“intelligente”) che definisce il nostro obiettivo da raggiungere, le sue caratteristiche:

  • S = specifico
  • M = misurabile
  • A = azioni, quelle necessarie da intraprendere
  • R = realistico e rilevante
  • T = temporalmente definito

Se i nostri obiettivi sono generici e poco definiti, se non possiamo quantificare i nostri progetti né le azioni necessarie per raggiungere i risultati, se sono irrealistici e se non ci diamo delle scadenze, possiamo essere motivati e carichi quanto vogliamo ma il rischio sarà solo quello di muoversi alla cieca senza andare da nessuna parte o, se siamo fortunati, di prendere la strada più difficile per raggiungere il nostro scopo nella vita.

Come ultima nota, bisogna uscire dall’ottica del mondo a “somma zero” dove il successo di qualcuno coincide con la distruzione della vita del prossimo. Noi tutti dobbiamo essere il cambiamento che vorremmo nel mondo, senza delegare agli altri la responsabilità del nostro futuro e della nostra felicità ma anzi collaborare col prossimo per raggiungere assieme i nostri sogni assieme. Solo così facendo potremo riappropriarci di una società civile e potremo restituire al mondo la sua bellezza, tramite le azioni che compiamo ogni giorno, nell’interesse nostro e del prossimo.

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Intanto, nel resto del mondo…

… sull’ISIS, attentato a Parigi, integrazione culturale  e crisi globale.

Curioso: stavo per scrivere questo secondo capitolo sulla crisi mondiale e sui problemi che la globalizzazione sta creando, con flussi migratori innaturali persino per l’essere umano (colonizzatore per natura), dove volevo dare la mia “opinione da 2 cent” sul problema delle migrazioni contemporanee dall’Africa e proprio in questi giorni il mondo è sconvolto la serie di attacchi terroristici – riusciti – incluso quello a Parigi il 13 novembre (da non confondere con l’attacco alla sede di Charlie Ebdo avvenuto all’inizio dell’anno) a causa dello Stato Islamico, ovvero l’ISIS.

I terroristi, almeno da ciò che ho capito, hanno colpito diversi punti di Parigi,  tra esplosioni nei pressi dello stadio e di sei sparatorie in diversi luoghi pubblici della capitale francese, la più cruenta delle quali presso il teatro Bataclan, dove sono rimaste uccise oltre cento persone. Ed è proprio da qui che voglio partire, oggi, perché il fatto ha dell’incredibile.

Non è solo la tragica morte persone innocenti le cui vite sono state stroncate dalla follia del fanatismo religioso che supporta i motivi politici ed interessi personali che sono il vero propulsore dell’ISIS, ma è anche l’ennesima violazione della pace in Europa, la prova che non c’è sicurezza. Perché sebbene anche le vite perse negli attentati in Libano o in Russia o in qualunque parte del mondo sono importanti, ora il problema è qui: il fatto è successo in “casa nostra”, non in Africa o relativamente lontano come con l’incidente aereo nella lontana Russia, se pur europea.
E con ciò abbiamo anche l’ennesima dimostrazione della stupidità umana, sia dei terroristi che purtroppo da parte del pubblico, specialmente del popolo degli internauti che si è scatenato  con i commenti più disparati, inclusa una crocifissione automatica o perdono automatico di tutte le genti islamiche, che è errato oltre ogni limite.
Chiaramente il fatto ha portato ad una forte reazione di tutti i mussulmani pacifisti che non si identificano affatto con la jihad armata e col terrorismo e che si sono fortemente dissociati dagli attentati, vittime in un certo senso dell’errata associazione coi terroristi.

Attingo qui ai miei studi in ambito di psicologia interculturale per spiegare dei concetti molto semplici: l’Islamismo è una religione monoteista che “discende” dal cristianesimo, ebraismo ed in parte anche dall’induismo. l’Islam per i mussulmani è l’ennesima e definitiva riproposizione della volontà divina all’umanità, già manifestata con i profeti delle precedenti religioni (come Abramo o Gesù) e con i relativi testi sacri (come l’antico e nuovo testamento) e resa necessaria dalle continue distorsioni dovute allo scorrere del tempo e dall’imperfezione umana, dove Maometto è l’ultimo profeta con la cui morte è terminato per sempre il ciclo profetico, ed il Corano è l’unica e non più modificata affermazione della volontà divina.

Tuttavia, non esiste “un solo Islam”: molti studiosi tendono a distinguere tra Islamici e Mussulmani dove con il primo termine si intendono gli integralisti religiosi che si concedono all’ “abbandono” (islam) nei confronti del volere divino, mentre col secondo si intendono i credenti moderati non integralisti.
Ancora, ci sono varie correnti come quella sciita, sunnita o kharigita, ognuna delle quali ha le proprie differenze di interpretazione riguardanti le sacre scritture. Tra i vari capisaldi c’è anche il Jihad: secondo le correnti più pacifiste e moderate, è il dovere di ogni fedele di  combattere gli aspetti più negativi dell’animo umano, mentre tra quelle più belligeranti è inteso come “sacro impegno armato” che esiste ancora oggi.
Come per il cattolicesimo, esistono varie scissioni e correnti, gruppi più ortodossi e più eterodossi e, con sommo dispiacere di tutti quelli che vorrebbero una situazione di bianco e nero, è essenziale capire che ciò non è possibile.

Parte del conflitto col mondo islamico che stiamo vivendo esiste per un insieme di motivi religiosi e politici che si mischiano tra di loro: non è solo che di fatto la legge islamica e la religione sono un tutt’uno, se non in paesi con un forte governo ed un controllo militare molto forte, come la Turchia, le Nazioni dell’Africa Centrale ed al confine con la Russia. L’India islamica e le nazioni che compongono l’ex-impero arabo adottano invece la Sharia come legge solo per le questioni private o in toto, con diverse variazioni.
Si tratta della famosa “Shari’ah” o “sharia”, che in arabo ha il significato generale di “legge” e può essere interpretata in chiave metafisica o come scienza giurisprudenziale, con distinzioni interne tra norme riguardanti il culto e gli obblighi rituali da quelle di natura più giuridica.

Gli appartenenti alle varie correnti religiose spesso sono ancora in lotta tra di loro, massacrandosi a vicenda e spesso portando il conflitto all’estero ovunque essi emigrino. Per tali persone non è concepibile nemmeno pensare di mettere in discussione il Corano e la Sharia e le diversità in tema religioso possono costituire un motivo di scontro feroce e violento tra appartenenti a diverse correnti, visti come degli eretici anche oggi.
Sono quelli che non accettano alcuna rappresentazione del sacro profeta, quelli per i quali la propria religione è assolutamente incontestabile e che dunque non ammettono confronto con la diversità, né crescita e né miglioramento.
Ecco perché troviamo dei folli come il teologo islamico che nel 2015 sostiene ancora che la terra non può ruotare intorno al sole perché così sta scritto nel Corano. https://youtu.be/XtdImCJg7Z4

Per lo stesso motivo, troviamo ancora oggi pratiche diffuse come la lapidazione, la credenza da parte di certi gruppi che le donne siano esseri inferiori persino agli animali, la poligamia o il diritto di un uomo adulto di prendere in sposa una bambina di 13 anni, che per noi occidentali sarebbe un conclamato caso di pedofilia, da sbattere l’uomo in galera e buttare via la chiave.

E sempre per lo stesso motivo trovo scandaloso che Faisal bin Hassan Thad, ambasciatore dell’Arabia Saudita presso le Nazioni Unite, sia stato eletto a presiedere il comitato consultivo del Consiglio Onu dei diritti umani. Non trovo un parallelismo adatto, ma è come mettere un lupo a far la guardia agli agnelli, è come mettere un vegano a promuovere una dieta onnivora e via dicendo, considerando che oggi, alle soglie del 2020 (quasi) abbiamo ancora uomini di potere nel mondo islamico che dichiarano che tutti gli atei sono terroristi da schiacciare. Link: http://www.independent.co.uk/news/world/middle-east/saudi-arabia-declares-all-atheists-are-terrorists-in-new-law-to-crack-down-on-political-dissidents-9228389.html

Per certa gente, noi siamo “il male” sia che ci credano davvero sia che lo usino come pretesto per fini economici.

Aprendo una breve digressione, con tutta probabilità è proprio la categoria di islamici che la rivista satirica francese Charlie Ebdo offese maggiormente. E qui lo dico: io non mi sono mai sentito Charlie – “Je ne suis pas Charlie” – perché, come disse un comico italiano (non ricordo il nome), non mi identifico con una rivista che spaccia per satira quelle che io personalmente reputo offese gratuite, che caso strano prima non vendeva granché e che tutto d’un tratto è stata al centro del tamtam mediatico conseguente all’attentato, le cui vignette non le ho mai trovate divertenti. Non che sia una giustificazione alle azioni dei terroristi, assolutamente, ma la libertà di espressione non è certo quella di insultare liberamente il prossimo, anche se qui si aprono vari problemi come quello di “rispettare” credenze e stili di vita che il nostro modello culturale reputa inevitabilmente sbagliate e che forse lo sono proprio. E si pone anche un altro problema: il solo fatto che in tantissimi credano in una cosa, per quanto sbagliata, basta per tutelare quella credenza e renderla non criticabile? Fine della digressione.

Comunque, questa situazione dovuta alle varie correnti religiose porta ad un diverso successo di integrazione degli immigrati di religione islamica nella società occidentale, dove variabili come la corrente religiosa e l’educazione personale hanno sicuramente un ruolo fondamentale.
Generalmente, è molto facile con le persone che dispongono di un’alta istruzione e che appartengono alle correnti più pacifiste (spesso presenti negli stati più occidentalizzati), mentre diventa sempre più difficile man mano che si cerca di integrare tutti gli altri, andando verso gli estremisti più radicali, perché portatori di un insieme di valori, cultura, ideali e norme sociali che sono totalmente incompatibili con la realtà occidentale.

Che ci piaccia o meno, la cultura occidentale deve moltissimo al cristianesimo (nonché ad altre forze unificatrici come l’Impero Romano), che ha fortemente influenzato il nostro passato e presente da oltre 2000 anni e tra le due religioni ci sono sia grandi somiglianze che grandi differenze, nel bene e nel male. Se si pensa che l’Islam può essere violento, come prima citato, in molti dovrebbero leggere le “sacre scritture” cristiane per rendersi conto che c’è forse di peggio. La differenza forse sta in una pressione sociale che ha portato nei secoli ad una evoluzione del cristianesimo, nelle sue varie correnti (anche noi abbiamo i cattolici, i protestanti, gli ortodossi etc.) ed ad un contesto geopolitico, sociale e scientifico differente, dove soprattutto la Chiesa Cattolica è stata costretta ad ammettere alcuni suoi clamorosi errori, come le persecuzioni contro Galileo Galilei, Giordano Bruno e tutti gli altri “eretici” che a loro tempo tentarono di scalzare i miti infondati della fede e di far emergere la verità scientifica, quando le sacre scritture cattoliche venivano ancora prese alla lettera e non interpretate in senso metaforico. Le differenze oggi sono palpabili e sono visibili sotto gli occhi di tutti coloro che vogliono vedere.
Come disse un monaco buddista, gli islamici (in genere) sono umili ed amichevoli quando sono in pochi. Quando aumentano di numero sono aggressivi ed arroganti e tendono ad imporre le loro credenze e modi di vivere anche quando sono ospiti in terra di altri. Peccato non riuscire a recuperare l’articolo…

Forse la maggiore differenza tra il mondo cattolico-occidentale e quello islamico è il processo di modernizzazione e maturazione del rapporto tra l’essere umano e la religione, che per molti islamici è appena all’inizio, lento ed intenzionalmente ostacolato.
Infatti, anche nelle sacre scritture del cattolicesimo (così come in altre religioni) esistono parti che incitano ad odio e violenza verso vari soggetti (nemici della fede, donne, omosessuali etc.) alla pari, se non peggio (difficile giudicare) del Corano.
Un esempio quasi tragicomico è il seguente, omofobico e sessista al tempo stesso: “Genesi, 19:6 – Una sera, Lot ospitò due angeli nella sua casa a Sodoma. Quella stessa sera la casa di Lot fu assalita da una folla di delinquenti omosessuali in cerca di esperienze carnali con gli angeli. Lot cedette volontariamente le sue figlie vergini alla folla, esortandola: “Vi prego, fratelli miei, non fate questo male!” – “Ecco, ho due figlie che non hanno conosciuto uomo: lasciate che io ve le conduca fuori, e voi farete di loro quel che vi piacerà; ma non fate nulla a questi uomini, perché sono venuti all’ombra del mio tetto.” (UAAR: http://www.uaar.it/ateismo/controinformazione/atrocita-bibbia/)
Tuttavia, noi occidentali siamo molto più avanti dei nostri fratelli arabi in un processo di elaborazione della religione, della morale e della società in senso lato che è comunque ancora in corso – basti vedere il conflitto di natura religiosa riguardante ad esempio l’uso delle cellule staminali nella ricerca scientifica, il creazionismo o i problemi alle nozze gay – e che va ben oltre un’interpretazione letterale di tali sacre scritture. Processo che ci ha consentito di raggiungere una società culturalmente più avanzata, pur sussistendo ancora oggi tristi eccezioni anche nelle realtà sociali più moderne.

Comunque, siccome è pieno di internauti che si lanciano in false speculazioni filosofiche improvvisando prese di posizione buoniste o distruttive sul tema senza manco aver conosciuto un mussulmano, porto qui concretamente l’esempio di Londra.
Già a Cagliari sono stato ben felice di fare amicizia con un mussulmano dell’Egitto, a cui voglio un mare di bene e che è una persona splendida, saggia e di gran cuore che sono felice di chiamare amico, così come altre persone meravigliose conosciute qui a Londra di religione islamica, che sono perfettamente integrate e che non antepongono la religione alle leggi dello stato. Anzi, è facile trovare donne praticanti perfettamente equiparabili ai tantissimi che praticano la religione cattolica ma non in modo radicale, che dunque non seguono alla lettera tutte le norme cattoliche e che ad esempio usano il preservativo e/o fanno sesso prima del matrimonio: tali donne, infatti, non portano nessun tipo di burka, nemmeno il velo per coprire solo la testa; sono in tutto e per tutto donne occidentalizzate, che spesso bevono anche alcolici e che mantengono un legame  in un certo modo più “morbido” col loro retroterra culturale e religioso rispetto ad altri. Le persone così sono in tante, difficile dire se siano la maggioranza o la minoranza del mondo islamico ma di certo sono una parte consistente che vive pacificamente nel mondo occidentale e non solo.
Poi, gradualmente, iniziano i problemi: ci sono distretti di Londra che sono dei ghetti spontanei, dove è palese trovare gruppi etnici non ben definiti ma chiaramente provenienti dall’Asia minore, Africa ed India etc. Non si può qualificare in base all’appartenenza religiosa perché non conosco tutti e non posso chiederla a tutti, ma è molto probabile che siano comunità islamiche: una speculazione logica dovuta soprattutto all’abbigliamento delle donne, tutte regolarmente col burka integrale o almeno con i veli volti a coprire il capo. Si tratta di realtà con un medio livello di integrazione, dove c’è un clima grosso modo di pace, le persone sono tranquille, si può camminare di notte in strada sentendosi sicuri ma, in molti casi hanno un inglese terribile, adottano comportamenti che non sono quelli tipici della nazione ospitante (urla, schiamazzi notturni, spazzatura e sporcizia – ben lontani dal senso del “being polite” inglese – essere educati) e mantengono usi e costumi della terra d’origine che non si sposano con la cultura occidentale, come appunto il trattamento delle donne sempre in condizione di inferiorità rispetto agli uomini. Se è possibile incontrare anche immigrati o discendenti di immigrati di prima generazione che sono persone molto bene educate, ne ho trovati di molti che sono orribilmente maleducati e che trattano Londra come un immondezzaio, non come la loro casa: l’ascensore sempre pieno di rifiuti e, un giorno, ho trovato anche un’enorme cagata (letteralmente) lasciata da qualcuno al pian terreno. Gesti di una grande inciviltà che non ho mai visto fare nemmeno dall’inglese più ubriaco.
Proseguendo, si trovano delle vere e proprie zone espropriate, in cui gli stessi inglesi cercano di non vivere più, come le zone est di Londra verso l’Essex, dove c’erano gli stabilimenti della Ford (oggi delocalizzati in India): in seguito al tracollo economico di quelle zone e di conseguenza del valore delle proprietà, i poveri del terzo mondo sono andati a vivere lì e, camminando per quelle strade io ho la certezza di essere visto come un estraneo non benvenuto dalla comunità islamica locale, tra africani ed islamici, dove sono io a subire quel razzismo silenzioso che oggi è tanto diffuso.
Tale razzismo è l’ovvia conseguenza di una convivenza forzata tra persone diverse, dove la società non è integrata ma è semplicemente multiculturale, ovvero ci sono tante persone con usi e costumi diversi che si sopportano a vicenda ma non si accettano realmente e non si scannano solo perché c’è un certo controllo dello Stato.
Altro dato: quando ero a Brighton nel 2014 ho assistito a vere scene del crimine in stile CSI per via di omicidi avvenuti durante la notte. La polizia ha sempre detto che erano risse tra arabi ed altri islamici, dove spesso ci scappa l’accoltellamento o altri tipi di aggressioni armate per via di motivi religiosi.

Sebbene la mia testimonianza diretta non costituisca una prova di tutto, questi sono fatti indiscutibili, che dimostrano la complessità del fenomeno e le difficoltà enormi di integrazione di una categoria sociale molto diversificata, dove i più radicali mantengono nel migliore dei casi un legame fortissimo con le proprie tradizioni e religioni anche per quegli aspetti che noi occidentali riteniamo più negativi e che non svaniscono affatto col tempo.

Il fatto che alcuni mussulmani siano culturalmente integrabili non deve portare all’errore logico di pensare che tutti lo siano, così come il ragionamento opposto. E ciò vale non solo per ogni appartenente ad altri gruppi culturali – come ad esempio i Rom, notoriamente difficili sebbene non impossibili da integrare – ma in generale per qualsiasi cosa nella vita, in cui troveremo sempre eccezioni alle regole generali.
Dunque la domanda è quanti possiamo accoglierne? Quali? Come avviene l’integrazione? Perché il problema no è “sì o no”, ma in quale misura! Dato che, come vedremo, un’immigrazione controllata è un valore mentre una incontrollata è distruttiva.
L’altra domanda chiave è perché alcuni sono integrabili ed altri no, dove stanno le differenze e cosa si può concretamente fare per ottenere una condizione di mutuo benessere.

A tal riguardo, penso che vada visto assolutamente questo video girato in Germania, che mostra quanto sia subdola la fallita integrazione: vengono intervistati diversi mussulmani ormai perfettamente integrati solo  a livello linguistico e che tuttavia mettono ancora le loro tradizioni religiose e credenze al disopra della legge tedesca, compiendo palesi discriminazioni in base all’appartenenza di genere, per non parlare dei diritti umani: https://www.youtube.com/watch?v=KVWAIKoatWM

ZDF – Islam – Effects on Germany

E qui veniamo all’immigrazione contemporanea.

Faccio i complimenti all’artista che ha trasformato la celebra opera “Guernica” di Picasso in questa versione moderna, che perfettamente rappresenta l’incubo ed il tormento di doversi sradicare dalla propria casa per cercar lavoro o per fuggire verso un “altrove migliore” a causa di guerre ed altre catastrofi.

Guernica

Di pari modo, a Frances Bruno Catalano, che con questa scultura artistica perfettamente simbolizza il vuoto creato dall’essere forzati a lasciare la propria casa, vita e gente, per una qualsivoglia ragione.

Immigrant sculpture - Bruno Catalano

Queste immagini sono molto forti a mio avviso perché, per quanto non “reali” ma rappresentazioni artistiche della realtà, esse centano l’obiettivo di mostrare una parte significativa dello stato d’animo che ritengo accomuni molti.

Come visto in precedenza, siamo tutti pedine di una crisi globale dove la disoccupazione è intenzionale e funzionale al profitto dell’élite mondiale e noi italiani fuggiamo dalla nostra casa così come c’è fuggono gli africani dalla loro. Si tratta di un “meglio relativo”, dove noi fuggiamo dall’Italia perché non abbiamo un futuro decoroso se stiamo qui e si tratta di una morte lenta e subdola, dove c’è chi spreca soldi ed energie nel tentativo di qualificarsi per lavorare o di inventarsi un’attività per poi perdere tutto, anche la casa, e di vivere di elemosina passando le giornate dentro la propria automobile. In Africa ed Asia Minore c’è chi sta peggio di noi e fugge dalla guerra, perché la morte la vede in faccia e si chiama ISIS.

Lo specifico subito: questo intervento sul blog non è per raccontare la storia dello Stato Islamico. Non sono sufficientemente informato a livello politico per poter dire qualcosa a riguardo, non ne ho le competenze, così come non spetta a me giudicare le varie correnti islamiche e definire quale sia più autentica e quale no: è un dato di fatto che esistono delle differenze di interpretazione molto forti, con un impatto altrettanto forte sul comportamento delle persone e sulle possibilità di integrazione culturale. Quello che propongo in questo intervento è una riflessione sulle dinamiche sociali su vasta scala e sull’immigrazione che stiamo sperimentando ora.

Sì: è il caso dei siriani e dell’ondata di profughi che stiamo accogliendo in Europa proprio in questi mesi, persone che in moltissimi casi sono innocenti, che hanno perso tutto tranne la vita e che davvero hanno bisogno di tutto il supporto possibile, soprattutto i bambini che avrebbero diritto ad avere una vita piena e lunga e che invece si ritrovano in un inferno che nessuno dovrebbe vivere, a prescindere dalla religione o dal colore della pelle.
E per l’Europa ed in particolare i paesi mediterranei non c’è momento peggiore per questa guerra fratricida, perché la Grecia, già sfiancata e distrutta dalla crudeltà della Merkel e della lobby che la guida, è come l’Italia ed i vari paesi mediterranei: esausti e ridotti ai minimi termini per via della crisi economica, i nostri Paesi da soli non hanno i mezzi per provvedere a sé stessi e sono chiamati a prendersi carico anche delle ondate di immigrati che arrivano dall’Africa, aggravando ulteriormente la guerra tra poveri e le tensioni sociali.

Fa tanta rabbia sapere di connazionali con le spalle al muro, che finiscono in strada e che devono lottare ogni giorno per sopravvivere e sapere al tempo stesso di immigrati a cui invece viene trovata casa e che si permettono addirittura di buttare via il cibo che gli viene dato, pagato con le lacrime e sangue di tantissimi italiani, “perché non lo digeriscono bene”.
Magari alcuni di quegli immigrati sono pure cattolici, non lo sappiamo – tanto per ribadire che la religione non è l’unico elemento che determina gli esiti dell’integrazione culturale, ed ancora una volta fare pregiudizi è sbagliato ma indubbiamente siamo davanti ad una delle tante storture del sistema che porta a situazioni paradossali.
Il punto però è: chi stiamo accogliendo in casa nostra?

Siamo davanti al terribile paradosso in cui l’Europa si ritrova a farsi carico di una quantità non ben precisata di migranti provenienti dall’Africa e Medio Oriente, dove di fatto non c’è nessun controllo su chi viene realmente accolto in quanto pare che non siano solo i profughi di guerra che vengano accolti, ma anche tanti immigrati clandestini che riescono ad infilarsi tra gli aventi diritto all’accoglienza.

Cosa dovrebbe fare a questo punto l’Europa: spalancare le porte a braccia aperta? Abbiamo nazioni come l’Ungheria che hanno blindato le frontiere, mentre i più ricchi paesi islamici – come l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi – si sono rifiutati di accogliere i profughi di guerra. La seguente vignetta rappresenta il problema alla perfezione.

The-way-that-Saudi-Arabia-and-other-Gulf-states-aid-Syrian-refugees

Il punto è anche se l’Europa ha il “debito” morale nei confronti dell’Africa e di accogliere indiscriminatamente tutti. A tal riguardo penso che il dott. Stefan Molineux, qualificato con un master in storia e filosofia, dica cose assolutamente sensate: https://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=1jxMZRK3ufY

Tanto per cambiare, il video è in inglese (probabilmente americano, vista la velocità e l’accento) e potrebbe risultare di difficile comprensione a molti italiani, quindi ecco alcuni punti importanti:

  1. Vista la morte della democrazia in corso, quando si parla di “Europa” responsabile per le attuali condizioni dell’Africa e del Medio Oriente si parla di un concetto mal formulato perché le decisioni sono prese dai leader politici e non certo dalla popolazione, la quale non ha controllo sulle azioni dei suoi leader che, una volta al potere, fanno un po’ quello che gli pare anche quando la popolazione è contraria. Vedasi la fortissima opposizione alla guerra in Iraq anni fa dove i governi hanno comunque fatto quel che volevano, ovvero la guerra. Per non parlare della manipolazione in tempo di campagna elettorale e della grande quantità di cittadini che non li hanno nemmeno votati! O ancora della censura sull’informazione, della propaganda e delle falsità rilasciate da governi che rendono molto difficile (per non dire impossibile) una vera presa di coscienza da parte della popolazione. Dunque come possono i cittadini essere responsabili per le azioni compiute dai loro leader (in)democraticamente (non)eletti?
  2. Anche se fosse vero che la popolazione europea abbia delle responsabilità verso l’Africa e l’Asia Minore non imputabili ai soli governi, esse sono state prese dalle generazioni passate: è giusto far pagare il costo dell’immigrazione incontrollata e mal gestita a persone che non hanno mai avuto nessuna voce in capitolo né alcuna responsabilità?
  3. Nessuna popolazione occidentale è in grado di identificare il nesso causale relativo ai costi economici dell’immigrazione né delle sue conseguenze. In modo provocatorio, Stefan propone un immaginario referendum dove solo le persone a favore dell’accoglienza degli immigrati si accollano le tasse per pagarne i costi, dopo averle chiaramente informate su quanto territorio andrebbe letteralmente perso perché trasformato nelle “no-go zones” (zone in cui anche la polizia ha paura di andare e dove la legge dello Stato ospitante viene sostituita con le leggi degli immigrati) e sui reali dati relativi al crimine ed agli stupri ed, in generale, fornire una totale e corretta informazione sui fatti (e non sulle opinioni) per garantire alla popolazione europea una reale decisione, in quanto non si può realmente decidere se non si sa che cosa si sta scegliendo.
  4. Se il multiculturalismo è un valore, allora si deve dare per coerenza la parola anche agli scettici e non bloccarli con un “stai zitto, xenofobo e razzista” perché allora non è affatto multiculturalismo. Si consente agli arabi di venire in Europa e dire a noi come vestire le nostre figlie, come mangiare e come trattare le nostre donne ma non agli stessi europei di esprimere la propria opinione? Allora si tratta di totalitarismo!
  5. Si dovrebbe anche trovare il modo di discernere efficacemente tra i veri oppressi dalla guerra ed i migranti economici, ovvero quelli che vogliono venire in Europa solo per una vita sicura ed agiata a nostre spese.
  6. I vari leader europei dovrebbero andare di persona nelle “no-go zones”, senza scorte di sicurezza, vestiti normalmente e con una body-cam per mostrare alla popolazione quali sono i reali benefici di una società multiculturale e soprattutto quanto gli scettici si sbagliano.
  7. Se si prende per vero che l’Europa e l’occidente in genere hanno devastato l’Asia Minore con i bombardamenti causati dagli interventi militari, allora si deve prendere atto che siamo in GUERRA contro quelle nazioni. Se ciò è vero, possiamo lamentarci delle cause, ma è un dato di fatto che nell’arco della storia nessuna nazione in guerra con un’altra ha accettato migliaia di uomini capaci di combattere e provenienti dall’altra nazione con cui è in guerra. Se migliaia di profughi avessero tentato la stessa cosa in qualunque altro contesto (ad esempio se cittadini tedeschi avessero tentato di passare clandestinamente le frontiere Inglesi per vivere lì), ci sarebbe stata una feroce opposizione. Chiaramente è un’altra provocazione ma fa notare come se l’Europa è in guerra con l’Asia Minore non ha senso accettare migliaia di profughi, se invece non lo è comunque non ha senso che sia l’Europa ad accoglierne più di altri stati.
  8. Se si accusano gli stessi governi di essere stati degli sciagurati e degli incompetenti nell’aver causato il decadimento nell’Africa e nell’Asia Minore, privando quindi quei popoli ed i relativi governi di qualsiasi responsabilità, come si può sperare che siano magicamente più competenti nel gestire il fenomeno dell’immigrazione?

Anche per questi motivi, torvo tristemente comici i titoli di alcuni articoli come “Italia ipocrita, ripudia la guerra ma vende armi per 54 miliardi di euro” trovato su Linkiesta, dato che è il classico titolo acchiappa-click. Probabilmente è anche vero che l’Italia, così come tante nazioni che propongono la pace, finisce per vendere armi agli stessi terroristi che vorrebbe fermare, di fatto supportandoli e potenziandoli, ma certamente questo non corrisponde alla volontà della maggioranza dei cittadini italiani, pacifisti, che le armi di certo non vorrebbero che fossero vendute. Come si possono far ricadere gli errori di pochi sull’intera popolazione? Questa è solo ipocrisia e manipolazione di massa.

Ora, io trovo moltissimo senso nelle parole del dott. Stefan che interpreto non come una mancanza di umanità nei confronti delle persone che stanno soffrendo a causa della guerra ed a cui è stato portato via tutto, ma come un tentativo di porre un freno all’emotività ed alla propaganda politica che è funzionale all’economia drogata ed al ribasso che sta caratterizzando questa generazione, che vuole sempre più lavoratori da sfruttare per abbattere i costi del lavoro. Piuttosto, Stefan vuole far riflettere sulla razionalità e fattibilità dei progetti di accoglienza degli immigrati sia dal punto di vista economico che socioculturale.

Molto interessante il commento di un utente di YouTube al video di Stefan, che ha scritto quanto segue: In Danimarca, in un anno, il 29% delle persone ricercanti asilo politico commette un crimine. Il 34.5% degli stupri sono commessi dai mussulmani, pur essendo solo il 4% della popolazione. Dopo 3 anni, circa l’87% dei siriani è disoccupato. Nove gruppi sono più criminali di altri e 8 di loro sono islamici. Anche se corretti sul fronte socio-economico, quindi in realtà è molto peggio. Nel complesso, più di metà degli immigrati non-occidentali sono in una condizione di sussidio da parte del governo (welfare). Anche contando quelli che sono stati qui per decine d’anni. I somali hanno un tasso di disoccupazione dell’80%. Purtroppo quell’utente non cita la fonte ma diciamo che il tutto è molto più coerente con diverse fonti alternative, che indicano una forte incompatibilità di valori morali e di integrazione con le società europee che molti immigrati sono professionalmente irrecuperabili, assolutamente non assumibili. Peccato non avere i mezzi per verificare.

Le parole del dott. Stefan si sommano alle mie perché il senso non è “No, non aiutiamo nessuno, sono cazzi loro” ma piuttosto è “Chi stiamo accogliendo in casa, e quanti possiamo permetterci di accoglierne? Cosa possiamo realmente fare per aiutare loro senza auto-distruggerci?”. Perché da un lato come possiamo restare indifferenti davanti alla sofferenza di così tante persone che hanno visto orrori così grandi che le parole non bastano per descriverli? Ma al tempo stesso come possiamo sacrificarci noi per aiutare chi è così diverso e che probabilmente non ricambia la nostra tolleranza, quando non abbiamo nemmeno le risorse per aiutare i nostri stessi connazionali? Questo è il dramma! Farsi prendere dal buonismo non risolve i problemi e dare gratuitamente del razzista xenofobo a chiunque non sia favorevole all’accoglienza degli immigrati è anti-democratico.

Per questo non mi sento di biasimare sino in fondo gli Stati europei che hanno blindato i propri confini forse proprio perché questa emergenza sta venendo gestita le caos più totale anziché con un approccio metodico che consenta veramente di aiutare solo chi va aiutato, di accogliere solo i mussulmani più moderati che sono pacifici ed integrabili nella società occidentale, tenendo fuori gli estremisti ed i criminali. Perché loro non sono “tutti buoni” e le differenze culturali si traducono anche in differenze di integrazione: noi europei, per quanto abbiamo le nostre reciproche differenze, abbiamo pur sempre delle rilevanti similarità a livello culturale che ci rendono sicuramente più integrabili ed adattabili tra di noi di quanto non lo siano in genere i popoli residenti nell’Africa e nell’Asia Minore. Ripeto, in genere, perché non si può fare di tutta l’erba un fascio.

Lo stesso discorso vale in particolare per i siriani: io personalmente non ho alcun elemento per emettere alcun giudizio né opinione che li riguardi in termini di integrabilità culturale nella società occidentale. L’appartenenza ad uno stato o ad una religione di per sé non sono motivi validi per discriminare, in quanto sarebbe vero razzismo sia in positivo (sostenere che sono tutti “buoni” in quanto siriani e gli altri no), sia in negativo (sostenere che automaticamente sono pericolosi in quanto siriani o islamici). Così come ci sono buoni e cattivi italiani, allo stesso modo ci sono buoni e cattivi stranieri ma, là dove è molto facile valutare la singola persona in base ai fatti ed alle azioni che ha compiuto, diventa molto più difficile valutare un’intera categoria sociale o gruppo etnico, dove però l’importanza della religione nella vita quotidiana ed il differente retroterra culturale generano più che legittimi dubbi.

La cosa assolutamente vergognosa è il comportamento di alcuni Stati Europei come il Regno Unito e la Germania. E lo dico con la profonda consapevolezza di essere un immigrato ospite in una Nazione che non è la mia, dove ogni giorno mi sforzo per cambiare il mio comportamento per meglio aderire al senso di educazione locale, per perfezionare la pronuncia del mio inglese ed, in generale, per integrarmi senza mai dimenticarmi che non sono a casa mia.

Dico questo perché prima David Cameron, attualmente primo ministro inglese, ha tuonato per far uscire il Regno Unito dall’Europa anche per via degli eccessivi flussi migratori verso Londra, sostenendo che in particolare ci sono troppi italiani e spagnoli che vanno a vivere in UK e che il sistema non può reggere. Proprio noi a cui è stato rubato il futuro in seguito alla deindustrializzazione intenzionale dell’Italia e alla truffa dell’Euro, che chiaramente ha colpito anche la Spagna e che siamo veramente alla disperazione, con persone che si suicidano per aver perso il lavoro, sommerse dai debiti e dalle tasse. Sembra quasi che noi non siamo degni di essere accolti, ma “magicamente” gli immigrati dall’Asia Minore sì pur essendo distanti anni luce per cultura e valori, nonostante il contributo enorme che gli immigrati europei in particolare dal Sud e dall’Est portano in UK in termini di competenze, arricchimento culturale, lavoro regolare e commercio internazionale.
Allo stesso modo, prima la Germania di Angela Merkel (non il popolo tedesco) è stata la prima forza che ha dato il colpo di grazia alla Grecia di Tspiras, distruggendo la vita anche dei cittadini greci che però non meritano di essere aiutati, ma di nuovo i popoli dell’Asia Minore sì. Però caso strano la Merkel voleva accogliere solo i “migranti a 5 stelle”, cinquemila profughi siriani ma di preferenza appartenenti all’élite culturale del Paese, “possibilmente cristiani, sani e bene istruiti” – come un portavoce del ministero dell’Interno avrebbe confermato al Tagespiegel tempo fa. Forse perché ben sanno delle difficoltà di integrazione, come dimostrato dal video prima citato.
A tal riguardo voglio citare un articolo di Repubblica (Link) intitolato “Come la Merkel in una notte si è giocata la reputazione della Germania costruita nel dopoguerra” perché, dopo il danno all’immagine del popolo tedesco causato dal Nazismo, l’efferatezza con cui la Merkel ha punito la Grecia per aver osato ribellarsi al patto europeo è assolutamente vergognoso, anche in termini di fallimento della democrazia: sia perché dubito fortemente che il popolo tedesco voglia tutto questo, sia perché la volontà del popolo greco – che ha dato una grandissima lezione di civiltà e democrazia vera a tutta l’Europa – è stata completamente calpestata quando è stato stretto un accordo che in realtà era palesemente una punizione, un atto per colpirne uno ed educarne cento.
Apro qui una parentesi per dire che mi dispiace sinceramente per il popolo greco, perché da sardo e da italiano (si, mi sento entrambi e non solo uno o l’altro) reputo i greci come i nostri cugini ed antenati: non so se Tspiras abbia davvero fatto tutto ciò che fosse umanamente possibile per ottenere il “meno peggio” come risultato o se alla fine si sia arreso (o, peggio, fatto comprare) proprio quando aveva la possibilità di lasciare l’Euro e l’austerity ma è anche grazie a loro che i vari dubbi sull’Euro sono emersi a livello pubblico e che si vede di cosa è fatta veramente oggi l’Europa politica di oggi.
E dopo di che della Grecia non si è quasi saputo più niente, quasi totalmente sparita dai media e dalla stampa e soppiantata  a livello mediatico dal conflitto in Siria, la Germania ha beneficiato di un grande ritorno d’immagine positivo: desiderosa di accogliere i profughi di guerra, ha ripristinato una propria immagine sociale positiva dopo aver “ucciso la Grecia”, riacquistando almeno in parte le simpatie del mondo. Ennesima dimostrazione che l’informazione è pilotata: si è voluto far vedere al mondo cosa succede a chi disobbedisce alla troika.

Ma, soprattutto, bisogna chiedersi perché tutta questa pressione ad accogliere i migranti nonostante l’irrazionalità del processo nota a tutti? I conflitti e gli orrori nel mondo non esistono soltanto in Grecia o Siria, la sofferenza sta anche nell’estrema Asia, nel Sud Africa dove il “razzismo all’incontrario” dei neri nei confronti dei banchi – anche di quelli nati lì – è “giustificato perché loro si riprendono le loro terre”. Perché solamente loro in particolare? Mi accodo alla lista di chi li vede nei migranti i nuovi schiavi del 2020, in linea con l’illimitatezza del capitalismo contemporaneo che non conosce confini: pur essendo un sistema fallito, disumano, esso continua ad esistere e ad espandersi. Non si tratta più di “api operaie” che caratterizzano un capitalismo virtuoso che premia chi costruisce, chi innova, chi genera valore ma di “locuste” che distruggono e di un capitalismo che punta solo al profitto senza pensare alle conseguenze. Capitalismo che oggi è malsano più che mai, perché da un lato si chiede agli attori sociali coinvolti di rispettare le regole e di fare i “bravi” secondo i principi di una competizione sana e corretta, poi invece i più forti nel mercato e gli stessi governi mentono e barano, adottando una competizione tutt’altro che sana e che porta alla distruzione dei rivali e a danneggiare il sistema stesso, anziché creare benessere collettivo. Di nuovo, la Germania insegna – con la Volkswagen ed i contributi statali alle imprese, ed una situazione di debito e di conti pubblici tutt’altro che in regola alla pari delle tanto criticate Nazioni mediterranee, ma con un trattamento tutt’altro che equo.
Dato che l’Europa sta invecchiando, l’Africa e l’Asia Minore sono un’eccellente fonte di manodopera a basso costo per svolgere i lavori che normalmente gli europei non vogliono più fare, che aumenta i conflitti sociali e la guerra tra poveri perseverando quelle politiche di abbattimento dei salari volute per facilitare quella strategia di esportazione selvaggia già evidenziata da economisti di grande valore come Galloni e Bagnai, e per incrementare il mercato interno europeo ed abbassare l’età media (la popolazione media europea è sempre più vecchia) grazie a famiglie che culturalmente fanno più figli di quanti mediamente ne fanno gli europei. Se questo è il motivo vero, altro che aiuti umanitari!

E la cosa peggiore è che questa scelta non risolverà il problema, ma sarà solo un palliativo in quanto è ben noto in letteratura scientifica che i migranti, una volta stabilitisi in una nazione, fanno figli che si integrano totalmente o parzialmente nella società ospitante, imparano perfettamente la lingua e nell’arco di una o due generazioni non accettano più di fare quei lavori umili e sottopagati che nessuno vuole fare. Frequentando le stesse scuole dei nativi, iniziano a tentare la scalata sociale verso l’alto, ad accedere alle università ed alle borse di studio, riportando quindi la situazione al punto di partenza.

A ben guardare, questa è l’entropia del sistema capitalistico attuale che si cerca di rallentare, ma non si può impedire perché, sinché le regole del sistema non cambiano, la massa cercherà sempre di comportarsi nello stesso modo: alla ricerca di un futuro migliore anche se l’élite economico-politica vorrebbe avere sempre schiavi a basso prezzo per fare il lavoro sporco. Anche questo è un motivo per cui è un sistema ormai fallito, che si cerca di tenere in vita e la crisi è globale, non solo europea o asiatica.

Del resto, è proprio il capitalismo che, sempre nella sua natura illimitata, ha prodotto delle sotto-culture dove l’illimitatezza si trova nell’abbattimento delle differenze che invece colorano il mondo. Ne abbiamo un esempio quando si pretende che tutti gli uomini siano “uguali” e non solo “alla pari per diritti umanitari ma diversi nelle loro differenze” negando quelle differenze reali che, se ignorate, sono come minimo causa di gravi problemi. E, aprendo una parentesi, come per altro avviene con la così detta ideologia gender e la negazione appunto delle differenze di genere arricchenti tra uomo e donna.

Ma la vera domanda è: come ci siamo arrivati a tutto questo? Si, indubbiamente il conflitto religioso ha la sua componente, ma non è l’unica causa e non spiega perché milioni di mussulmani (i più moderati ed istruiti) vivono pacificamente integrati nelle società occidentali.
A mio avviso, la risposta è la più banale in assoluto: petrolio e risorse strategiche. Sappiamo tutti che sono anni che soprattutto gli USA continuano a fare i burattinai soprattutto nel Nord Africa e nel Medio Oriente facendo cadere i governi e rimpiazzandoli con le loro teste di legno. Successe con Gheddafi e con Saddam Hussein (in particolare di quest’ultimo ho rivalutato molto l’immagine perché non era certo il “madman” che la propaganda USA ci ha fatto pensare, anzi!) e chissà con quanti altri di cui non sappiamo niente, ed è chiaro che se i governi manipolano l’opinione pubblica che li elegge per avere il consenso/pretesto (e a volte manco lo cercano) per dichiarare guerra alle nazioni che detengono il petrolio e queste vengono sfruttate e trattate in condizione di estrema povertà, è chiaro che il malcontento cresce sino ad esplodere in atti di terrorismo supportati dal fanatismo religioso.
Se tali popoli oggi venissero lasciati in pace, senza pretendere di “esportare la democrazia” come scusa per invaderli economicamente, se ci fosse una più equa ridistribuzione della ricchezza e del benessere nel mondo, penso proprio che vivremmo tutti più sereni, fermo restando che certi aspetti culturali – legati più o meno alla religione islamica – restano per noi occidentali delle barbarie e, vista la nostra evoluzione culturale e sociale in particolare alcuni atti come la lapidazione e lo sfruttamento delle donne non possono che essere considerati tali.
Ma, sempre per far notare i paradossi in cui viviamo, per molti è più facile guardare altrove e fare battaglie contro una vivisezione immaginaria degli animali, devastando la ricerca scientifica che salva vite (sia di persone che di altri animali) con la falsa pretesa di salvare dei cuccioli e lasciando che brutali omicidi ancora vengano compiuti in questo modo. Succede oggi, non nel medioevo.

lapidazione

In tutto questo scenario in cui siamo davvero nella III guerra mondiale, con l’Europa in guerra con sé stessa, col medio-oriente ed in uno stato di competizione-collaborazione col resto del mondo, sono davvero stupito che sia stato proprio Putin il primo ad intervenire in modo deciso contro l’ISIS in, mentre Obama – che tanto stimo per ciò che di buono ha fatto per gli USA in termini di politiche interne – mi ha terribilmente deluso con una politica estera debole ed inefficace, parlando con orrore ancora di esportare la democrazia nei paesi islamici e di voler sostituire l’ennesimo dittatore con un nuovo governo, proprio come fecero quei guerrafondai di Bush padre e figlio, spodestando governi legittimi per sostituirli con le proprie marionette da controllare.

Vladimir Putin – Intervento all’assemblea generale dell’ONU in italiano (versione integrale doppiato in italiano). https://youtu.be/r8DJJ9JMJEs

Trovo i discorsi di Putin degni di un leader politico forte e maturo, che fa gli interessi della sua Nazione. Sono convinto che lui pensi davvero ciò che dice e che agisca sì incentivato anche dagli scopi umanitari ma motivato principalmente dal tornaconto economico per la sua nazione e dal fatto che l’ISIS è una minaccia per gli interessi sociali ed economici della Russia e che, in quanto tale, vada stroncata il prima possibile.
Dipinto come il lupo cattivo dalla propaganda statunitense, certamente non è uno stinco di santo ed i conflitti in Ucraina – dove, anche lì, la stampa ha più o meno smesso di parlarne – così come la sua avversione per le coppie omosessuali sono certamente criticabili. Tuttavia, riguardo l’ONU e l’ISIS penso che Putin abbia perfettamente ragione e dimostra una lungimiranza che altri leader politici non hanno.
In particolare, lo stimo quando parla dell’ONU facendo capire come sia di fatto uno strumento di manipolazione politico deviato rispetto al suo scopo originario e di come vi sia un’insistenza a ripetere gli stessi errori del passato, senza imparare dalla storia.

Inoltre, Putin indica senza mezzi termini come parte del problema ISIS, creato come leva per abbattere regimi secolari indesiderati, è che sta raccogliendo soldati tra i ranghi degli iracheni e dei libici in seguito alla caduta di Saddam e Gheddafi. Seppur con tutte le loro imperfezioni, loro infatti tenevano a bada i vari gruppi di estremisti islamici – quelli realmente pericolosi – garantendo in un certo senso una condizione di stabilità e di pace. Con la loro rimozione “giustificata” dall’accusa di essere dei dittatori oppressivi, è stato scoperchiato il vaso di Pandora e ora stiamo pagando un prezzo enorme con le vite di migliaia di persone a prescindere dalla provenienza, e con la perdita irreversibile di opere storico-artistiche che facevano parte del patrimonio culturale dell’umanità e che oggi non avremmo più. L’ISIS cerca la dominazione nel mondo islamico e, secondo Putin, vuole andare ben oltre: “non saprete mai chi sta manipolando chi”, dice Putin a coloro che hanno voluto l’ISIS come strumento per perseguire i propri interessi e da liquidare una volta non più necessario. E quei “coloro” sono gli USA (governo Regan) the 20 anni fa hanno finanziato e supportato l’ISIS ed i movimenti Wahhabisti per ostacolare l’espansione dell’Unione Sovietica (quando ancora esisteva) nell’Asia Minore e verso il Mediterraneo, lasciando poi il problema alle popolazioni locali e lavandosene le mani in modo assolutamente vergognoso. Certo, io lo so che Putin ha interessi economici da difendere e spero che sarà coerente con le sue stesse parole (con ogni politico è sempre una scommessa): anziché un conflitto di interessi, ci sarà una convergenza di interessi!

La cosa peggiore è che lo stesso Putin ammette che i soldati dell’ISIS vengono reclutati ed addestrati anche nel mondo occidentale. E noi stiamo accogliendo immigrati non solo dalla Siria, assieme ai profughi che giustamente scappano dall’ISIS e da città ormai distrutte in cui hanno perso tutto, anche la casa. Stiamo quindi o consentendo di spostare il conflitto a casa nostra, mettendo a rischio le nostre stesse vite così come è successo già a Parigi, o stiamo creando una porta aperta per i terroristi che potrebbero sfruttare i flussi migratori per perseguire i loro scopi. Mia personalissima illazione logica, spero di sbagliarmi.

Trovo anche molto sciocco il comportamento dei tanti benpensanti che incitano alla pace, suggerendo che la violenza porta solo altra violenza: l’ISIS va fermata e non sarà certo un pacifismo ghandiano a risolvere il problema, in quanto non si può offrire la pace a chi non la desidera ma addirittura la disprezza e non si può accogliere chi non ricambia con la tolleranza ed altrettanta accoglienza.
Tuttavia, nemmeno gli interventi all’americana risolveranno il problema sino a che le così dette “missioni di pace” saranno in realtà solo missioni di controllo politico, sostituendo i precedenti capi di stato con nuovi dittatori, alla faccia delle varie leggi internazionali: gli ennesimi bombardamenti, le azioni di forza condotte nel modo sbagliato non faranno altro che motivare gli estremisti che il terrorismo è l’unica forma possibile per combattere lo “sporco occidente infedele che merita ciò che riceve”.
Il problema è che l’ISIS oggi è una forza armata, pericolosa, che va fermata sia con l’intervento militare, sia con strategie politiche che impediscano il ricrearsi delle condizioni che l’hanno generata. Tanto per incominciare, bisogna smettere di vendere armi all’ISIS e a farlo devono essere le stesse nazioni che fanno parte del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite come la stessa Italia, Russia ed USA.

Purtroppo quasi nessuno realmente sa cosa stia succedendo, sia perché l’alternanza politica e l’incompetente miopia dei politici che hanno causato il problema non può essere la soluzione al problema stesso, sia perché è difficilissimo essere dei testimoni diretti di fenomeni così grandi anche per via della manipolazione mediatica. Ricordo infatti che anche la foto del povero Aylan, il bimbo trovato morto sulla spiaggia come diretta conseguenza dei flussi migratori, è stata realizzata ad arte. Spostato e fotografato in modo da rendere la foto più evocativa, è stato sfruttato per colpire l’opinione pubblica e facilitare l’ingresso dei flussi migratori per i prossimi schiavi del futuro. E tuttavia la sua morte non è meno autentica.

Davanti a tutto questo, sono sempre più sfiduciato nel sistema in cui l’essere umano ha finito per ingabbiarsi da solo. Ormai siamo nei tempi delle bugie legalizzate, dove la verità è un lusso o un valore in crisi. Il caso Volkswagen con le emissioni taroccate è l’emblema del mondo falso in cui viviamo, dove siamo convinti di sapere ed invece i fatti, i dati oggettivi, scarseggiano e non arrivano alla popolazione secondo una distribuzione trasparente e capillare, ma tutto viene filtrato e manipolato.

Tanto per intenderci, riporto qui un video del Fatto Quotidiano pro-immigrazione che dovrebbe “smentire” le paure europee. Link:
http://tv.ilfattoquotidiano.it/2015/09/24/invasione-musulmana-in-unanimazione-i-perche-che-smentiscono-le-paure-europee/417791/

Questo video, francamente, mi sembra pieno di volontarie falsità. Nulla contro il Fatto Quotidiano, che di per sé sta solo riportando un video realizzato da UN Refugee Agency. Ma non sono le stesse Nazioni Unite che – come detto prima – da poco hanno concesso per motivi puramente politici una posizione vitale nel consiglio sui Diritti Umani all’Arabia Saudita, uno dei paesi culturalmente più retrogradi al mondo, almeno su questo tema? Come dice il seguente articolo, è come mettere Dracula a dirigere una banca del sangue. LINK: http://blogs.tribune.com.pk/story/29771/giving-saudi-arabia-a-vital-position-on-the-un-human-rights-council-is-like-putting-dracula-in-charge-of-a-blood-bank/

Tornando al video in questione, ci sono troppe incoerenze. Ora metto da parte le dicerie sulle quali ho ancora meno controllo del resto (ma sempre meglio dei tanti che erroneamente si informano  solo tramite Facebook e Wikipedia), ad esempio che circa l’80% dei migranti sarebbe maschi (e dove sono le donne ed i bambini? Alcuni sostengono che gli uomini viaggiano perché la strada verso l’Europa è difficile e poi sperano nel ricongiungimento familiare, ma se donne e bambini possono essere lasciati indietro per mesi, allora c’è realmente un pericolo?) :

  • Il video afferma che la Siria è la principale fonte di clandestini, che però arrivano in modo massiccio anche da Libia Afghanistan, Iraq, Bangladesh, Somalia, Eritrea, e da altri luoghi che non sono collegati in alcun modo per la guerra.
  • Tralasciando che, ancora una volta, tutto cadrà sulle spalle dei cittadini europei che non sono il mondo intero, e che la Germania accetterà tutti i profughi siriani ma non si sa come farà dato che la maggior parte non ha documenti e quindi non è possibile realmente applicare alcun filtro, il video afferma che la ricezione di 4 milioni di siriani renderà l’Europa musulmana dal 4% al 5%. Ma non stiamo parlando solo siriani: se parliamo di flussi migratori nel complesso, abbiamo immigrati da buona parte del Medio Oriente, molti Stati africani e forse persino il Bangladesh. Dunque, quali sono i numeri veri?
  • Il video afferma che non abbiamo motivo di avere paura, tuttavia sono persone sulle quali non si può effettuare un reale controllo dato che spesso arrivano senza documenti. Se poi sono persone per bene, perché protestano quando vengono scattate foto e prese le impronte digitali, per essere identificati?
  • Ancora, il video cita fantomatici studi riguardanti i tassi di natalità musulmani, che non sono più alti da quando vivono in Europa e che dunque non ci saranno scompensi nella distribuzione della popolazione. Quali studi? Le fonti? O sono opinioni, che è ben diverso?
  • Poi il video è schizofrenicamente incoerente, perché prima sostiene che i Siriani sono bene educati, poi dice che solo la maggior parte lo è, e che sono grandi professionisti. Poi che non dovremmo aere paura di un più alto tasso di criminalità, in quanto “meno inclini a commettere crimini”. Immagino che nessuno li abbia informati sull’impennata degli stupri operati dai maschi profughi a danno anche delle donne native europee, né dei casi di pedofilia. Un esempio qui: http://www.gatestoneinstitute.org/6527/migrants-rape-germany .
  • Ancora, il video descrive i profughi come imprenditori che iniziano nuovi business quando hanno il permesso di lavorare e che contribuiscono al sistema sociale con le tasse più di quanto prendano da esso. Davvero? Ma se molti hanno perso tutto per via della guerra, come dovrebbero iniziare nuovi business? E che dire della bassissima occupazione femminile, dove le donne vivono per lo più di sussidi e continuano a produrre figli? Se davvero siamo a corto di gente giovane, ci si dovrebbe chiedere perché i governi non diano  incentivi direttamente per gli europei per sostenere concretamente la genitorialità e l’occupazione a favore della famiglia! La risposa si trova nei commenti di prima.
    Le incoerenze si sprecano, il buonismo a mio avviso pure e trovo il video veramente bigotto specialmente quando dice che “Stiamo scrivendo la storia in questo momento. Come vogliamo essere ricordato? come codardi ricchi xenofobi etc.?”. A me questa sembra tanto manipolazione che cerca di far leva sul buon cuore delle persone o sulla paura del giudizio per supportare altri interessi.
  • Inoltre si sostiene che “Queste persone non sono diverse da noi”. Come detto prima, lo sono eccome ed in misura diversa a seconda dello specifico retroterra culturale e religioso. Se i mussulmani moderati sono persone di pace ed integrabili che possono davvero portare un contributo alla nostra società, non solo fatto di chioschi che vendono il kebab – non scordiamoci che dobbiamo tantissimo al mondo arabo come l’introduzione dello zero in matematica e a vari contributi culturali che influenzarono in qualche modo anche la nostra produzione artistica e culturale futura – il mio scetticismo è fortissimo nei confronti già dei meno moderati, fossero anche solo persone che vengono da villaggi e non dalle grandi città e che hanno un’educazione bassissima, senza cercare i radicali.

Sempre sul tema della presunta indole pacifica di tutti i migranti, voglio condividere un altro video davvero terribile, con immagini non falsificabili, dove alcuni cittadini greci intervistati in seguito all’arrivo di alcuni immigrati così aggressivi da non consentire alle persone native nemmeno di andare al lavoro: vedere quelle persone in lacrime per la frustrazione e la consapevolezza di non essere più liberi di esistere nella propria città è stato triste e sconvolgente tanto quanto la disperazione di chi fugge dalla guerra. Da vedere soprattutto dai 45 secondi in poi.

With Open Gates: The forced collective suicide of European nations – Extended Cinematic 1080p https://youtu.be/44vzMNG2fZc

 

Altro link: https://youtu.be/fZZY8AWajUk

Refugees riots in Lesvos Greece – ΕΠΕΙΣΟΔΙΑ ΜΕΤΑΝΑΣΤΕΣ ΛΕΣΒΟΣ

 

Attenzione, lo scopo di questi video non è mostrare che tutta la realtà dei migranti richiedenti rifugio dalla guerra è così ma solo la complessità del fenomeno migratorio che continuo qui a citare.

Ho letto anche un altro post, credo di Amnesty International ma non sono sicuro, dove anche loro cercavano di spiegare la situazione degli immigrati, illustrando ad esempio come solo una minoranza emigra verso l’Europa, mentre molti altri vengono accolti dalle vicine nazioni islamiche, tranne che dai ricchi stati arabi col petrolio e che quindi lo scetticismo e la paura sarebbero mal riposti. Forse è vero: chi di noi comuni mortali può realmente dire di sapere cosa sta succedendo, oggi che l’informazione viene costantemente manipolata, senza essere lì per vedere con i propri occhi?

Attenzione comunque a non distorcere le mie parole: il multiculturalismo in una società integrata per me è un valore immenso, perché anche grazie al confronto positivo con chi è diverso si rafforza il senso ed il valore della propria cultura ed il senso di identità ad essa collegata. Una società multiculturale ed integrata porta una ricchezza aggiuntiva in termini di diversità di lavoro, innovazione, scienza, tradizioni, sapori, musiche e via dicendo, probabilmente anche a livello biologico in quanto le persone meticce o dal “sangue misto” sono più sane e più forti anche contro le malattie, ad esempio come sostenuto dal dott. Cavalli-Sforza, genetista.
Questo però deve avvenire in modo graduale, con chi arriva e che dunque è “ospite” almeno inizialmente che si deve adeguare (non omologare) alla cultura della società che ospita: questo può avvenire solo tramite un’immigrazione controllata, con scambi a piccole dosi e secondo ritmi che consentano ai nuovi arrivati di inserirsi ed alla società ospitante di accettare, col supporto di tanta formazione sia linguistica che culturale. Quando questo non avviene, allora abbiamo le ondate di migrazione che hanno effetti devastanti, anche perché i nuovi arrivati finiscono per creare delle micro-comunità del proprio gruppo etnico-culturale-religioso come forma di difesa dalla società che ospita, in cui trovano reciproco riparo e supporto ma finiscono così per sottrarsi ai processi di integrazione necessari per una pacifica e duratura convivenza. Il risultato sono le no-go zones a cui ho assistito in UK o il fallimento del “melting pot”, ovvero la società multiculturale ma non integrata presente negli USA e caratterizzata da forti conflitti ancora oggi.
Allo stesso modo, bisogna lottare per un mondo più giusto e dunque aiutare anche i profughi di guerra a prescindere dal colore della pelle e dalla fede religiosa: il sangue è sempre rosso! Spero a questo punto che sia chiaro solo il mio intento di mostrare l’assurdità delle pretese di chi millanta un’accoglienza indiscriminata, incontrollata e non gestita in nome di valori universali ma astratti come fratellanza, pace ed amore che possono trovare solo un’applicabilità parziale e molto limitata nel contesto contemporaneo.

Probabilmente la verità sta nel mezzo perché non è possibile generalizzare e solo le seguenti cose mi sono perfettamente chiare:

  1. questi flussi migratori fanno parte e sono causati dalla crisi culturale ed economica fortissima che stiamo vivendo;
  2. il problema di base è che non esiste un solo tipo di profugo né un solo tipo di mussulmano ma bisogna affrontare un’ondata mista, composta da moderati che possiamo accogliere senza rischio per noi stessi e per la nostra società, e da estremisti che invece sono belligeranti e pericolosi.
  3. Soprattutto guardando queste foto, non si può restare indifferenti alla tragedia vissuta da queste persone, che meritano tutto il nostro supporto per uscire dall’incubo che stanno vivendo, sia gli adulti che i bambini, che davvero non hanno alcuna colpa (ammesso che di “colpe” si possa parlare).

Migrants @ Independent.co.ukMigrants @ Independent.co.uk
Foto tratte da: http://www.independent.co.uk/news/world/europe/it-is-surreal-the-tragic-situation-of-migrants-arriving-among-greek-tourists-every-morning-10462172.html

Il problema è il “come” perché anche se l’Europa è ancora ricca, di fatto c’è una distribuzione della ricchezza che definire “fortemente diseguale” è un eufemismo: il fatto che l’Europa sia ricca non significa che lo siano anche i suoi abitanti, che non devono pagare i costi altissimi di una integrazione culturale fallita in partenza.

Ed è su questo “come” che i vari sciacalli della politica italiana e mondiale stanno speculando per raccogliere voti, così come stanno speculando tutti coloro che vivono alle spalle del business dell’accoglienza degli immigrati e dei rifugiati. Matteo Salvini è stato forse uno dei pochi a mettere in evidenza l’impossibilità di un’accoglienza indiscriminata, finendo poi per strumentalizzare il problema per fini elettorali e dal quale mi dissocio fortemente per tutto il resto.

Gli USA sono la prova davanti agli occhi del mondo delle difficoltà di integrazione, realtà dove il “ritorno alle origini” di vari gruppi della popolazione rende una vita assieme realmente difficile, dove non sempre c’è una società realmente integrata nella quale ci si accoglie ed accetta a vicenda, ma è molto più facile trovarne una multiculturale dove la tolleranza non è affatto reciproca e dove semplicemente persone dal differente retroterra culturale cercano di sopportarsi a vicenda e di convivere in uno spazio comune, dando costantemente origine a tensioni e conflitti. Davvero è questo ciò che vogliamo per l’Europa, che oggi ancora fa fatica ad integrarsi al suo interno, date le differenze tra i vari europei sia come Stati che come popoli? Un’americanizzazione forzata che non avvantaggia nessuno? La risposta a mio avviso è “no”, ma nemmeno so suggerire una risposta che non sia la semplice indifferenza o un “aiutiamoli a casa loro” che in realtà non aiuta nessuno. Anche le strategie proposte da Putin non sono perfette, perché mentre si ristabilisce una stabilità politica in Medio Oriente, saranno in tanti a morire prematuramente se non vengono soccorsi subito. E di nuovo, da chi?

Per ogni soluzione che provo ad immaginare, trovo anche parecchie falle, grosse imperfezioni ed effetti collaterali: un’accoglienza temporanea non risolve il problema; tenere gli immigrati isolati dal resto degli europei sarebbe insostenibile a livello economico ed umanitario e così via. Forse la strada più facilmente percorribile è un’accoglienza permanente ma estremamente selettiva, riservata solo ai profughi di guerra ed immigrati regolari che si dimostrino compatibili con il nostro sistema socio-culturale. Ma che fare degli altri, e come applicare i dovuti filtri e controlli? Non ho la risposta.

Ho solo un ultimo commento sulla religione. Le cause del conflitto che stiamo vivendo ora e dell’ISIS sono politiche e non religiose. Ritengo che l’islamismo nella sua versione più moderata (e spero più autentica) sia una religione fondamentalmente di pace come dimostrato dai milioni di mussulmani che condividono una vita pacifica nel mondo occidentale e che giustamente si sono dissociati dalle azioni dell’ISIS, anche ma non solo per la paura di essere indebitamente associati col terrorismo. L’Islam non è terrorismo! Mentre l’estremismo islamico associato all’ISIS è strumentale alla causa politica, non la causa in sé, ed è associabile ad una interpretazione distorta ed intenzionalmente violenta del Corano, atta a giustificare la violenza del terrorismo e a mascherare gli interessi politico-economica.
Tuttavia resta il fatto che il problema dell’integrazione è collegato anche alla religione islamica ed alle sue interpretazioni, nonché alla sua pervasività nella vita dei credenti che rende le cose ben diverse dalla società occidentale, dove prima viene la legge dello Stato e poi c’è spazio per una qualsiasi Chiesa o religione. E resta il fatto che specialmente le grandi religioni monoteiste sono state una delle principali cause di atrocità nel presente e nel passato, o sono state strumentalizzate per compiere aggressioni con interessi economici e politici, come le crociate.
Non entro nel merito delle religioni specifiche, tuttavia rifletto sul fatto che in passato cercai di valorizzare gli aspetti positivi delle religioni e, se di certo non rinnego quel pensiero, oggi sono più determinato nell’asserire che bisogna tenere una visione completa e lucida sul tema in quanto i costi che comporta il fanatismo religioso sotto qualunque veste, di qualunque religione e a qualunque livello (umano, sociale ed economico) non possono essere ignorati. Sia che il fanatismo prenda il nome di ISIS, sia che assuma la forma di dogmi cristiani anacronistici che distruggono lentamente la vita delle persone, mentre gli scandali su preti pedofili o dell’uso per interessi personali dei soldi donati alla Chiesa come per i per mega-attici e via dicendo.

Se è la verità che ci rende liberi, come possiamo ancora accettare tutto questo nell’era del computer, come possiamo accettare che la fede in qualcosa di indimostrabile porti alla morte prematura anche solo di una persona?

A volte siamo così piccoli e soli che pregare è l’unica cosa che ci rimane da fare: “tutti atei” ad esempio sino a quando non si sta per precipitare da un aereo o si sa che si sta per morire ed allora si spera che esista un aldilà, un ricongiungimento con i propri cari. Ma davanti alla strage di Parigi, l’ennesima, non si può pregare il Dio che in teoria non ha fatto nulla per impedire la strage e che è lo stesso adorato tanto dai cattolici che dagli islamici! Bisogna pensare, usare la testa ed iniziare come minimo ad avere una comprensione del fenomeno e della sua enorme complessità ed agire in modo responsabile.
Lo stesso Dalai Lama ha detto che pregare per risolvere il problema è illogico: essendo un problema creato dagli uomini, sono gli uomini che devono risolverlo!

Dopo aver letto tutto ciò, spero che il lettore abbia capito che non si tratta di insensibilità, ma anzi di preoccupazione per il benessere sia degli europei che  delle popolazioni medio-orientali ed asiatiche; né di razzismo perché qui la razza proprio non c’entra e nemmeno di xenofobia, perché qui non c’è una paura ingiustificata verso lo straniero.
Sono genuinamente preoccupato per una situazione che sta degenerando: da un lato, come esseri umani, abbiamo il dovere morale di aiutare con imparzialità chi sta male e chi soffre, chi fugge dalla guerra dopo aver perso tutto, con le case in macerie e chissà quante persone care che sono già state uccise. Dall’altro, l’Europa non può farsi carico dell’intero problema da sola, sia per un’integrazione culturale impossibile che di risorse economiche inadeguate e di spazio: basta guardare la seguente immagine per capire quanto l’Africa sia più vasta e come non potremo mai accoglierli tutti!
Come possiamo aiutare gli altri se non siamo in grado di aiutare prima noi stessi?

A tal riguardo, riporto questo splendido Video https://youtu.be/mhL1sttL5Dw dal titolo Immigration, World Poverty and Gumballs – Sub ITA

[https://www.youtube.com/watch?v=mhL1sttL5Dw]

Lo raccomando davvero: è da vedere.

C’è bisogno di un mondo più giusto, con una maggiore distribuzione della ricchezza, dove si abolisce il concetto di somma zero (per avere di più io devo togliere altrettanto a te, es. +2 –2 = 0) e lo si sostituisce con un concetto di crescita condivisa globale, dove allora anche le logiche di migrazione sarebbero veramente un valore perché collocate in una prospettiva di integrazione e di mobilità volontaria, non forzata da regioni di sopravvivenza, ma questo significherebbe riscrivere le regole del mondo come lo conosciamo e non a tutti piacerebbe.

Inoltre, nessuno sa bene cosa fare nel presente per arginare la crisi, tanto meno i politici che sono alla causa di tutto questo e che hanno le mani ancor più sporche di sangue dei terroristi che hanno fisicamente ucciso tante persone innocenti.
Intanto, a farne le spese, sono i cittadini delle nazioni ospitanti, che stanno mettendo a rischio anche la propria sicurezza, identità culturale e stile di vita – che, sottolineo, non è a spese dei “poveri africani”! Uno dei più grandi sfruttatori dell’Africa oggi è la Cina, non certo l’Europa e, tornando alle parole di Stefan Molineux, anche se fosse non è certo la massa della popolazione a trarne beneficio, ma solo le lobby.

africa_europa

La cosa più terribile è che tutto questo sta accadendo per l’avidità di una minoranza della popolazione mondiale che ha facce, nomi e cognomi ma è infinitamente più ricca e potente di tutto il restante 99%. Sono veramente gli ultra-ricchi che detengono da soli il 50% della ricchezza mondiale, che stanno causando queste atrocità: la crisi che siamo vivendo è voluta per fare gli interessi di pochissimi a discapito di tutti gli altri, l’immigrazione di massa è studiata ad arte per creare nuovi schiavi da sfruttare, per abbattere ancora di più i costi del lavoro e dividere ulteriormente i popoli, forzandoli a convivenze squilibrate e difficili per l’incompatibilità culturale.
Tutto il sistema sta crollando perché sta scomparendo il ceto medio in tutto il mondo, pur essendo la vera colonna portante di ogni economia (ricordiamoci che gli ultra-ricchi non spendono che una frazione di quello che guadagnano e dunque non contribuiscono in modo significativo all’economia reale di massa) e c’è una follia generalizzata a massimizzare i profitti sempre e comunque, dove per vendere di più si abbattono i costi del lavoro – ovvero gli stipendi. Ma se tutti sono con stipendi bassi, allora chi è che può permettersi di comprare? Ed infatti i consumi si stanno contraendo ovunque, a livello mondiale, anche negli USA!
Solo un cerebroleso potrebbe capire questo semplice concetto: se io ho un bar, guadagno se vendo tanti caffè. Faccio ancora più soldi se abbatto anche i costi, quindi se sono l’unico a “trattar male” i miei dipendenti. Ma se anche la fabbrica davanti a me, il ristorante e l’ufficio legale fanno la stessa cosa – ovvero pagare una miseria i loro dipendenti – allora nessuno di loro verrà a comprare i miei caffè!
Ma se io non vendo più caffè e i miei unici clienti sono gli imprenditori di altre attività, perché i loro dipendenti sono troppo poveri per fare la colazione da me ogni giorno, allora dovrò chiudere il mio bar perché a me non serve che venga una sola persona ricca che mi compra un caffè tutti i giorni: a me ne servono 1000 al giorno, benestanti! Così io dovrò licenziare i miei dipendenti e né io né loro potremo più comprare i prodotti della fabbrica, le cene al ristorante e le consulenze legali, e così via.
Questo è il meccanismo perverso, oggi in atto su scala mondiale per via di un mercato impazzito, lasciato in mano a chi non vuole politiche di controllo ma è mosso unicamente dall’avidità, al punto da condannare alla morte moltissimi dei propri simili che sia nella sempre meno ricca Germania o nella sempre più povera India, con Grecia e a breve Italia che precipitano nel baratro.

Come diceva Enzo Biagi, per uccidere un uomo, non serve togliergli la vita, basta togliergli il lavoro, ed è esattamente ciò che sta succedendo anche a noi, complice tutta la politica italiana. Spero che certe persone pagheranno per ciò che stanno facendo.

Abbiamo le prove di tutto questo sui giornali, ormai con anziani in Italia che muoiono di fame nella più totale indifferenza e solitudine per via di pensioni minime insufficienti, o con imprenditori falliti che si suicidano, per parlare solo di alcune delle tragedie che si consumano qui da noi. Davvero, è questo il mondo che vogliamo? Un mondo dove stiamo consentendo ad un’infima minoranza di persone di controllare tutti gli altri e di giocare con le vite del prossimo come se fossero pedoni sacrificabili di una pedina a scacchi? Un mondo che si definisce civilizzato ma che si basa sullo sfruttamento dei più deboli, costretti ad una guerra tra poveri che non è certo voluta da chi la combatte?
La risposta è certamente “no” e c’è desiderio di cambiamento da parte della forte maggioranza. Bisogna solo vedere come ciò avverrà se i metodi tradizionali come la politica ed il voto non funzionano e la democrazia è costantemente sotto attacco: che il cambiamento debba avvenire è fuori discussione, spero solo che avvenga nel modo meno violento possibile…

Link di approfondimento sull’ISIS:
http://www.theatlantic.com/magazine/archive/2015/03/what-isis-really-wants/384980/

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Intanto in Italia… (e nel resto del mondo)

Lo dico subito: se normalmente i miei articoli non sono di certo brevi, questo – assieme a quelli che seguiranno – è proprio uno che NON si può leggere tutto d’un fiato ma, anzi, va preso con la dovuta calma per via degli importanti contenuti e dei temi trattati, soprattutto per guardare i video allegati. Caro lettore, se sei armato di sano spirito critico e spesso guardi le ingiustizie dell’Italia e del mondo e ti chiedi “ma che ca**o sta succedendo?” forse, con tanta umiltà, qui puoi trovare qualche risposta. Quindi fatti un caffè o quello che ti piace, salvati questo articolo tra i preferiti e leggitelo con calma, sera dopo sera o mentre viaggi in treno per andare al lavoro, come un piccolo e-book.

Inizio proprio da un concetto importante: avere oggi il giusto spirito critico, ovvero la capacità di mettere in discussione la realtà e le informazioni che ci vengono date, è essenziale, capendo che viviamo in un mondo dove tutti mentono (inclusi gli Stati  e le così dette “voci ufficiali”), dove non possiamo essere onniscienti per via della complessità che caratterizza la realtà contemporanea. E capendo anche che non credere a nulla, nemmeno ai fatti, e pretendere di saperne più degli altri senza aver studiato non è sano spirito critico ma arroganza unita ad ignoranza.

Spirito critico però fortemente compromesso dalla crisi contemporanea sui valori sociali, di cui mi ero già reso conto anni fa, dove il buonismo ingiustificato e la paura del giudizio – a mio avviso fomentati ad arte dalle lobby, tra stampa imbavagliata dai finanziamenti ed interessi economici – dove chiunque provi a criticare qualunque cosa viene automaticamente etichettato come razzista, omofobico e complottista anche quando in realtà non lo è proprio. Spirito critico reso molto difficile per gli intenzionali tagli all’educazione e con la stampa che, nel peggiore dei casi, è intenzionalmente manipolata dalle lobby e che, nel migliore, distorce ed esalta le notizie perché prima deve vendere e poi dare notizie ai lettori, schiava dei click per gli sponsor pubblicitari.

Parte I –  Italia: l’industrializzazione intenzionale

Sono nato nel 1979, quando c’era ancora la Lira e penso che molti ricorderanno gli anni della ripresa successivi alla seconda guerra mondiale, ormai superatone l’orrore, come un periodo di grande benessere economico e sociale in cui c’era lavoro e si stava felici, dove l’Italia era tra le principali nazioni al mondo nonostante i debiti, dove in tanti ci invidiavano mille aspetti oltre l’arte, la storia ed il buon cibo, incluso l’alto livello nel settore manifatturiero e quella capacità creativa e di innovazione che ci hanno sempre contraddistinto in meglio nel mondo. Nulla a che fare con la miseria di oggi dove, nonostante una certa resistenza soprattutto nel nord Italia e sparuti casi di eccellenze riconosciute nel mondo, quel clima di benessere è ormai un lontano ricordo, la disoccupazione è talmente alta da far spavento e gli stipendi sono totalmente insufficienti per garantire un degno tenore di vita.
Parlo chiaramente per sommi capi, dato che mi sarebbe impossibile scendere nel dettaglio con il tempo che ho a disposizione per scrivere e quello che ha il lettore prima di spazientirsi, quindi spero che mi venga perdonato un approccio forse troppo generalista. Comunque, come ci siamo arrivati a tutto questo?

Indubbiamente la corruzione tipica dell’Italia, l’incompetenza dei politici e la crisi globale hanno avuto la loro importanza, tuttavia il colpo di grazia lo abbiamo ricevuto con l’Euro. Sorpresi? Molti immagino di no e, se è vero che la Lira aveva i suoi pregi e difetti, di certo l’Euro gestito come è stato gestito è attualmente la pietra legata al collo che ci sta facendo sprofondare. E sì, chi ha letto il mio blog sin dall’inizio sa che anche io mi sono bevuto la favoletta raccontata al tempo che la Lira ci rendeva deboli e che l’Euro, tutto sommato, era il male minore. Bugie.

Una descrizione molto chiara del problema lo troviamo in alcune interviste rilasciate da alcuni grandi esperti dell’economia Italiani, come il prof. Alberto Bagnai, docente di politica economica o il dott. Nino Galloni, purtroppo già vecchie di 2-3 anni ma sempre attuali e passate almeno per ora come gli avvertimenti di Cassandra, ovvero corrette profezie ignorate quasi da tutti.
Da vedere assolutamente sono video come “Morire per l’euro? Alberto Bagnai su crisi economica e disoccupazione di massa” (https://youtu.be/IyoCCoLMGko) , che suggerisco di seguire dal 15 minuto circa, https://www.youtube.com/watch?v=IyoCCoLMGko&feature=youtu.be

Ritroviamo Bagnai in un’altra intervista video dal titolo: “Ce lo chiede l’Europa
https://www.youtube.com/watch?v=gEhZMldT-FE

 

…. o qui una più recente intitolata “Deficit: il punto sull’Europa tra sogno e realtà”. https://www.youtube.com/watch?v=uAGhz_QOKS8

Con umiltà cerco di riassumere con parole mie i contenuti del prof. Bagnai ma consiglio fortemente di guardarsi i video, perché finalmente si hanno i dati veri, i fatti e non le bugie raccontate ad arte dalla televisione e dalle altre fonti di informazione. Inoltre si fa un po’ di chiarezza partendo dalla nostra crisi, causata dallo shock dovuto a sua volta alla crisi finanziaria degli USA, mentre la crisi Europea contemporanea è il ripetersi di crisi già viste, dovute all’aggancio delle valute nazionali ad una valuta estera, ma in questo caso addirittura con l’Euro e con cambi 1 ad 1 irreversibili nonostante ovvie differenze tra le economie dei vari Paesi membri, che ha consentito un grande afflusso di capitali esteri e dunque l’indebitamento che oggi sta schiacciando l’Italia ed altre nazioni soprattutto mediterranee.

Il primo dato veramente importante è che, dopo la ripresa negli anni 70 ed una relativa fase di stabilità che coincide con il reddito medio degli italiani (comunque già allora inferiore alla media europea dei 15 paesi), dal 97 in poi parte un inarrestabile tracollo.

Bagnai prende in esame cause alternative come la riduzione delle imprese, gli sprechi della politica e la corruzione che, chiaramente, esistevano anche prima del 96-97 e pertanto non sono le reali cause della crisi, piuttosto delle aggravanti.
Bagnai cita anche il distretto industriale italiano come modello che godeva di ottima reputazione anche all’estero e spiega che le piccole-medie imprese italiane venivano considerate all’estero come un modello di riferimento. Nel 95-96 iniziò l’industrializzazione dell’Italia con un aumento di produttività quasi doppio rispetto agli anni 70, periodo in cui l’Italia aveva superato l’Inghilterra, aveva quasi appaiato la Francia e stava minacciando la Germania. Caso strano, nel 97 tutto ciò si ferma e non certo per la corruzione o presunta pigrizia o incompetenza degli Italiani (presente, ma non certo la causa), ma come vedremo per colpa dei cambi fissi e dell’Euro.

Nel 97 si inizia il percorso di ingresso verso l’Europa ed il tasso di cambio della lira deve essere stabilizzato per le varie manovre finanziarie funzionali all’ingresso nell’Eurozona. Anche se nel 97 l’Euro non c’era ancora, c’era l’Ecu che era la moneta virtuale necessaria come collegamento verso la realtà dell’eurozona e che dunque era quasi l’Euro con un altro nome.
Il tracollo economico contemporaneo, secondo la stampa e le fonti di informazione ufficiali, sarebbe causato dall’incompetenza e dalla pigrizia degli italiani e, se questo è un tema sul quale si può discutere (e sono d’accordissimo, dato che col mio lavoro ho conosciuto tantissimi grandi incompetenti così come grandi professionisti), questo “fatto” è stato ampiamente sfruttato per colpevolizzare noi italiani e gli altri “pigri” popoli mediterranei, unici responsabili della loro attuale condizione.

L’Euro è stato voluto soprattutto dalla Germania (assieme alla Francia, sua alleata – non scordiamocelo mai):  la sua economia era rivolta soprattutto ad un mercato interno grazie (e per colpa) del Marco tedesco che, essendo una valuta molto forte, rendeva molto difficile esportare all’estero per via del cambio monetario, mentre rendeva conveniente le importazioni.
Da notare che la Germania aveva e tutt’ora ha un’economia complementare con quella francese, mentre è molto simile per molti aspetti a quella italiana con cui è in diretta competizione sotto molti aspetti.
Se l’Italia (così come la Grecia e le altre nazioni “deboli”) è stata voluta dentro l’Eurozona nonostante non avesse le carte in regola ed il debito alle stelle non è certo per generosità da parte delle nazioni centrali e forti come la Germania (chi è il fesso che essendo in una posizione di forza aiuta i concorrenti più deboli a diventare ugualmente forti, perdendo il proprio vantaggio e senza trarne alcun profitto?) è perché l’Euro sarebbe stata una moneta media in quanto moneta di tutti, una moneta debole per i forti e forte per i deboli: la Germania avrebbe avuto una Lira mascherata che avrebbe reso più facili le esportazioni, mentre per i deboli sarebbe stata un Marco mascherato, che avrebbe reso molto difficile esportare, distruggendo così le economie basate soprattutto sull’export.

Proprio nel 94-95 l’Italia aveva un surplus economico da fare paura alla Germania, con la quale era molto integrata ed in competizione: come detto, le due economie erano molto simili solo che le monete impattavano in modo molto diverso. In questo modo la Germania ha fatto fuori il concorrente scomodo, noi italiani, e si è presa una moneta che rende molto più facile esportare.

Altro elemento citato da Bagnai è l’esplosione del nostro debito privato che ha portato in forte crisi le banche che hanno prestato ai cittadini ed alle imprese, non il debito pubblico di cui tanto si parla come causa della crisi. Di fatto, soprattutto le banche tedesche hanno prestato troppo e male ad Italia, Portogallo, Spagna, Grecia etc, ed ecco perché alla Germania importa così tanto del nostro debito: perché sono soldi loro e, con l’Euro che ha strozzato anche la domanda interna di molte nazioni mediterranee a cui erano stati imprestati soldi,  la situazione è critica.
Debito che però è stato indotto artificialmente, perché la strategia dei cambi fissi ha reso più credibili i paesi relativamente arretrati prima citati, offrendo così lauti guadagni per gli investitori e in apparenza riducendo fortemente i rischi. Infatti, se inizialmente l’afflusso di capitali esteri ha portato crescita in quei paesi, ne è conseguita una inflazione, rendendo i Paesi debitori sempre meno competitivi e peggiorando la situazione economica e dunque il debito, perché chiaramente i capitali ricevuti poi vanno restituiti. Proseguendo su questa linea, arriva un momento in cui i Paesi prima finanziati smettono di ricevere finanziamenti e sono chiamati a restituire i prestiti – proprio come il caso della Grecia – e dunque si attivano le politiche di austerity, di lacrime e sangue, che aggravano ulteriormente la situazione, proprio come ha fatto Monti con noi.
Come detto, tali prestiti sono stati erogati al settore privato (imprese e famiglie), che si comportano come è normale fare in una situazione di crescita e dove il debito è “normale” e fa normalmente parte del modello capitalista, senza essere né buono né cattivo.
Ma mentre la molla della crisi si carica come sopra descritto, arriva un momento in cui le famiglie e le imprese si ritrovano forte difficoltà e sono le banche a soffrire di conseguenza perché i debiti di famiglie ed imprese sono i crediti delle banche, che hanno prestato i soldi , dunque lo Stato interviene con i propri capitali trasformando il debito da privato in pubblico per impedire che le banche falliscano, banche che però poi continuano con comportamenti “criminali” che impediscono la risoluzione del problema alla radice.
Tali banche – ricordo soprattutto tedesche e francesi – che hanno prestato dissennatamente pur vedendo che Paesi interi (non solo lo Stato inteso come apparato, ma proprio famiglie ed imprese) si stavano indebitando per cifre che non sarebbero mai stati in grado di restituire, lo hanno fatto sia per i guadagni nel breve periodo sia sapendo/sperando che alla fine non avrebbero dovuto gestire le conseguenze delle loro azioni, con lo Stato che interviene per risolvere il problema pagando di tasca propria e così rendendo il debito da privato a pubblico.
A questo punto è bene ricordare che tutta questa storia del debito privato e dei prestiti non è colpa della Grecia o degli altri paesi facenti parte del “PIGGS” europeo: i privati e le imprese si sono comportati in modo razionale secondo le prospettive di allora – non è che tutti sono economisti e la sanno lunga – ma sono state le banche che hanno prestato danaro in modo scellerato.  Usando le stesse parole di Bagnai, se qualcuno presta soldi ad un barbone e quei soldi non ritornano, è colpa del barbone che li ha accettati o di chi glieli ha prestati?

La politica dei cambi fissi ha dato incentivi sbagliati a tutta l’Europa: i paesi mediterranei si sono indebitati, mentre quelli del nord hanno ridotto gli investimenti nelle attività produttive, come le infrastrutture, che sono necessari per la crescita dato che il profitto avviene vendendo ai mercati esteri a discapito di quelli interni. In questo meccanismo perverso, oggi perdono i paesi mediterranei ma domani perde l’Europa intera perché non c’è sviluppo e si distrugge l’economia.

Inoltre, se la Germania è passata dalla condizione di grande malato d’Europa subito dopo la seconda guerra mondiale al ruolo di nazione leader dell’Europa, lo ha fatto abbattendo i salari dei suoi dipendenti, con la minaccia della delocalizzazione. Gli “schiavi” andavano presi dalla Germania dell’Est così come dalla Jugoslavia, pagandoli il meno possibile, per aumentare la competitività dei prodotti ed aumentando così le disuguaglianze sociali, mentre le altre nazioni meno ricche che avevano già i salari bassi non hanno potuto reggere il gioco. Ricordiamoci di questo passaggio per il futuro.

A riprova, suggerisco questo articolo intitolato “Der Spiegel: La Germania, un Paese in Lenta Rovina”: http://vocidallestero.it/2014/09/23/der-spiegel-la-germania-un-paese-in-lenta-rovina/
E colgo l’occasione per ricordare che quando si parla di Germania, in queste righe, si fa riferimento solo alla classe politica della Merkel e che probabilmente anche la democrazia in Germania è morta, dato che le scelte di abbattere gli stipendi in Germania di certo non fanno felici i tanti lavoratori salariati che, per quanto stanno meglio degli italiani, comunque soffrono molto per la situazione in cui si trovano e che non hanno voluto tutto questo. Anzi.

Invito a guardare questo video, di cui purtroppo ho solo il link Facebook, tratto dal programma satirico tedesco Die Anstalt, dove viene spiegato egregiamente ciò che sta succedendo e come i comici coinvolti non si riconoscano affatto nell’Europa contemporanea, che è ben lontana dai valori positivi di supporto e fratellanza che vorrebbero e vorremmo tutti. https://www.facebook.com/CarloMartelliM5sSenato/videos/1094275010600735/image

Altro punto evidenziato è che si sarebbe dovuto creare prima il substrato politico che avrebbe naturalmente favorito la moneta unica, non l’opposto in cui si spera che la moneta crei le condizioni politiche. Di fatto si stanno avverando le peggiori previsioni in fatto economico ed una pericolosa deflazione che è collegata alla povertà di acquisto da parte delle famiglie. Sempre a riguardo, Bagnai sostiene che Prodi ed altri già sapevano dell’insostenibilità dell’Euro, che ciò avrebbe creato una crisi fortissima che si potrà risolvere solo con gli Stati Uniti d’Europa, la copia disfunzionale degli USA basata su un terreno culturale, storico e politico pessimo viste le differenze tra gli attuali stati europei. Bagnai cita infatti una specifica area di competenza, ovvero quella delle aree valutarie ottimali, spiegando che idealmente prima si integrano i sistemi educativi, i mercati del lavoro ed i sistemi previdenziali, solo in seguito si pensa al resto.

L’unione politica europea è un processo elitario, probabilmente imbroccato anti-democraticamente, una imposizione voluta da pochi perseguendo ottiche individuali e con una propaganda fortissima che ha promosso ideali – come il sostegno reciproco tra i popoli europei, unità e collaborazione – di fatto non perseguiti nella pratica, con l’Euro che ha aumentato la disuguaglianza dei redditi, ha depresso i salari degli italiani e di altri salariati di altre nazioni, dimostrandosi una scelta di classe.

Ultimo, ma forse più importante, l’austerità e l’Euro sono fortemente collegati ed interdipendenti, in quanto il cambio fisso che regola le valute che “compongono” l’Euro non consente i normali meccanismi che permettono l’uscita dalla crisi secondo le leggi della domanda ed offerta. Il tasso variabile invece avrebbe scongiurato anche l’eccesso di prestiti ai paesi deboli, oggi indebitati a morte come la Grecia.
Chi vuole l’Euro vuole la disoccupazione, per avere manodopera a buon mercato; l’austerità non risana l’economia in tempi di crisi ma addirittura la peggiora perché taglia i redditi privati: si migliora sul risparmio ma si incassa anche di meno dalle tasse, la situazione si compensa ma il debito continua a crescere e salta il rapporto del debito con la crescita del PIL.
Con l’austerità di fatto si riducono i consumi, mentre abbattendo i salari si rendono più convenienti le esportazioni e ciò è l’unico modo per risanare i bilanci esteri (come ci è stato chiesto di fare a noi italiani) in un contesto di tassi fissi, ma non il debito pubblico (che è la reale causa della crisi e che speravamo fosse risanato ma non c’è mai stata l’intenzione), come dichiarato dallo stesso Monti in una intervista alla CNN. Ed ecco qui la prova: il intervista a Mario Monti alla CNN. https://youtu.be/LyAcSGuC5zc

Non è un caso che il paese in Europa con la peggior crescita dopo l’Italia sia – sorpresa – proprio la Germania a causa delle politiche di repressione della domanda interna, dove l’aumento delle esportazioni ha grosso modo bilanciato il crollo dei consumi interni.

Allora, secondo Bagnai, perché questa Unione? Perché assieme si è più forti? No! Perché ad esempio essere piccoli vuol dire essere agili e la Korea del Sud è una nazione piccola ma ricca che non ha avuto alcun interesse ad unirsi né al Giappone né alla Cina. Analogamente, nel passato abbiamo avuto il Portogallo e l’Olanda che sono state grandissime potenze economiche pur essendo piccole.
Se l’Unione Europea fosse fatta bene, ignorando i problemi di incompatibilità linguistica, culturale e politica che tutt’ora esistono, almeno si godrebbe di un importante mercato interno ma di fatto l’UE non è una vera unione tant’è che uno dei problemi enunciati dalla stampa è che l’Italia non è abbastanza competitiva nei confronti della Germania. Ma non dovremmo essere tutti dalla stessa parte ed essere uniti per competere contro gli altri, anziché contro i nostri “alleati”?
Questa competizione tra stati, se fosse sviluppata non in modo distruttivo ma in termini di cooperazione competitiva (la famosa “coopetition”) dovrebbe essere in teoria funzionale allo sviluppo reciproco ma è mal congeniata in quanto tutti dovrebbero essere ugualmente bravi ad esportare, senza capire bene chi dovrebbe importare i vari prodotti.
Inoltre, i prestiti di capitali esteri sono stati funzionali per creare il mercato per i prodotti in esubero tedeschi, francesi e di tutti i paesi del nord che hanno rilasciato i capitali, che vendono malissimo in tanti altri mercati tranne che nelle nazioni mediterranee indebitate, con l’economia gonfiata dai capitali tedeschi, francesi etc. e con la “febbre”.

Oggi la strategia è quella di creare “disoccupazione competitiva” e l’Euro distrugge il mercato interno che sarebbe l’unico vantaggio derivante dallo stare assieme.
Se quindi gli imprenditori italiani non riescono a vendere né dentro né fuori l’Italia, non è perché (molti) non sono sufficientemente bravi come si vuole far credere a noi italiani ed agli altri popoli mediterranei, manipolando l’opinione pubblica e creando una sorta di auto-razzismo, ma perché sono state messe in atto politiche per la distruzione dei mercati interni e della deindustrializzazione dell’Italia a vantaggio dei paesi forti come la Germania che, come si vedrà, non è affatto tutto questo modello di eccellenza.
Falso quindi che, se siamo in crisi, è SOLO perché non siamo abbastanza bravi, perché siamo corrotti, perché non abbiamo fatto le riforme necessarie – dato che la “flessibilità” lavorativa ottenuta con le risorse (vedi precariato) non comporta un aumento di domanda e produttività ma anzi la riduce (coerente con la mia ricerca sul precariato del 2010) – ma è coerente con la disoccupazione intenzionale.
Falso che lo Stato italiano è “sprecone” (ma ha piuttosto un problema molto serio di qualità della spesa pubblica) ed anzi la corruzione è aumentata in seguito al decentramento delle funzioni politiche “per stare vicino ai cittadini”, supportando la nascita di entità parassitarie come il caso romano di “Batman”.

Tragico che, secondo Bagnai, sarebbe possibile attivare politiche più espansive già con le regole attuali ma ciò non viene fatto.

Il problema è, fondamentalmente, che siamo in guerra economica sia con gli altri paesi dell’Eurozona, sia con quelli proprio fuori dall’Europa; una guerra più silenziosa che non si combatte più con bombe e cannoni, ma con manovre finanziarie, creazione di debiti intenzionalmente insostenibili che causano la crisi che stiamo vivendo e quanto visto sino a qui. Bagnai sottolinea che nel trattato di Maastricht c’è scritto chiaramente che le politiche economiche dei singoli paesi devono essere ispirate al principio del coordinamento, ovvero evitando politiche che danneggiano i propri vicini e lo Stato Tedesco – non i singoli cittadini – è un violatore seriale dei trattati europei.

Mi sento di muovere solo una piccola critica a Bagnai: anche se lui sostiene che la corruzione, per quanto un male, non sia la causa della crisi, a mio avviso invece è proprio così! La situazione in cui siamo ora è frutto anche della corruzione, certamente non quella del quotidiano dove c’è chi paga tangenti per vincere gli appalti pubblici ma quella ad altissimi livelli che ha portato i nostri politici (corrotti e corruttori) a tradire il popolo italiano adottando l’Euro come valuta, pur sapendo cosa sarebbe successo, ma andiamo avanti.

Alla luce di questi fatti, ho anche modo di rivalutare il passato: ad esempio,  ora è chiaro che Mario Monti ha contribuito alla deindustrializzazione dell’Italia servendo le politiche della Germania rappresentata da Angela Merkel, ed ha avuto gioco facile solo perché si è trovato al momento giusto: lui stimato professore ed economista, sempre uomo di destra, contro quel pagliaccio di Berlusconi – anch’egli di destra – che per anni ha contribuito a distruggere l’Italia a modo suo, con un approccio che era l’opposto di quello di Monti, con le leggi ad personam per curarsi dei propri interessi ed a discapito della società, con le sue bugie, con i “festini eleganti” che hanno poi portato alle mignotte in parlamento. Dopo anni di bella vita e di comportamenti irresponsabili a livello politico e della parte della società che li supportava, sembrava che il rigore proposto da Monti servisse per ri-bilanciare il caos causato da Berlusconi (e forse inizialmente fu davvero così) ma alla lunga possiamo vedere con i nostri occhi i risultati ed ora ne capiamo anche il perché: dipendente dell’Europa voluta dalla Germania e Francia e non del popolo italiano.
Abbiamo un’altra grave testimonianza della servitù dei nostri politici non nei confronti del popolo italiano ma della Merkel e delle sue cerchie che troviamo in questo video, in cui Prodi (di sinistra) ammette che la lira era stata svalutata di 6 volte nel cambio col marco tedesco quando si trattava di determinare i cambi fissi tra le valute. Ma non era stato proprio lui a volere l’Euro e ad iniziarne poi la circolazione in Italia, seguito poi dal governo Berlusconi che incrementò ancora di più l’inflazione che ne conseguì? https://www.youtube.com/watch?v=nDorzPkYtTU

Altro video agghiacciante è uno in cui Massimo D’Alema spiega con grande precisione la situazione in Grecia e si capisce che anche lui era perfettamente a conoscenza di quello che sarebbe successo: destra o sinistra, nessuno si è mosso. https://www.youtube.com/watch?v=jKKkEpdi5Ag

In Germania il costo del danaro è bassissimo, addirittura con un interesse negativo, comprano i titoli della Grecia (15% coi tassi d’interesse perché è un paese a rischio) e guadagnano una montagna di soldi. Quindi da un paese povero come la Grecia enormi risorse si trasferiscono ad un paese ricco attraverso la differenza dei tassi d’interesse. Il paese povero si impoverisce sempre di più e quando non ce la fa più arrivano gli aiuti europei per pagare non le pensioni greche ma gli interessi alle banche francesi e tedesche e molto parzialmente non italiane: 220 miliardi su 250 sono andate direttamente alle banche. I greci non ne sentono neanche l’odore.” (citazione non alla lettera).

Ora il punto è: che si fa? Secondo Bagnai molti bisogna uscire dall’Euro e riprenderci la Lira, in quanto sarebbe il male minore. Tutta la storia della svalutazione apocalittica e dell’inflazione terribile sarebbe più uno strumento di terrorismo per bloccare l’opinione pubblica che un probabile scenario e che, se certamente il ritorno alla Lira avrebbe i suoi svantaggi, Bagnai riflette sulla “forza” della Lira che, per quanto inflazionata, non era affatto una moneta così debole ed anzi ci rappresentava degnamente, essendo perfetta per il nostro modello economico dato che facilitava le esportazioni e comunque – usando parole sue in riferimento all’uscita dall’Eurozona – è sempre meglio essere un guscio di noce in un oceano (che però galleggia) che cercare di nuotare nello stesso oceano con una roccia legata al collo che ci tira a picco.
L’Euro potrebbe ancora restare una risorsa, ad esempio ripristinando i cambi flessibili tra le valute e/o utilizzandolo come moneta per la regolazione tra le banche centrali, come lo era l’Ecu se accompagnato da valute locali.

Il problema conferma comunque di avere una natura sempre politica (nella peggior accezione del termine), dove la classe politica agisce per interessi di lobby anziché rappresentare il popolo, dà schiaffi alle scienze economiche nel proprio agire e dove volutamente si ignorano le lezioni imparate dalla storia.

Ciò che io stimo profondamente di Bagnai è la sua capacità di andare oltre gli aspetti puramente tecnici dell’economia e di trovare i punti di contatti con altri importanti elementi culturali e sociali (e talvolta anche squisitamente psicologici), quali la morte della democrazia in Italia ed in Europa e l’influenza degli USA nel manipolare anche la nostra economia.
Quando ci si ritrova con la distruzione palese del sistema educativo, dalle scuole alle università, quando ci si ritrova con persone “magicamente” al potere in ruoli chiave senza essere state elette, si capisce la palese intromissione della politica non come “scienza” ma quella della peggior specie fatta da persone collocate in posizioni nevralgiche per tutelare gli interessi di pochissimi a discapito di tantissimi e per consentire che certe scelte vengano approvate dai governi.
Mi stupisce in positivo la spontaneità di Bagnai quando sostiene che anche secondo lui certe strategie economiche sono incompatibili con la democrazia e vanno contro il benessere della popolazione, tanto che oggi c’è chi rischia di morire di fame per via di una crisi acutissima protratta per oltre 7 anni! E che non accenna a migliorare ma, anzi, peggiora ogni giorno di più ed è voluta da lobby che influenzano in modo fortissimo la politica: non è certo il complottino da scantinato immaginato da tanti complottisti che credono alle scie chimiche o al fatto che i vaccini facciano venire l’autismo, ci sono addirittura i testi accademici di economia che prevedono l’influenza delle lobby nel sistema economico-politico.
Pertanto, invito i curiosi a seguire il blog di Bagnai per restare informati: http://goofynomics.blogspot.co.uk/ 

Su questo link, invece, è possibile trovare  un’intervista a Udo Ulfkotte : il più famoso giornalista della Germania, vincitore di tanti premi internazionali che ammette di essere stato pagato dalla CIA per 17 anni assieme ad altre centinaia di giornalisti per favorire la Casa Bianca perché “I media tedeschi e americani stanno cercando di portare la guerra in Europa e di portarla in Russia. Siamo a un punto di non ritorno e io voglio alzare la voce e dire che non è giusto quello che ho fatto in passato, ho manipolato le persone e ho fatto propaganda contro la Russia.”
http://www.nuovoilluminismo.com/2015/03/famoso-giornalista-tedesco-tutti-i.html

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Di seguito un’altra, agghiacciante dimostrazione del fatto che la Germania non è tutto questo modello di efficienza ma anzi è in posizione di leadership conquistata solo barando ed evadendo le stesse regole imposte a tutti gli altri, ad esempio risanando le aziende tedesche in crisi dal 2003 e con soldi pubblici: https://www.youtube.com/watch?v=uNmhfH8-FRM

Paolo Barnard demolisce Udo Gumpel a “La Gabbia [06-11-2013]

Altra grande intervista da vedere assolutamente è quella fatta a Nino Galloni: “Come ci hanno deindustrializzato: un viaggio che passa da Enrico Mattei e Aldo Moro”. https://www.youtube.com/watch?v=5lPGzvfnI9M

Grosso modo gli stessi contenuti sono visibili su un’altra intervista chiamata “IL FUNZIONARIO OSCURO che fece paura a Helmut Kohl e si oppose alla svendita italianahttps://www.youtube.com/watch?v=t_ssGy0LXo0

Anche il dott. Galloni è una mente brillante nonché un testimone privilegiato dei fatti, in quanto è stato Direttore generale al Ministero del Lavoro ai tempi di Andreotti: tragicamente, i punti in comune con Bagnai sono tantissimi, ulteriore riprova della veridicità dei contenuti.

Uno degli elementi di particolare interesse per il contributo di Galloni – molto tecnico – è la sua critica ad alcune teorie sull’economia date per scontate, come il fatto che un aumento della liquidità generi automaticamente una inflazione spaventosa che porterebbe al collasso. Tale fatto non troverebbe riscontro nella letteratura economica ed anzi è una possibilità che s

Inoltre, anche lui fornisce una preziosa memoria storica delle condizioni della Francia e della Germania del tempo, e conferma che il disegno in atto per deindustrializzare l’Italia voluto da Helmut Kohl e Mitterrand, dove anche Andreotti – che inizialmente temeva la riunificazione della Germania (mi piace così tanto che ne voglio due) e che consentì a Galloni di operare per difendere l’Italia – in seguito cambiò idea ed appoggiò i poteri franco-tedeschi.
L’Italia, nonostante tutti i suoi difetti, era una minaccia per la Francia e la Germania e l’UE è servita per toglierci di mezzo, solo che ha funzionato solo a metà: il settore pubblico, “le industrie strategiche sono state svendute, privatizzate, indebolite e mandate a rotoli perdendo tantissime imposizioni ma il grosso della nostra imprenditoria, pur non realizzando grandi profitti, ha continuato a produrre” nonostante la pubblica amministrazione contro, le banche che non concedono più prestiti e tutti i problemi relativi alle infrastrutture.

Altro elemento interessantissimo è il paradosso che Galloni nota tra la micro e la macro economia: elementi come il posto di lavoro, i salari, l’ambiente, la salute, la sicurezza, la democrazia sono visti nel primo modello come un costo da ridurre e potenzialmente eliminare, nel secondo come un valore da tutelare.
A tal riguardo Galloni illustra alcuni modelli economici, come quello a costi crescenti dove viene premiato il “produttore peggiore” che riesce a minimizzare i costi andando a tagliare anche salari, ambiente etc, modello al quale però si sono allineati i vari governi.
Si arriva ad una schizofrenia di massa in cui ogni imprenditore cerca di abbattere i costi e di pagare i propri lavoratori il meno possibile per aumentare i propri profitti ma spera che ogni altro imprenditore li paghi il più possibile in modo che i vari lavoratori salariati da altri possano permettersi di comprare i propri prodotti.
Si tratta poi di follia pura, perché  è ovvio che in un’ottica globale non è possibile che tutti esportino e nessuno importi (come dice Bagnai) ma ci sarà chi importa e chi esporta o più verosimilmente un misto.
Un importante passaggio avviene in seguito alla crisi USA degli anni 70, in cui – semplificando enormemente – vi fu un crollo del 40% degli stipendi e dove le banche fecero da ammortizzatore sociale rilasciando prestiti alle famiglie in difficoltà, le quali in parte reinvestirono in borsa. Tuttavia nonostante il relativo benessere, l’occupazione non si riprese e la risposta stava nel fatto che c’erano anche i grandi investitori istituzionali, quelli che si erano impegnati a rispondere ai propri creditori un tasso d’interesse del 7% netto, che erano entrati in borsa come azionisti di controllo ed imponevano al management di avere il 7% minimo di profitto e crescita all’anno: un obiettivo semplice per la new economy, le industrie di punta ma difficilissimo per le imprese sane nei comparti tradizionali,  che però avevano già completato il loro ciclo del prodotto e vivevano una relativa stabilità. Con la spinta ad avere una crescita malsana e forzata del 7%, le imprese dovevano tagliare i costi come i salari, i posti di lavoro, il marketing, la ricerca e via dicendo, secondo un’ottica di totale insostenibilità che chiaramente ha portato alla strage che abbiamo visto ed alla “involuzione” dei manager che prima erano profumatamente pagati per creare sviluppo nelle imprese mentre, più recentemente ed a causa delle nuove condizioni, per distruggere le imprese a suon di licenziamenti e tagli, incentivando “l’occupazione precaria” (un paradosso in termini) e riducendo quella stabile.

Nel 2001 comincia l’attuale crisi quando il rendimento delle azioni è decrescente, in cui si attiva la svendita e la speculazione al ribasso. Il ciclo di molti prodotti si era fermato perché servivano elettricità e telefoni, che buona parte del pianeta allora non aveva, considerando tutte le nazioni deindustrializzate di allora. Le banche quindi non possono continuare ad erogare prestiti, sapendo che non possono essere restituiti, ed iniziano operazioni di derivazione per fornire quei rendimenti che non possono essere generati dall’economia reale sinché non c’è ripresa: tecnica giustificata solo a brevissimo termine ma che viene estesa sul lungo termine a causa di una promessa di ripresa e recupero che viene costantemente millantata su basi infondate. Caro lettore, facci caso: te lo ricordi quante volte ti sei sentito dire che la crisi stava per finire? Comunque il risultato è 1 milione di miliardi di titoli derivati e 3 milioni di miliardi di titoli tossici accumulati in 10-20 anni: 60 volte il PIL mondiale in titoli tossici.
Il Federal Reserve System americano, per far fronte all’emergenza, annuncia supporto illimitato alle banche e si chiede all’Europa di fare altrettanto: nel 2003 la Banca Centrale Europea inizia a fare altrettanto, abbiamo Mario Draghi come governatore della BCE.

Secondo Galloni, si passa da una “fase 1” in cui il profitto avveniva per via dello spread ad una “fase 2” in cui i titoli assicurativi acquistano più valore se il paese assicurato (oggi la Grecia, domani l’Italia) fallisce. La Merkel quindi ha sempre fatto gli interessi della Deutch Bank e banche simili ma non quelli europei (palese violazione dei trattati come diceva Bagnai), pretendendo di detenere l’egemonia senza esportare il proprio modello verso gli altri Stati, cosa che in teoria renderebbe la situazione sostenibile. Dunque la Germania della Merkel vorrebbe guadagnare di più dalla finanza tossica che dall’economia reale, creando ulteriore squilibrio.

Oltre a ciò, Galloni suggerisce che la situazione Europea deve mutare, che il modello attuale basato sulle esportazioni non è sostenibile a lungo termine, tant’è che anche la Cina potrebbe essere in procinto di cambiare la propria economia basata su un’esportazione selvaggia durata anni  ed anni, ora puntando verso il proprio mercato interno, con una situazione potenzialmente conflittuale verso gli USA.

Le conclusioni di Galloni sono varie:

  1. Oggi non ci sarà mai una situazione in cui si creerà un’inflazione in seguito all’incremento di “moneta” nel mercato perché la capacità produttiva ed industriale impedisce uno scenario in cui le persone hanno i soldi da spendere ma non ci sono i prodotti da comprare.
  2. Se ci sono così tanti soldi, perché non ci sono i soldi da reinvestire in ripresa, per gli ospedali, per il welfare se invece ci sono per le banche? Un centinaio di miliardi servirebbero solo per l’Italia e non sono cifre così astronomiche viste in prospettiva. Ancora il problema è politico, non economico.
  3. Bisogna separare di nuovo la finanza dall’economia per impedire che la crisi si ripeta, e riacquisire la sovranità monetaria. Se gli Stati europei accettano il pareggio di bilancio e spendono solo le proprie tasse per il loro funzionamento, allora ci deve essere un’altra entità, ovvero l’Europa, che si accolla le spese per il rilancio, gli investimenti produttivi di cui abbiamo bisogno etc.!. Se l’Europa non è disponibile a ciò, allora è meglio andare da soli e lasciare perdere l’Euro sinché si hanno forze ed equilibri sociali disponibili.
  4. Bisogna riposizionare lo Stato e la pubblica amministrazione (si pensi ad Equitalia) che a tutt’oggi sono unicamente tra la legalità e l’illegalità e che vanno a punire qualunque cittadino anche in buona fede che compie un errore o una dimenticanza (ad es. di una tassa o una dichiarazione etc.) trattandolo alla stregua di un criminale. Ciò ovviamente riduce la credibilità dello Stato e la collaborazione tra cittadini ed istituzioni, incentivando invece quella tra irregolari e criminalità. Con tutte le leggi che abbiamo e la complessità burocratica che caratterizza l’Italia, Galloni dice che è “impossibile rispettarle tutte quante”. Lo Stato dovrebbe invece collocarsi da prima tra la legalità e l’irregolarità, anziché puntare subito all’illegalità! Ovvero, quando si trovava una condizione di errore, bisogna aiutare il cittadino a correggerlo anziché crocifiggerlo con una multa ed una denuncia ai carabinieri, un po’ come succede qui in UK dove lo Stato non è percepito come un “nemico” da imprenditori e lavoratori perché supporta attivamente entrambe le categorie.
  5. Si deve contemplare la possibilità di monete complementari per arginare la crisi dettata dall’Euro.

Confrontando queste due interviste, si intravedono certamente modi diversi di pensare tra i due grandi economisti italiani, certamente delle divergenze ma restano comunque dei capisaldi in cui si coglie la corruzione morale della classe politica e la minaccia costituita dall’Euro, dall’Europa (che sono cose ben diverse) e dalle intenzioni politiche verso i cittadini, dietro a scelte ben precise.
Entrambi concordano sulla volontà politica di essere dove siamo perché se è vero che “oggettivamente” stiamo meglio di 40 anni fa dato che a volte abbiamo anche 2 o 3 automobili per famiglia, dall’altro siamo senza i soldi per comprare la benzina (come dice Bagnai) e c’è chi si suicida, chi rischia di morire di fame e c’è chi ha le mani sporche di sangue per tutto questo.

Doloroso quanto veritiero a tal riguardo l’intervento del prof. Antonio Maria Rinaldi al parlamento Europeo in occasione del convegno del 30/06/2015 dal tema “EURO THE MOMENT OF TRUTH, THE DEMOCRACY OF THE EURO” (EURO IL MOMENTO DELLA VERITÀ, LA DEMOCRAZIA DELL’EURO). https://www.youtube.com/watch?v=–vdpLW3iKk&feature=youtu.be

Qui manda l’auspicio in cui spera che la democrazia verrà ristabilita veramente, e che tutti i responsabili che hanno contributo al disastro dell’Europa vengano giudicati da un tribunale internazionale per i crimini contro i popoli ed è necessario che sia ristabilito l’ordine delle cose.

Forse, la cosa più importante che dice Galloni è proprio smentire che ad un incremento di liquidità monetaria corrisponda automaticamente una inflazione devastante, che renderebbe impossibile scenari differenti da quello in corso.
In realtà lui non è proprio d’accordo e ritiene anzi che sarebbe una situazione perfettamente gestibile alla pari delle persone che respirano e che, pur essendoci abbondanza d’ossigeno non vanno affatto in iperventilazione – morendo – ma prendono ciò di cui hanno bisogno per vivere bene.
Inoltre lui evidenzia come la piccola-media impresa italiana ha in molti casi uno scopo primario superiore al profitto che è quello di creare un’occupazione sostenibile senza che ci sia la costante rincorsa alla crescita ed alla massimizzazione del profitto stesso come fanno le grandi multinazionali o le imprese drogate dalle speculazioni selvagge prima viste: si tratta di realtà che in sostanza sussistono per gestire le risorse presenti e che sono, in ultima analisi, la porta d’uscita dal modello del capitalismo, che ormai ha fatto il suo tempo, verso nuovi scenari – e guarda caso è proprio la direzione che ho sempre auspicato pur ritenendola una utopia.
Mia considerazione personalissima che forse non è così assurda, ma forse l’Italia è stata attaccata non soltanto perché era un concorrente diretto e scomodo per la Germania ma anche perché, se davvero si stava creando spontaneamente quella condizione per uscire dal capitalismo grazie al nostro mix unico di storia e cultura che impatta anche sul mondo economico e del lavoro, allora c’era anche l’interesse a stroncare sul nascere una situazione che avrebbe potuto dare il via ad un processo che più avanti avrebbe annullato i privilegi delle lobby, ovvero gli stessi motivi per cui Galloni si lamenta che si trovano i soldi per le banche ma non per gli ospedali e per le politiche per la disoccupazione.

Rendiamoci conto che noi viviamo in un mondo veramente marcio in cui esistono persone come questa merda qui sotto. Non mi scuso col lettore per i linguaggio e no, non parlo del ricco dentista che uccise il leone Cecil e dei tanti coglioni che ancora oggi si divertono ad andare a caccia di animali in Africa, ma di Martin Shkreli, l’ “imprenditore” (e mi scuso con tutti gli imprenditori veri) che di recente ha brevettato un farmaco non suo contro l’AIDS, incrementandone il prezzo del 5.000 % e portandolo ad un totale di $ 750 a pastiglia – automaticamente condannando a morte chissà quante migliaia di persone.
 Martin Shkreli

Anche se almeno questa volta pare che ci sia stato il lieto fine (http://www.giornalettismo.com/archives/1924174/martin-shkreli-voleva-vendere-farmaco-peso-doro-concorrente-vendera-dollaro/) grazie ad altri che hanno commercializzato una versione modificata del farmaco ad $1 a pastiglia, viviamo in un mondo che consente ad una merda del genere di fare ciò che ha fatto nella piena legalità, a dimostrazione di come la legge sia spesso molto lontana dalla giustizia e che gli interessi economici sono la prima cosa che viene tutelata.

Intervista a Ska Keller: se la Germania uscisse dall’Euro.

Anche quest’altro video è epocale: sì, lo so, è del canale del Movimento 5 Stelle ma si tratta di un’intervista indipendente dal M5S ed esclusiva a Bernd Lucke, il tedesco euroscettico del Gruppo ECR (e docente di macroeconomia all’università di Hamburg), che ci spiega perché dobbiamo uscire dalla moneta unica. https://www.youtube.com/watch?v=Kxe7JEganps

Parte II  –  elementi sociali, culturali e politici che aggravano e caratterizzano la crisi.

Ora, in tutto questo disegno, io vedo un filo conduttore che collega il comportamento di molti attori politici (sia nel senso di buffoni che vanno sul palcoscenico per mentire agli elettori, sia come persone attive nel grande palcoscenico della vita reale) perché tanto di quello che viene fatto sia a livello generale che locale può essere coerente col disegno di deindustrializzare l’Italia e continuare l’asservimento all’asse franco-tedesco.

Un esempio lo vediamo sotto gli occhi di tutti grazie a quel cazzaro di Renzi: ed io che mi anni fa mi preoccupavo di Berlusconi e dell’ex-delfino Alfano!
L’ex-rottamatore che doveva rottamare la vecchia politica e che invece si è sostituito ad essa, che continua a raccontare fuffe in TV, che ha comprato molti italiani con la storia degli 80 euro al mese – tra l’altro ricordo fatta pure male, dato che vennero dati al ceto medio che, anziché spenderli come avrebbe fatto quello basso e realmente bisognoso ridando così un po’ di flusso all’economia, li usò per rimpinguare i propri risparmi, in modo perfettamente coerente con le teorie psicologiche comportamentali in materia di economia e consumi.
Veramente, Renzi sta continuando a sfasciare l’Italia come il degno erede di Berlusconi e pure con l’alibi di essere di sinistra: la nuova legge sul lavoro è un disastro perché rende i lavoratori ancor più vulnerabili, la disoccupazione fa spavento soprattutto tra i giovani e si deve ringraziare il flusso di emigrati dall’Italia se le cifre sono meno drastiche di quel che paiono (è come dire che consentendo alle persone di suicidarsi si diminuisce il rischio di futuri tentativi di suicidio) e si vede le “grandi opere” come stanno portando la ripresa: ad esempio l’Expo, prima che qualcuno se lo dimentichi, è stato una voragine di spreco di soldi e si è rivelato un flop economico terrificante.

Qui da Londra ho assistito all’impietoso trattamento su Ignazio Marino, il sindaco di Roma: non ho seguito perfettamente la vicenda né sono stato a Roma mentre la governava lui ma mi sembra una persona per bene, forse un po’ ingenua, che ha davvero cercato di migliorare Roma andando contro gli interessi dei poteri consolidati e che è dunque stato massacrato dal proprio partito, il PD, alla prima occasione in cui ha fatto un errore – forse proprio perché stava cambiando le cose ed andando contro il disegno di distruzione dell’Italia.

Cagliari allo stesso modo è sempre peggio: in un anno, anziché ad una ripresa, ho assistito sempre da lontano alla paralisi della città con cantieri stradali per costruire rotonde ovunque e tutte assieme, mentre il castello e la spiaggia (due importantissimi poli turistici ed economici) sono rimasti paralizzati da lavori fatti partire anche lì tutti assieme e male ma fatti “per forza” perché in prossimità delle nuove elezioni, bruciando così un’estate intera per via dei lavori in corso e facendo perdere posti di lavoro a chissà quante persone che vivevano delle attività ristorative lungo la spiaggia ed il castello.
Sconvolgente la faccia di bronzo di chi prova a giustificare certe porcate a posteriori, spacciandole come “ben fatto” nonostante il clamoroso insuccesso, e l’arroganza mista ad aggressività (il classico comportamento aggressivo-passivo di chi ha la coscienza sporca) di chi dovrebbe come minimo scusarsi per i danni fatti ma nella pratica è più preoccupato di salvar la faccia e la reputazione e di continuare come se nulla fosse.
Ma le “geniali” panchine radical chic lungo la spiaggia, rivolte non verso il mare ma verso la strada e pure distanti dalle fermate degli autobus, resteranno come eterno monito degli sprechi della politica e della corruzione che nei tempi di crisi fanno ancora più male.

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Ma in tutto questo, sapete cosa trovo ancor più terrificante? Il Movimento 5 Stelle di Grillo. Per anni ne sono sempre stato affascinato tanto da provare a collaborare come attivista: inizialmente pensavo che fosse la salvezza per l’Italia poi ho iniziato a chiedermi come potesse essere che Grillo ne sparasse così grosse in tema ad esempio di salute o di economia, anche sul signoraggio bancario, prendendo la favoletta che si bevono i complottisti. E me ne rendo conto persino io che, nonostante l’istruzione di alto livello, non sono di certo né un medico né un economista!

Ogni volta che sembrava che stessero per fare qualcosa di epico, si fermavano, come se non ci fosse veramente la volontà di andare vanti. Scivoloni noti a tutti nel corso degli anni, ripresi anche dal Fatto Quotidiano e da Travaglio stesso. Poi piano piano ha iniziato a farsi strada in me il dubbio che i “grillini” non fossero effettivamente solo immaturi ed ancora impreparati e che dovessero ancora maturare la necessaria esperienza per poter agire, ma che forse potevano aver ragione quelli che sostenevano che il M5S fosse stato creato ad arte per bloccare il malcontento e prevenire la rivoluzione, perfettamente in combutta con la destra e la sinistra, l’eterno terzo polo che convoglia tutti coloro che non votano più per portare intenzionalmente all’immobilismo.
C’erano troppe cose che non tornavano, come palesi castronerie, la tendenza a non andare in TV, nell’agire intenzionalmente perdendo voti, le pretese di essere democratici quando poi è palesemente il vertice che controlla tutto  e via dicendo, come se non si volesse vincere davvero ma restare all’opposizione e basta.

Premesso che ancora non ho certezze o, meglio, che in cuor mio spero di aver torto perché così l’Italia avrebbe ancora una speranza visto che è forse il “non-partito” di maggioranza che rappresenta l’opportunità di uscire dall’Eurozona o quanto meno di riconoscere ed affrontare il problema, temo di aver trovato la risposta al quesito imbattendomi quasi per caso in questo mini e-book, pubblicato dal dott. Stefano Montanari, relativo alla storia delle “macine del Mulino Bianco col titanio” e la raccolta fondi per il microscopio che Grillo aveva promosso. Mi ricordo che assistei alla questione anche in occasione di uno degli spettacoli che fece a Cagliari – almeno a me, come comico, ha sempre fatto ridere molto.

http://www.stefanomontanari.net/sito/images/pdf/ilgrillomannaro.pdf

Il libro è scaricabile qui gratuitamente e mostra l’epopea in cui il dott. Montanari e moglie sono stati coinvolti da Grillo, Casaleggio ed associati. O forse dovrei dire la Banda Bassotti.
Non ho motivo di dubitare del dott. Montanari ed anzi la sua spiegazione sembra assai più coerente con la realtà circostante delle mille chiacchiere prodotte sul blog di Grillo che ormai mi sono stancato di seguire da molto prima della mia partenza per Londra.

I punti salienti – che formulo qui come ipotesi con un buon grado di probabilità di esser vere ma senza alcuna certezza – sarebbero comunque che:

  • Grillo è una marionetta della massoneria, manovrato da Casaleggio che è un abile conoscitore della società ed esperto di marketing, un lucido calcolatore che è riuscito a pianificare in anticipo molto di quello che è successo.
  • Il M5S doveva essere un movimento perdente in partenza, volto a catturare l’attenzione degli infiniti delusi per pompare i click sul blog di Grillo e di spettatori ai suoi show, per poter rivendere a prezzi stellari gli spazi pubblicitari presenti sul blog.
  • Grillo non ha mai avuto intenzione di fare il politico ma si è prestato al gioco unicamente per cogliere l’opportunità e nessuno si aspettava di ottenere il successo che poi c’è stato: tra tutta l’orda di fanatici religiosi che seguono il movimento con aderenza assoluta, ci sono stati anche tutti quelli dotati ancora di un pensiero indipendente e che condividono il valore della democrazia, che hanno realmente provato a fare qualcosa e che quindi sono stati cacciati come avviene in ogni normale dittatura.
  • Il problema del M5S oggi sarebbe quello di avere una base onesta, ma non necessariamente competente (vedasi la famosa mulattiera asfaltata che ha provocato più disagi che risolvere problemi, con conseguente spreco di soldi), ed un vertice che non vuole raggiungere gli stessi risultati della base, la quale però gli è necessaria per preservare gli introiti economici derivanti da spettacoli, click sul sito, DVD venduti etc.
  • Con una simile situazione di luci ed ombre, il M5S ha svolto un ruolo di denuncia sociale e dei crimini della politica che è stato davvero di gran valore (ma non completo ed anzi intenzionalmente limitato), sia per il volere di molti attivisti che ci credono davvero, sia per seguire la strategia di marketing atta a rendere il movimento come il paladino dei delusi della politica. Il risultato è che nonostante l’intenzionale immobilismo, il Movimento ha fatto e sta facendo anche del bene ad esempio consentendo una contro-informazione vera (assieme purtroppo a palesi falsità) come sull’Euro e sui giochi sporchi che stanno accadendo in Italia ed in Europa oggi.

Se le cose stanno davvero così, sono cazzi amarissimi per tutti perché di fatto in Italia non esiste alcun polo di maggioranza che sia in grado di risolvere i problemi dei cittadini: da una condizione in cui la sinistra era frammentata ed inesistente e c’era un grosso polo di destra guidato da Berlusconi (orrore), oggi ci ritroviamo una destra dove c’è la Lega di Salvini a fare da protagonista (altro orrore) assieme a Berlusconi ed una sinistra-centro praticamente monopolizzata da Renzi (altro orrore ancora), che comunque sono assolutamente in combutta nelle grandi intese per continuare a sfasciare l’Italia e di certo nessuno dei due schieramenti/schieramento unico ha intenzione di uscire dall’Eurozona.  Ingroia si “suicidò politicamente” al primo tentativo, l’IDV è disintegrato, i Verdi non so nemmeno se sono ancora vivi, SEL fa parte dei grandi inciuci col PD. Temo che il movimento 5 stelle non abbia intenzione di vincere alcuna elezione anche se è contro l’Euro – ma spero tanto tanto di sbagliarmi, anche se ci sarebbe da pagare il prezzo enorme in termini di salute e sanità, viste le puttanate di Grillo su AIDS, vivisezione e vaccini, tanto che non so cosa sia meglio – e dunque non rimane niente se non i partiti minoritari che non sono in grado di raccogliere sufficienti voti (almeno a breve) per avere una reale influenza politica.
Abbiamo un Paese frammentato e condannato a sé stesso, senza una guida che lo rappresenti realmente: è la disperazione e, come ha detto anche Bagnai assieme a molti altri dove io sono l’ultimo della fila, temo tanto che si uscirà da questa situazione in modo tutt’altro che pacifico e democratico perché non si può andare avanti così ancora per molto.

La cosa micidiale non è solo il presente, ma la prospettiva di un futuro dove non si vede speranza perché i danni all’educazione sono stati intenzionali e strutturali allo smantellamento della democrazia e perché le fonti alternative di informazione non funzionano. Internet non funziona, Facebook non funziona, men che meno Twitter che resta utile solo per i sondaggi in diretta e poco altro, ma che vedo di una brevità e quindi di una superficialità devastante.

Rendiamoci conto che stiamo vivendo nell’era dell’analfabetismo funzionale, in cui circa il 50% della popolazione ha le competenze per muoversi quasi normalmente nella società e svolgere le funzioni di base ma risulta incapace di comprendere appieno i contenuti di un argomento complesso e lungo (già questo mio articolo risulterà incomprensibile ai più, che probabilmente a questa riga manco ci saranno arrivati!) e restringe il mondo e la realtà circostante alle sole proprie esperienze di vita dirette – per la serie “ah ma perché io….”. E chi se ne frega, mi viene da aggiungere.

Interessante articolo sul tema redatto da Wired disponibile qui: http://www.wired.it/play/cultura/2014/04/11/nuovi-analfabeti-usano-facebook-ma-non-sanno-interpretare-la-realta/

Rendiamoci conto che in Italia ben il 47% della popolazione tra i 16 ed i 65 anni è analfabeta funzionale. Considerando l’analfabetismo “classico” pressoché inesistente nell’Italia di oggi, l’analfabeta funzionale è capace di leggere, ad esempio un articolo di giornale, ma non riesce ad estrapolarne i concetti base e a sviluppare un rapporto critico con la realtà.
A testimoniare questa presenza così massiccia, in Italia proliferano bufale, sia di carattere scientifico sia politico; e politici che si rivolgono alla “pancia” della popolazione, ottenendo un gran numero di facili consensi.

Rendiamoci conto anche che non si può discutere in modo costruttivo con una persona su due, persone che sono facilmente manipolabili ed ormai arroccate in posizioni inviolabili. Sono quelle che ad esempio “credono” nell’omeopatia (acqua e zucchero che fornisce al massimo un effetto placebo) e che la preferiscono alla medicina tradizionale, facendosi svuotare il portafoglio da “omeopati” e da medici disonesti che prescrivono l’omeopatia solo perché è un business, perfettamente sapendo che non serve a niente. Sono quelli che non fanno vaccinare i propri figli (come consigliava Grillo nei suoi spettacoli tra l’altro) per paura che diventino autistici e stanno così incrementando la percentuale di morti infantili (altro che aborto) ed il rischio che ritornino certe malattie ampiamente tenute sotto controllo. Sono quelli che non mangiano carne “perché è cancerogena” ma poi si fumano 2 pacchetti di sigarette al giorno e che lottano contro la vivisezione (ormai estinta da decenni) regalando soldi alla LAV e altri enti lucrativi travestiti da enti no profit sfruttando il buonismo delle persone. Persone che non sono affette da darwinismo sociale, che non soggiacciono a nessun meccanismo di selezione e che, tuttavia, VOTANO.

Comunque a mali estremi, estremi rimedi: si tratta di faccende da cui dipende la vita delle persone, per la mancanza di vaccinazioni si possono re-innescare delle epidemie, con le “cure” omeopatiche si rischia di morire e negando l’esistenza dell’AIDS si possono infettare chissà quante persone e via dicendo. Così come esiste il reato di negazionismo nei confronti del Nazismo (non si può ritenere che quei fatti siano delle “opinioni” e sostenere che non siano mai esistiti), allo stesso modo sarei propenso come minimo ad analizzare la possibilità di fare altrettanto su questi temi così importanti, perché sono questioni di vita o di morte. Così come non è accettabile che qualcuno sostenga che la terra è piatta oggi, allo stesso modo non sono accettabili simili posizioni oggi. Datemi pure dell’estremista ma consentire “opinioni” su fatti non è libertà di pensiero!

Le cause certamente si trovano anche in un tasso di abbandono scolastico elevatissimo (secondo l’articolo di Wired, uno studente su tre non finisce le scuole superiori e ciò è coerente anche con gli ultimi stralci di letteratura scientifica in ambito psicologico a cui ho avuto accesso) mentre l’eccessivo nozionismo di certi corsi scolastici – che è da una vita che critico –  rende gli studenti poco inclini al ragionamento ed allo sviluppo di un sano senso critico verso la realtà circostante.

Purtroppo internet è la piattaforma ideale per gli analfabeti funzionali ed il seguente esperimento condotto su Facebook che conferma la chiusura mentale: http://coscienzeinrete.net/arte/item/2079-l%E2%80%99esperimento-di-facebook-ecco-cosa-accade-se-metti-mi-piace-a-tutto  

Questo simpatico esperimento è stato realizzato da Mat Hanon, redattore di Wired che per 48 ore di fila non ha fatto altro che mettere “Mi Piace” a qualunque contenuto di Facebook. La conclusione non è solo che Facebook propone molti advertising e privilegia sulle nostre bacheche (soprattutto da smartphone & tablet, più lucrativi) i contenuti che fano guadagnare più soldi ma soprattutto aiuta a barricarsi nelle proprie convinzioni.
Cito dall’articolo di Federico Sbandi:La seconda presa di coscienza di Hanon è stata che, nell’aver casualmente apprezzato molti contenuti ideologicamente attinenti all’area di destra, conservatrice e xenofoba, Facebook aveva iniziato a rispondere promuovendo pagine e contenuti simili. […] meccanismo digitale perverso per cui l’utente finisce per essere circondato dall’eco assordante delle proprie convinzioni, creando idealmente un proprio giornale in cui non si apre mai ad altri punti di vista.” Creiamo le nostre “bolle” politiche e sociali attraverso i filtri, che ti fanno apparire solo contenuti simili a quelli che hai già visto, così le cose che vediamo sono solo un “iper-nicchia” fatta apposta per noi

Di conseguenza, ogni utente si arrocca nelle sue credenze “e, come in un guscio ermetico, non riesce a venire a conoscenza di altre opinioni – che è poi la vera essenza del concetto stesso di pluralismo informativo e di opinione pubblica, il confronto tra punti di vista diversi. Facebook appaga alla perfezione questo Daily Me, visto che il News Feed appare agli occhi dei più come un giornale su misura, più che un semplice aggregatore di contenuti. E nel giornale personalizzato l’utente si sente a casa, ideologicamente al sicuro, semplicemente perché i punti di vista opposti sono banditi e l’algoritmo implementa il proprio credo, senza mai metterlo in discussione.”
Di fatto, Facebook aiuta a sedimentare idee precostituite alimentando il cameratismo tra utenti che la pensano allo stesso modo e l’odio nei confronti di coloro che non appartengono alla stessa categoria: basta guardare l’odio violenti dei terroristi animalisti vegani nei confronti di tutti gli altri, soprattutto ricercatori ed onnivori, dando vita a bizzarre discussioni su Facebook in cui: “chi salveresti tra un bambino ed un cucciolo che affoga?” – “il cucciolo naturalmente! Peccato per il pupo ma pazienza, si rifà” – “oh, meno male! Ero convinta di essere l’unica a pensarla così e pensavo di essere un po’ matta” (e la discussione continuava), …. oppure … “il mio bambino sta molto male: le cure omeopatiche non funzionano la mia omeopata mi ha suggerito di prendere un antibiotico, cosa devo fare?” e la chat in coro “cambia omeopata!” Cioè, una situazione così grave in cui persino un truffatore seriale come l’omeopata capisce che la cosa è così seria che servono farmaci veri e gli analfabeti di ritorno invitano a passare ad un altro ciarlatano. Tutto vero, letto realmente su Facebook con i mei occhi: eccone un esempio.


In sostanza, siamo al paradosso che l’informazione corretta raggiunge solo quelli che sono già informati e che vogliono continuare ad informarsi, tutti gli altri (tantissimi) continuano ad arroccarsi e trincerarsi nelle proprie convinzioni, considerando solo le informazioni coerenti con le proprie convinzioni e scartando tutte le altre che vi vanno contro o criticandole con fare distruttivo, per poi fuggire dal discorso quando inevitabilmente finiscono per perdere la discussione con “sono tutte bugie” (perché per loro non si tratta di avvicinarsi alla verità ma di avere ragione e non torto!).

Ora, anche se Facebook non è internet nella sua interezza, di fatto l’invenzione di Mark Zuckerberg è il primo social network per estensione e numero di utenti ed ha un impatto enorme sulla vita di moltissime persone nella vita reale – che poi è inscindibile dal virtuale se ci si pensa bene. A volte trovo grottesco entrarci e vedere il contrasto tra contenuti colti, misti allo sterminato qualunquismo e disinformazione, dove si trova chi si cura di temi importanti come guerra o economica, e chi propone fesserie a raffica assieme alle ennesime frasi fatte (i “meme”) che in realtà non significano niente, alle foto dell’ennesima zoccoletta che si fa i selfie mezzo-scosciata per fare la modella etc. Qui potremmo entrare dell’infinita quanto lesiva diatriba su cosa sia importante e cosa no e sul rispetto della soggettività, concetto che portato all’estremo conduce solo all’annientamento del senso critico e all’appiattimento dove tutto è concesso a tutti, anche di sostenere che i vaccini sono inutili e di contribuire indirettamente alla morte di alcuni bambini.
Si ha un triste spaccato della società, dove i contenuti condivisi ben riflettono la condizione di analfabetismo funzionale prima descritta, mostrando in sintesi, quando la nostra società sia “malata”.
Facebook, come Twitter ed altri social media, è un grande successo commerciale ma bisognerebbe chiedersi anche quale reale contributo porti alla società, perché di certo non ha un effetto socializzante (Facebook ostacola i contatti tra persone che non si conoscono) ed è un fallimento per l’utente che spera di utilizzarlo come prima piattaforma per il marketing.
Già lo sospettavo ma sempre da Wired ho trovato l’ennesima conferma: pare che gli investimenti in pubblicità su internet abbiano un ritorno di 2 a 1 rispetto agli investimenti fatti, mentre sui canali tradizionali come la TV è di 6 a 1 – cioè si ottiene un ricavo che è ripetitivamente di 2 o 6 volte l’investimento. Ciò avviene perché gli utenti – salvo eccezioni – non vogliono vedere alcuna pubblicità e si fa di tutto per evitarla, assieme al fatto che abbondano i “click” fantasma e, dunque, raggiungere l’utenza desiderata in modo efficiente è davvero arduo.
Per la cronaca, non che i social media non si possano o non si debbano usare, anzi, ma un conto è “spammare” come degli ossessi su Faebook e Twitter (col solo risultato di farsi odiare dagli amici) ed investire fior di quattrini in pubblicità che viene ignorata il più possibile, un altro è utilizzare internet come complemento per le strategie di branding assieme al marketing tradizionale, dove ci si munisce anche di un sito web serio, di un blog per il copywriting professionale (che non ha niente a che vedere con il “copyright” e diritti d’autore, brevetti etc. ma è l’abilità di creare contenuti appositi) e si utilizzano i social network ed internet per divulgare quei contenuti di interesse per gli utenti contemporanei, che sono molto più attivi di prima del documentarsi di prima mano quando vogliono spendere per un prodotto o servizio. Ed in questo caso, non è importante la verità oggettiva ma ciò di cui l’utente si convince, che è parte del grosso problema.

Tornando al discorso dell’analfabetismo funzionale, infatti, certi fatti sono assolutamente scandalosi perché sono evidenze concrete dello slittamento in peggio dei valori personali su larga scala. Anche quando il problema è reale e non frutto di manipolazione mediatica (esempio di problema falso: vedasi i gruppi anti-vivisezione italiani quando la vivisezione non vien più praticata in Italia), non è ammissibile che esistano esseri umani che si prodigano solo per fermare gli allevamenti intensivi (problema vero) ignorando completamente il fatto che ci sono persone, esseri umani propri simili, che rischiano di morire di fame o che si suicidano lasciando orfani i propri figli! Tutto questo magari nella propria stessa città, non in un’altra parte del globo. Allo stesso modo è intollerabile che problemi pur seri e reali come il riconoscimento dei diritti alle coppie omosessuali o la legalizzazione delle droghe leggere e così via, nella testa di certe persone, vengano gerarchicamente collocati  prima dell’occupazione lavorativa o della sanità (non bastano i soldi per la sanità e la prevenzione contro alcool e sigarette è inefficace e ci mettiamo dibattere oggi sulla cannabis, senza il substrato culturale necessario ad un suo utilizzo responsabile?), o che ancora oggi ci si scanni per lo sport o la religione quando ci sono generazioni a cui è stato rubato il futuro.
Da un lato, io capisco anche queste persone (ma non le giustifico) perché, in un mondo dove l’essere umano appare così corrotto, certe scelte nascondono in verità un meccanismo di difesa di fuga dalla realtà dove è più facile sentirsi meglio con sé stessi perché almeno si riesce (o almeno si crede) di aiutare gli animali, visti come più “puri ed innocenti” rispetto a tutti gli umani cattivi e corrotti, un po’ come gli antichi Romani stimavano i barbari per via di una certa purezza persa dai cittadini dell’impero o come i coloni occidentali vedevano i pellerossa, perché in un mondo di fatto di solitudine a causa della vita in città sovraffollate, è più facile concentrarsi su quelle piccole cose che si ha ancora il potere di cambiare, magari come la colonia felina sotto casa ma non il povero mendicante che “merita” di morir di fame per la sua incapacità di lavorare, ma che purtroppo non sono affatto prioritarie né intaccano il sistema attuale.
Tuttavia, stiamo assistendo alla palese violazione della natura stessa dell’essere umano, con una gerarchia di bisogni già studiata e confermata da grandi scienziati a partire da Maslow e la sua famosa piramide – dove è noto che alla base esistono i bisogni di sussistenza (cibo, acqua, un riparo: tutte cose oggi accessibili solo lavorando) e che solo in seguito si “attivano” i bisogni sociali e di autorealizzazione.

Il problema, ancora più a monte, è che Facebook è diventato così popolare perché è riuscito a soddisfare in modo malsano i bisogni di comunicazione, relazione ed attenzione di una società gravemente compromessa dallo stile di vita a cui siamo forzati: per noi non è “naturale” vivere oltre i 30-40 anni e vivere in grandi metropoli, abbiamo bisogno di avere un’identità, di ritrovarci tra simili ma di differenziarci al tempo stesso, di crescere ma di preservare anche un’area di comfort dove sentirci al sicuro. E tutto questo, ovvero di assumere un’identità distinta dalla massa e di unirsi a gruppi ai quali si aderisce quasi con fanatismo religioso, non è ciò che avviene su Facebook e addirittura con Grillo?

Purtroppo, Facebook ci dimostra come la grande quantità di informazione presente non ci ha affatto reso più colti ed informati anche perché non coincide affatto con una maggiore qualità dell’informazione. Anzi, essendo Facebook ed internet in generale una terra di nessuno, praticamente senza regole, esso è stato il terreno ideale per lo sfogo del sano bisogno di attenzione presente in ciascuno di noi che è poi degenerato in narcisismo ed arroganza, dove proprio tutti possono aprirsi un blog e scrivere tutte le cavolate che vogliono. Me compreso, intendiamoci! E compresi i vari Bagnai di turno etc. ma con la differenza in cui io ho sempre cercato di mantenere una certa umiltà e spirito critico, condividendo riflessioni e pensieri senza spacciarli per fatti assodati e viceversa, per non parlare poi dei vari Bagnai o Galloni che sono persone preparatissime che hanno un’autorevolezza che giustifica la loro presenza online.
Troppe persone invece hanno male interpretato il concetto filosofico del diritto di avere un’opinione: chi non sa di cosa parla non capisce che ciò che pensa non conta niente rispetto al parere di chi ha studiato (non solo dai libri ma anche in termini di ricerca scientifica) e che porta dati e fatti oggettivi per un confronto. Ed il che è ben diverso dal processo inevitabile di formare un pregiudizio sulla realtà che si conosce appena, in parte giustificato dalla primitiva necessità di operare velocemente nel mondo per reagire alle potenziali minacce. Perfettamente lecito avere gusti personali, dubbi, domande, un’opinione vaga di un “qualcosa” che non si conosce e che a volte è utile esternare perché è funzionale alla crescita, al confronto e all’apprendimento.
Ma la società moderna, complici i “perché tu vali” (non si sa perché, anche se non si hanno meriti), i bisogni di attenzione prima citati ed una forte arroganza dovuta al sistema sociale in cui cresciamo hanno portato una marea di ignoranti ad inquinare internet con un eccesso di informazione inutile, dannosa ed errata! Più tutti quelli che intenzionalmente mentono, seguendo precise strategie di marketing atte a colpire l’utenza desiderata dandole in pasto le “verità” che essa cerca, come sull’omeopatia, vivisezione, scie chimiche, alieni e chi più ne ha, più ne metta, e  guadagnandoci in vari modi. Più gli eventuali “stakeholders” (diciamo persone riconosciute come influenti dal popolo internet) che non escludo vengano pagati per creare contenuti volti a supportare le credenze dei vari complottisti ed affini: così come sono stati corrotti giornalisti di fama mondiale, non vedo perché non si possano pagare persone per scrivere falsità che alla massa piacciono e che funzionano da distrattori sociali (cioè fatti ed avvenimenti strumentalizzati per distrarre la società da altri più importanti).
Ed i maestri in ciò sono i giornalisti online, che vivono di sponsor e quindi devono acchiappare “click” con ogni mezzo con titoli pompati seguiti da frasi che spingono alla curiosità come “scopri cosa è successo” o “accade qualcosa di magico”.
Perché anche il modo in cui si danno le notizie conta ed i media sono maestri nel mostrare ciò che vogliono: non per niente si parla di “quarto potere” oltre a quello legislativo, giudiziario ed esecutivo. E chissà anche io quante volte ci sono cascato, pur cercando di mantenere una mente aperta!
Il danno che certe persone fanno è incalcolabile soprattutto perché siamo costretti ad affidarci ad euristiche, a scorciatoie per filtrare l’informazione che riceviamo: ad esempio siamo spesso portati a credere che, se un nostro fidato amico ha condiviso quel contenuto piuttosto che quell’altro, allora deve essere vero anche se magari il nostro amico è esattamente nella nostra situazione e non ha avuto modo di verificare proprio un bel niente.
Quando uno lavora 12 ore al giorno non ha tempo per andare a verificare su www.butac.it (uno dei principali siti anti-bufala) se l’ultimo articolo dal titolo altisonante è vero o solo l’ennesima trappola, ma intanto articoli con immagini forti che toccano l’emotività, la “pancia” delle persone diventano virali molto facilmente e si diffondono più delle notizie vere, creando disinformazione spesso anche intenzionale.
Fa ridere ma in realtà fa piangere che certe testate virtuali scandalistiche abbiano replicato degli articoli finti di Lercio.it – famosa finta rivista volutamente comica  – spacciandoli per articoli veri, e che in tanti ci credano!
Qui di seguito un’immagine trovata su Facebook – diciamo un suo debole anticorpo interno – che mostra come basta tagliare un immagine per mostrare l’esercito buratto e cattivo che si accanisce contro un immigrato, anche se i soldati stavano solo difendendo un loro compagno.

chi siamo noi - miss italiaE gli esempi sarebbero infiniti, ma essendo Facebook la risposta ai bisogni individuali di attenzioni, socializzazione e unicità che contrastano con l’eccessiva espansione demografica dell’essere umano che oggi è sempre più analfabeta di ritorno (oltre che funzionale), non stupisce se i figli della società sono come la nuova Miss Italia 2015: una ragazzotta carina ma nulla di più come invece sarebbe lecito aspettarsi, probabilmente non cattiva, che voglio sperare che abbia detto la sciocchezza che ha detto ( “Vorrei essere nata nel 1942 per vivere la Seconda Guerra Mondiale. Sui libri ci sono pagine e pagine, io volevo viverla per davvero. Essendo donna non avrei nemmeno dovuto fare il militare”) davvero perché in un momento di forte emozione e non perché col cervello “bruciato” dalla pochezza culturale ed educativa che caratterizza i nostri giorni, nonostante tutte le scoperte anche in ambito psicopedagogico che sono avvenute relativamente di recente.
Del resto, siamo tutti figli della società in cui cresciamo e non c’è intelligenza che da sola possa colmare il divario con la condizione ideale di informazione e verità che sarebbe diritto di tutti.
Nella foto: una divertente vignetta di “ChiSiamoNoi” realizzata ad opera d’arte sul tema.

Dunque, non è solo che, nel tentativo di filtrare le notizie comunque compiamo uno sforzo consumando preziose energie mentali e distraendoci dalle cose davvero importanti (so che tutti quelli che vivono di selfie mi odieranno ma Facebook, Instagram etc NON sono davvero importanti) ma che la discussione e la condivisione di notizie sui social network non porta alla crescita individuale e non consente di cambiare idea, ma al più supporta e consolida le posizioni di chi già è d’accordo. Il che è gravissimo se si pensa che di fatto Internet è uno delle principali fonti usate dalle persone per informarsi, soprattutto Wikipedia e le sue inesattezze (che, come diceva un mio caro professore le varrebbe il soprannome di “Wikiminchia”)  e che Facebook (ed in misura minore Twitter) costituiscono le principali fonti di informazione passiva del web. Non penso di sbagliare quando asserisco che molte persone “leggono” le news tramite Facebook perché se le ritrovano già pronte in bacheca anziché a cercare attivamente le pagine di Google News o Yahoo news. In questo modo i social network diventano regolare terreno di (non) confronto per milioni di persone, quasi soppiantando la vita reale, ma in un confronto in cui ho osservato che si finisce per prendersi virtualmente ad urla e dove non ho mai visto nessun cambiare idea dopo una discussione su Facebook, ma al massimo mandare a quel paese la persona che ha osato mettere in discussione le proprie convinzioni.

Tutto questo purtroppo si ricollega al capitalismo in vari modi. Non solo perché, come detto, l’ignoranza serve a vanificare la democrazia e a privare le persone di spirito critico ma anche a rendere le persone impotenti e a prepararle psicologicamente alle logiche del capitalismo, che è potenzialmente illimitato per sua stessa natura e che di fatti non sta mostrando nessun limite né etico né morale nella sua espansione a scapito delle persone, coinvolgendo qualsiasi aspetto della nostra vita.
Se così non fosse, non diventerebbero virali certi meme di un’idiozia clamorosa ma che, di nuovo, fanno presa sull’emotività delle persone: l’ultimo che mi viene in mete è uno dove ci si chiede come mai troviamo i soldi per mandare le sonde su Marte e non per dare cibo ed acqua ai bambini africani, ponendolo come un problema di intelligenza collettiva o di “priorità” senza capire che è un problema politico, non sociale né economico e che il progresso scientifico che sta dietro all’esplorazione spaziale ha sempre prodotto invenzioni utili a tutto il genere umano nella vita quotidiana, non solo durante i viaggi spaziali.
Ancora peggio sono quelli che “se sei d’accordo condividi” anche su temi nobilissimi o “condividi per cacciare i politici dal parlamento”. E una volta che una persona ha condiviso? Certo, che il tema della sensibilizzazione tramite i social media perché comunque c’è anche la parte di pubblico più recettivo e critico, ma c’è anche la massa di analfabeti funzionali che si sento felici per aver esternato la loro posizione col mondo, contenti di ricevere tanti “mi piace” sentendosi così apprezzati e parte di una comunità e che pensano di aver fatto il loro dovere, quando invece non è cambiato assolutamente niente e i vari governi spesso se ne fregano altamente di ciò che pensano le persone quando l’opinione pubblica va contro gli interessi politici, o sfruttano l’opinione pubblica per legittimizzare il proprio operato.
Ma alla massa, certi meme piacciono e vengono condivisi di continuo, diventando appunto virali anche perché strumento per esprimersi in mancanza di parole proprie, dovute appunto al discorso dell’analfabetismo funzionale.

Alla fine della giornata, siamo messi molto ma molto male (anche se ora vivo a Londra il mio cuore sarà sempre italiano) e dove anche l’informazione corretta diventa inutile quando manca la capacità di azione a livello governativo/politico, che non vuole essere presa e quando il sistema dell’educazione e dello scambio di informazione è così fortemente compromesso da minare le sesse basi di consapevolezza della scelta che sta alla base di una democrazia sana (come si fa a votare se non si sa esattamente cosa si sta scegliendo?), e che invece è stata fatta a pezzi per favorire gli interessi degli ultra-ricchi.
Come è stato detto nei video prima raccolti, spesso siamo costretti a votare sino a quando non passiamo come risultato dal “No” ad un “Sì” o “Sì grazie”, per colpa del processo di manipolazione.
Stiamo attraversando un periodo molto buio, dove conquiste sociali importantissime come la democrazia oggi sono fortemente a rischio e dove stiamo attraversando una fortissima crisi culturale oltre che economica dove temo che, nel complesso, ne usciremo più indeboliti di prima: se mai sarà un’opportunità per cambiare e crescere come genere umano, avverrà in modo molto doloroso.

Al prossimo capitolo, la mia interpretazione sugli scenari extra-italiani…

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